È utile fare il punto sulla situazione della Cina, un paese ormai così cruciale per i destini del mondo, in un momento importante per il paese sia sul piano interno che su quello internazionale. Sul fronte interno il 2025 è l’anno terminale del piano 2015-2025, che mirava a suo tempo a far fare un grande salto economico e tecnologico al paese e che aveva spinto gli Stati Uniti, al momento del suo annuncio, a varare le prime misure importanti contro la “minaccia cinese”, il noto “Pivot to Asia” di Obama memoria. Peraltro, in Occidente il piano era stato anche considerato a suo tempo come una distorsione del mercato e destinato dunque a fallire. In realtà le cose sono poi andate ben diversamente. In queste settimane abbiamo poi assistito, sul piano internazionale, dopo le isterie di Trump, alle riunioni a Tianjin dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shangai (SCO) e a quella virtuale dei Brics, nonché alle celebrazioni per l’80° della vittoria sul nazismo. Sullo sfondo, anche l’accordo tra Cina e Russia per la costruzione del nuovo gasdotto Power of Siberia-2 e l’apertura del mercato dei bond in yuan alle imprese energetiche russe. Le note che seguono non mirano a coprire tutti gli aspetti di una realtà molto complessa, ma a cercare di cogliere alcuni degli aspetti più importanti del quadro.
I risultati economici e tecnologici
La Cina, nonostante le previsioni sfavorevoli degli esperti occidentali, ha certamente fatto dei grandi passi avanti sul piano economico e tecnologico rispetto al 2015. Utilizzando il criterio del valore nominale (o valore di mercato), la Banca Mondiale prevede che nel 2025 il pil cinese sarà pari al 75% di quello statunitense. Ma sempre la Banca Mondiale ha pubblicato anche i risultati dei calcoli relativi al pil dei vari paesi del mondo per il 2024 utilizzando invece questa volta il criterio della parità dei poteri di acquisto. Ne risulta che ormai la Cina, seguendo tale criterio, ha largamente superato gli Stati Uniti, con il suo pil che si colloca ormai al 131% rispetto a quello del suo rivale (nel 2000 il pil di quest’ultimo paese era pari a circa otto volte quello della Cina: nel 2025 dovremmo essere ormai, con il paese asiatico, al 134-5%); intanto al terzo posto troviamo l’India, che tra 10-15 anni dovrebbe anch’essa superare gli Stati Uniti, collocandosi così potenzialmente al secondo posto, mentre al quarto troviamo la Russia. Evidentemente le sanzioni occidentali hanno fatto bene al pil di quest’ultimo paese. Secondo lo stesso Istituto e secondo lo stesso criterio di calcolo i paesi del Sud del mondo costituiscono ormai intorno al 60% del pil mondiale e i primi sette paesi del Sud surclassano, sempre per quanto riguarda il pil, i paesi del G-7, che sino a ieri era il club dei paesi più importanti. Ma coprendo le numerose e forse volontarie lacune presenti nei calcoli della Banca Mondiale troviamo addirittura che il pil cinese potrebbe collocarsi intorno al doppio di quello Usa e quello dei paesi del Sud del mondo intorno ai due terzi del totale complessivo. Risultati sorprendenti. In ogni caso, è sempre di più l’Asia al centro dell’economia mondiale. Anche alla luce di tali cifre, i paesi dell’Unione Europea che scelgono ancora una volta di legarsi strettamente al carro degli Stati Uniti e di ostacolare invece le attività economiche della Cina nel nostro continente, mentre, sempre su ordine degli Usa, mandano anche le loro navi a presidiare i mari dell’Asia contro il pericolo giallo, fanno ancora una volta una scelta sbagliata. Per altro verso, si palesa ormai una contraddizione evidente tra il peso economico raggiunto dei paesi del Sud del mondo e quello a loro riservato nelle istituzioni internazionali. Così, ad esempio, l’inclusione di Francia e Gran Bretagna nel Consiglio di Sicurezza dell’Onu e l’esclusione dallo stesso dei paesi del Sud, nonché, d’altro canto, il mantenimento per la Cina di una quota del capitale della Banca Mondiale e del Fondo Monetario Internazionale molto inferiore al suo peso economico e politico sono segnali evidenti di una situazione insostenibile.
Anche nel campo tecnologico la Cina ha fatto, dal 2015 ad oggi, dei passi da gigante; essa supera ormai da tempo gli Stati Uniti come numero di domande di brevetti, nonché di articoli scientifici pubblicati su riviste primarie, mentre si laureano nel paese ogni anno circa 12 milioni di giovani, di cui circa 5 milioni in materie scientifiche (1,8 milioni sono ingegneri contro i circa 200.000 Usa); la rivista Nature ha certificato che tra i primi 10 centri di ricerca universitari nel mondo 7 sono oggi cinesi. Il paese domina le produzioni rivolte a combattere la crisi climatica (anzi appare sempre più evidente che contrastarla senza l’aiuto della Cina appare ormai molto problematico; intanto, comunque, la UE fa di tutto per boicottare i prodotti cinesi del settore), mentre l’arrivo di DeepSeek nel gennaio di questo anno e poi di altri protagonisti sempre del paese asiatico indica non solo che la Cina, nonostante il boicottaggio statunitense, è oramai sostanzialmente alla pari nel settore dell’IA, ma che essa mette in campo un modello molto meno assetato di risorse finanziarie, meno energivoro e aperto a tutti, rispetto al caso Usa. Sono molti i settori ad alta tecnologia in cui il paese è ormai al primo posto nel mondo, mentre deve ancora rincorrere in alcuni altri, quali i chip e l’aeronautica civile. Intanto i paesi della UE continuano a collocarsi sempre più verso l’irrilevanza nel settore dell’innovazione. Il nuovo piano quinquennale 2026-2030 del paese asiatico ribadisce il forte impegno del paese sul fronte tecnologico e progetta anche una più forte integrazione della stessa innovazione tecnologica con lo sviluppo industriale.
I mutamenti di rotta nei rapporti economici con il mondo esterno
La Cina è ormai da molti anni non solo il più importante attore degli scambi internazionali, ma anche il principale partner commerciale della maggior parte dei paesi del mondo. Negli ultimi anni, anche in relazione alla crescente ostilità di Stati Uniti ed EU, essa ha progressivamente cambiato rotta rispetto a una precedente strategia, indirizzando sempre più gli investimenti diretti e i commerci verso i paesi del Sud del mondo. Così, ad esempio, oggi gli scambi con i paesi dell’Asean, ormai interlocutori privilegiati, sono ben superiori a quelli tra Stati Uniti e paesi dell’Unione Europea. Più in generale, la Cina sta sviluppando fortemente le attività economiche con gran parte dei paesi asiatici, di quelli africani e dell’America Meridionale. Parallelamente, essa ha ridotto di parecchio le esportazioni verso gli Stati Uniti, passate da circa il 20% del totale di qualche anno fa sino a circa il 12% dell’anno scorso. Il paese, per altro verso, non si è certo fatto intimidire dalle minacce di dazi di Trump e, rispondendo colpo su colpo, ha costretto gli Stati Uniti sostanzialmente in un angolo. La Cina ha anche progressivamente ridotto la presenza in portafoglio di titoli pubblici statunitensi, di cui era sino a qualche anno fa il primo possessore. D’altro canto, i paesi occidentali hanno ridotto significativamente gli investimenti diretti nel paese. Nonostante la forte ostilità statunitense, anche nel 2025 il livello complessivo delle esportazioni del paese e del suo saldo commerciale continuano ad aumentare; essi diminuiscono fortemente verso gli Stati Uniti, ma crescono verso il resto del mondo. Ma soprattutto la Cina, con la sua impetuosa crescita economica, ha mostrato al mondo che la via dello sviluppo non deve passare necessariamente dal modello occidentale. Gli Stati Uniti, che si credono il paese eletto da Dio, non riescono a comprendere come un paese dove la Stato ha un ruolo preponderante riesca a rivaleggiare con successo sul piano economico e tecnologico con quelli dal libero mercato, mentre, d’altro canto, tendono a descrivere la Cina come mirante alla conquista del mondo e ad imporre ovunque un regime guidato dal partito comunista. Per assecondare la visione e la strategia cinese nel mondo è stata portata avanti, come è noto, la Belt and Road initiative. Dal suo varo nel 2013 a oggi l’iniziativa ha coinvolto 156 paesi e gli investimenti relativi hanno complessivamente superato i 1.300 miliardi di dollari. Il progetto si è rivelato, sia pure con oscillazioni nel tempo e nello spazio e con qualche sbavatura, un grande successo economico e politico. I tentativi occidentali di contrastare e di replicare tale iniziativa sono sostanzialmente finiti nel nulla. Anche l’Italia sta provando a fare qualcosa in merito, con il cosiddetto piano Mattei, povera cosa.
La Shangai Cooperation Organisation (Sco)
È da parecchio tempo che si va constatando il progressivo declino dell’impero americano e più in generale la crisi della presa occidentale sul mondo. Tale crisi appare indotta, in particolare nel caso Usa, da ragioni interne ed esterne che sono state largamente analizzate sui media. Non si tratta peraltro solo di un indebolimento degli Stati Uniti quanto anche, se non soprattutto, della crescita di altri protagonisti, con in prima linea la Cina. Più difficile è disegnare la nuova configurazione del potere mondiale anche perché la Cina, erede quasi naturale del bastone di comando, è riluttante a coprire tale ruolo, per tutta la sua storia e per la sua visione delle cose del mondo. Inoltre, i paesi del Sud del mondo hanno tra di loro molte divergenze su punti importanti. Si parla dell’avvento di un mondo multipolare. Ma tale configurazione è sino ad oggi avanzata molto lentamente, dal momento che la Cina non ha mostrato fretta di raggiungere tale obiettivo, ragionando sul lungo e lunghissimo termine, mentre l’India è apparsa sempre riluttante a far avanzare le cose verso un nuovo ordine mondiale. Così la costruzione dei Brics e della Sco, con organismi collegati, è sembrata mancare nel tempo di contenuti decisi per una marcia in avanti e della voglia o della possibilità di varare rapidamente misure concrete. In effetti, plausibilmente, sino a ieri la Cina pensava di riuscire a ricucire i suoi rapporti con gli Stati Uniti, ma sembra ormai averne perso la speranza. Così la riunione dello Sco a Tianjin segna un punto di svolta nella messa in opera di un fronte comune contro il modello occidentale. Essa, anche sulla spinta ostile di Trump, sembra superare le precedenti cautele dell’India e della stessa Cina. L’evento tende a configurare concretamente e per diversi aspetti un nuovo ordine mondiale. Le conversazioni molto cordiali tra Xi, Modi e Putin durante l’incontro, che tutti hanno potuto vedere, sembrerebbero essere il preludio di grandi avanzamenti.
Le conclusioni del vertice Sco parlano in effetti del principio dell’uguaglianza sovrana tra tutti i paesi del mondo nel rispetto dello stato di diritto internazionale, di multilateralismo, nonché dell’adozione di misure concrete in proposito. Al vertice dei Brics Xi ha poi sottolineato, contro l’egemonismo, l’unilateralismo, il protezionismo, i principi di difesa del multilateralismo e del sistema commerciale multilaterale, dell’accrescimento della cooperazione tra i paesi del Brics, della stessa cooperazione che deve essere basata sulla solidarietà, sul rispetto comune, sulla giustizia e l’eguaglianza. È sulla base di questi principi che Xi, sempre alla riunione dello Sco, ha proposto la messa in opera di un progetto significativamente denominato Global Governance Initiative. Si tratta, alla fine ,di passare ai fatti; la concretezza delle intese si misurerà nel perseguimento di un’architettura istituzionale internazionale che sostituisca o almeno riformi quella precedente e nella messa in opera di un preciso programma di dedollarizzazione. Intanto è stata decisa la creazione di una Banca dello Sco, dopo quella dei Brics e quella a guida cinese per l’Asia.
Per quanto riguarda i rapporti della Cina con la Russia, due punti centrali sono stati l’accordo per la costruzione il gasdotto Siberia-2, destinato a cambiare in maniera importante il mercato mondiale del gas, mentre non sono mancati progressi nello sviluppo dei piani per la rotta artica, altra questione geopolitica molto importante. La parata militare che si è svolta dopo la riunione dello Sco per festeggiare l’anniversario della vittoria militare sul fascismo è stata del tutto inusuale per tale genere di eventi. Alla fine della parata sono in effetti state dispiegate nel cielo 80.000 colombe, simboli di pace. Il messaggio appare sin troppo chiaro; siamo per la pace, ma siamo anche pronti a difenderci adeguatamente.
La posizione dell’India
Al momento del varo in Cina delle riforme economiche di Deng Xiaoping alla fine degli anni settanta del Novecento le economie dei due grandi paesi asiatici erano sostanzialmente alla pari; oggi il pil cinese è un multiplo di quello indiano. Da molto tempo, il governo indiano tende in politica estera a non sbilanciare troppo i suoi rapporti con una delle due parti in gioco. Così il paese è membro del Quad, un patto militare studiato dagli Stati Uniti in funzione anti-Cina, ma, d’altro canto, esso ha aderito ai Brics e allo Sco, anche se ne costituisce per alcuni versi un elemento frenante. Nell’ultimo periodo la corte insistente che Modi ha fatto a Trump e le molte affinità tra i due personaggi avevano fatto pensare che tra i due fosse scoccata la scintilla. Invece l’incantesimo si è presto rotto: gli Stati Uniti hanno imposto dei dazi sulle merci indiane del 25%, portati poi al 50% come punizione per il fatto che l’India compra il petrolio russo, e hanno aperto delle cordiali relazioni con esponenti pakistani, paese nemico giurato dell’India. Ciò ha messo in crisi il decennale corteggiamento di Modi nei confronti degli Stati Uniti nonostante la politica ufficiale di neutralità. L’atteggiamento filo-Usa corrispondeva al pensiero della classe politica indiana, che ha visto negli Stati Uniti il partner naturale del paese, ma ora la risposta di Modi alle decisioni di Trump è stata quella di spingere più fortemente in avanti il processo conciliazione con la Cina già in atto da qualche mese. L’incontro a Tianjin tra Xi e Modi potrebbe essere un evento senza grandi conseguenze, segnando solo un riavvicinamento (pur importante) tra due paesi che per anni, dopo la scaramuccia del 2020, hanno praticato una forte ostilità, oppure rappresentare una forte accelerazione nel processo di presa del potere dei paesi del Sud. Non sappiamo cosa accadrà in futuro al patto tra i due paesi, ma possiamo affermare che gran parte della scelta spetta all’India. Non dimentichiamo, comunque, che i punti di attrito tra i due paesi sono parecchi ma che, d’altra parte, l’India ha bisogno della Cina se vuole portare avanti il suo piano make in India.
I problemi interni attuali della Cina
Al di là dei toni quasi sempre artatamente catastrofisti dei commentatori occidentali, presenti ormai da trenta anni e più, l’economia cinese presenta certamente diversi problemi, alcuni dei quali si trascinano da tempo. Ne elenchiamo brevemente i principali. Intanto è in corso una transizione da un modello basato su export e investimenti in uno centrato sui consumi, il cui sviluppo appare rallentato rispetto a dopo il covid. Tale debolezza dei consumi va tra l’altro collegata alle carenze dello Stato sociale con significative debolezze nel sistema pensionistico come in quello sanitario. Così le persone, già frugali in tutta la loro storia, risparmiano in maniera elevata invece di consumare anche per premunirsi contro le incertezze. Il settore pubblico appare fortemente indebitato tanto che alcuni studiosi hanno più volte sottolineato il pericolo che la Cina sia destinata in questo a seguire le orme del Giappone. Una parte molto consistente del debito è a carico di operatori pubblici, ma anche i creditori sono per la gran parte delle banche pubbliche. In pochi decenni diverse centinaia di milioni di persone hanno lasciato le campagne per la città. Questo esodo ha fatto a suo tempo la fortuna delle grandi società immobiliari, chiamate a soddisfare una domanda quasi infinita di alloggi. Poi la corrente ha rallentato e le società si sono date a operazioni finanziarie anche spericolate che hanno portato il Governo a intervenire bloccando tali tendenze. Ne è derivata una forte crisi del settore immobiliare, che era stato a lungo un asse portante dello sviluppo economico del paese, che si va assorbendo molto lentamente. La deflazione che da diverso tempo caratterizza la situazione del paese è dovuta almeno in parte alle caratteristiche di base del modello cinese, che si caratterizza per l’apertura alla concorrenza in molti settori, cosa che scatena la rivalità tra le imprese, che tra si fanno concorrenza sui prezzi, giungendo, come nel caso dell’auto o dei pannelli solari, ad andare oltre limiti ragionevoli. Un altro problema del paese è rappresentato dalla diminuzione della popolazione: i recenti tentativi per innalzare il tasso di natalità non hanno prodotto risultati adeguati. Gli effetti della diminuzione vengono combattuti con l’introduzione massiccia di robot nei posti di lavoro (la Cina utilizza ogni anno il 50% di tutti quelli prodotti nel mondo), ma tale misura agisce negativamente sui consumi. Oggi, come già ricordato, si laureano ogni anno quasi 12 milioni di giovani; ma anche se un’azienda come Huawei impiega da sola circa 110 mila ingegneri, l’economia e le altre organizzazioni non riescono ad assorbirli tutti e la disoccupazione intellettuale resta abbastanza elevata. Da qualche parte si sottolinea, poi, come lo sviluppo cinese sia troppo centrato sul settore manufatturiero (l’Ilo prevede che nel 2030 il settore sarà vicino al 50% del totale mondiale) e meno sul settore dei servizi che invece, in tutto il mondo, tende a sostituire il manufatturiero a livello di impieghi.
Conclusioni
La riunione dello Sco a Tianjin e quella virtuale dei Brics sembra stiano dando un colpo di acceleratore alla costruzione, opera comunque di lunga lena, di un nuovo ordine mondiale in cui i paesi del Sud del mondo, ormai preponderanti sul fronte economico oltre che su quello demografico, vogliono contare molto di più, rompendo i muri che i paesi occidentali continuano ostinatamente a porre contro il loro progetto. La velocità di marcia del progetto, dopo la sostanziale caduta delle prudenze cinesi, è per molti aspetti in mano alle decisioni dell’India, anche se il processo andrà comunque avanti. In tutto questo, i paesi dell’UE appaiono irrilevanti e poco capaci di interloquire in qualche modo con il progetto. Non ne dovrebbe venire niente di buono per il nostro continente. Per quanto riguarda in specifico la Cina, essa, nonostante le difficoltà elencate, continua nel suo percorso di crescita economica e di avanzamento tecnologico, mentre sul piano internazionale il suo atteggiamento aperto e non conflittuale, in contrasto con l’approccio pieno di arroganza e sopraffazione di Trump, attira al paese simpatie crescenti. Alla fine sembra configurarsi, come possibilità concreta, una divisione netta tra Sud e Nord del mondo, che porterebbe alla fine danni soprattutto a quest’ultimo.
