Nella percezione di una larga parte dell’opinione pubblica, influenzata anche da un ben orchestrato coro dei media, il Governo Meloni ha smentito gran parte delle preoccupazioni e delle apocalittiche previsioni emerse alla vigilia del suo insediamento grazie alle prove di “moderazione” offerte nella prima metà della legislatura. Ad accreditare l’immagine di misura e di temperanza della compagine governativa e della sua leader hanno certamente concorso alcune scelte di politica economica ed estera. Sul versante economico l’opzione per una accorta politica dei “conti in ordine” e gli effetti positivi della stabilità dell’esecutivo sul rating dell’Italia e sullo spread hanno relegato in secondo piano e mascherato i non pochi dati negativi della situazione economica: il persistente calo della produzione industriale, il livello stagnante dei salari e della produttività, la realtà del lavoro povero. In ambito internazionale ha contato la ricerca di equilibrio – a tratti il vero e proprio equilibrismo della premier – tra le evidenti simpatie culturali e ideologiche con l’amministrazione Trump e la volontà di non perdere contatto, sulla crisi ucraina, con l’Unione Europea, i suoi interessi economici, le sue esigenze strategiche. Questa immagine di “moderazione” è stata solo marginalmente scalfita dagli interventi di Giorgia Meloni successivi all’omicidio Kirk, nei quali, dimenticando di essere la presidente del Consiglio di tutti gli italiani, non ha esitato ad addebitare alla sinistra “italiana” immaginarie minacce presenti ed esclusive responsabilità per gli odi, gli scontri e le vittime degli anni di piombo.
Quando però si mette sotto la lente di ingrandimento la politica istituzionale del Governo, questa immagine svanisce e cede il posto a un dichiarato oltranzismo e a scelte improntate al revanscismo istituzionale e costituzionale. Tratti, questi, che provengono da un passato lontano. Non dal passato fascista storico ma dalla cultura autoritaria del Movimento Sociale Italiano degli anni ‘70 e ‘80 guidato da Giorgio Almirante. Parliamo del partito degli “esclusi” dall’elaborazione del patto costituzionale, che, pur collocando la sua azione politica nell’alveo della democrazia, si è sempre sentito “estraneo” ai valori e agli equilibri culturali e istituzionali cristallizzati nel testo della carta fondamentale e si è posto come avversario dichiarato della Resistenza e delle forze politiche che avevano cooperato alla costruzione nel Paese di una Repubblica democratica. E, proprio per questo, un partito che, pur praticando una politica di piccolo cabotaggio sulle vicende politiche contingenti, restava fortemente impegnato a progettare una Nuova Repubblica, radicalmente differente e antagonista rispetto a quella nata dalla Costituzione. In effetti ripercorrere la genealogia delle riforme costituzionali e della politica del diritto perseguita dal governo di destra consente di cogliere nitidamente – in particolare con riguardo al partito di Fratelli di Italia – le eredità del passato, gli elementi di voluta continuità con le idee e le proposte istituzionali della destra della prima Repubblica, un’identica ostilità verso alcuni degli istituti più caratterizzanti della nostra Costituzione. Questo oltranzismo istituzionale e costituzionale – che suscita vive preoccupazioni sulla tenuta futura del quadro democratico – è tanto più inquietante in quanto esso è frutto di una volontà di rivincita sulla Costituzione e sulla storia istituzionale repubblicana del “polo escluso”, esprimendo la volontà di capovolgere regole e principi fondanti della democrazia repubblicana.
Il primo elemento di continuità, apertamente rivendicato, tra la cultura e le proposte istituzionali del Movimento Sociale Italiano e del Governo Meloni è l’accentramento di poteri di governo in un “capo” direttamente eletto dal popolo. Ospite, nel 1983, di una trasmissione televisiva condotta da Enzo Biagi – Repubblica: Atto II – Giorgio Almirante sosteneva la necessità di liberare il governo dalla “servitù della partitocrazia”, facendo sì che «il presidente del Consiglio non sia tratto fuori dal forcipe della partitocrazia ma venga nominato direttamente» da un capo dello Stato a sua volta forte di una diretta investitura popolare e non servo del sistema dei partiti. Nel 2018, all’inizio della XVIII legislatura, veniva presentata a firma di Giorgia Meloni e altri, una proposta di legge (AC n. 716) volta ad apportare modifiche alla parte II della Costituzione concernenti l’elezione diretta del Presidente della Repubblica. Nella relazione alla proposta di legge si sosteneva tra l’altro che «un Presidente votato dagli italiani e che risponde del proprio operato solo di fronte ai suoi elettori è la più importante riforma costituzionale che potremmo regalare a una nazione che ha bisogno di stabilità ma anche di passare da una “democrazia interloquente” ad una “democrazia decidente”». Partita da posizioni presidenzialiste, nel corso della presente legislatura la presidente del Consiglio si è rapidamente convertita al premierato, avendo cura di mantenere rigorosamente fermo l’obiettivo politico centrale dell’investitura popolare diretta di un capo dell’esecutivo dotato di ampi poteri e i suoi naturali corollari di riduzione del ruolo dei partiti e del parlamento. Ed è proprio l’intransigenza sull’elezione diretta del capo dell’esecutivo – più volte personalmente ribadita da Giorgia Meloni – a rivelare il nocciolo duro, la volontà politica di fondo che sta al cuore del progetto di revisione della Costituzione. Si vuole immettere nel quadro della nostra democrazia parlamentare un elemento personalistico, potenzialmente plebiscitario e carismatico – e per questo destinato a non essere limitato e impacciato da contrappesi – in grado di aprire la strada a un accentramento e a una occupazione del potere di proporzioni mai viste prima e a scenari sin qui impensabili, scompaginando le relazioni e alterando gli equilibri istituzionali esistenti tra organi e poteri dello Stato. Una scelta, questa, le cui origini vanno ricercate nelle corde più antiche e profonde della destra italiana e in una concezione verticistica del potere nutrita del mito del “capo” operante in simbiosi con il popolo che differenzia l’impostazione del governo di destra dalle forme di presidenzialismo democratico proposte in passato da esponenti di diverse parti politiche.
In questo quadro, il Parlamento – strettamente legato al premier e da questi fortemente condizionato – perde ogni residua pretesa di centralità per divenire elemento subalterno e servente del blocco istituzionale formato dal presidente del Consiglio e dalla sua maggioranza (in evidente continuità con l’opera di riduzione del peso politico e di svilimento del ruolo delle assemblee parlamentari già condotta a uno stadio assai avanzato dalle leggi elettorali e da prassi politiche consolidate degli ultimi decenni). Anche in questa decisa svalutazione del ruolo del Parlamento si avverte l’eco della cultura politica della destra missina. Se per ridimensionare il ruolo delle assemblee parlamentari negli anni ‘70 e ‘80 la destra postfascista proponeva, in polemica con la partitocrazia, un Parlamento composto per metà da politici eletti dal popolo e per l’altra metà di rappresentati eletti dalle categorie professionali, oggi gli eredi di quella tradizione possono realizzare i loro obiettivi assecondando i processi già in atto di marginalizzazione delle Camere e rendendo la maggioranza parlamentare docile massa di manovra di un premier direttamente eletto dal popolo.
Un ulteriore tratto, per così dire genealogico, della politica istituzionale oltranzista e revanscista del Governo Meloni sta nella volontà di rimodellare, sconvolgendolo profondamente, il governo autonomo della magistratura, affidandone la composizione al “sorteggio” dei componenti togati di due Consigli Superiori separati per giudici e pubblici ministeri e del nuovo giudice dei magistrati, l’Alta Corte disciplinare. La proposta del sorteggio mira a riportare la magistratura italiana allo status originario di corporazione indifferenziata sotto il profilo ideale, unita solo da elementari interessi materiali e professionali. Un risultato che si intende ottenere impedendo, grazie alla cecità del sorteggio, che negli organi di governo autonomo delle magistrature giudicante e requirente possano esprimersi e riflettersi, in conseguenza del voto, le diverse visioni della giurisdizione e la pluralità di culture istituzionali presenti nei diversi gruppi associativi operanti in seno all’associazione nazionale magistrati. Gruppi che vengono rappresentati – in termini propagandistici e contro la verità storica – come una realtà negativa da cancellare per liberare dal loro influsso, nefasto e clientelare, i magistrati italiani. Quello che qui preme illuminare è un profilo della questione “sorteggio”, non a tutti noto e quasi mai ricordato nei dibattiti sulla riforma costituzionale della magistratura. Parliamo della paternità della proposta del sorteggio per il CSM che appartiene a Giorgio Almirante – iil primo a proporlo nella storia repubblicana – e si iscrive organicamente e coerentemente nel progetto di “Nuova Repubblica” coltivato dal Movimento Sociale Italiano e dal suo leader a partire dagli anni ‘70 del secolo scorso. Nella relazione della proposta di legge d’iniziativa dei deputati Almirante ed altri, recante «Modifica degli articoli 104,105,107 della Costituzione sulla funzione giurisdizionale» (C. 3568 del 23 luglio 1971) si leggeva che l’art. 101 della Costituzione che stabilisce che i giudici sono soggetti soltanto alla legge «è stato violato attraverso la cosiddetta interpretazione evolutiva» e che «nella realtà […] sono germinate divisioni, correnti, organizzazioni plurime, ormai diventate strumenti indispensabili ed insostituibili per il concorso all’elezione nell’altissimo organo». La soluzione ideale e per così dire finale per ovviare alla degenerazione del correntismo era – per Almirante e i suoi sodali – quella di vietare ai magistrati non solo di appartenere a partiti politici ma anche «ad associazioni di categoria» come previsto nella proposta di legge n. 2234 del 22 gennaio 1970 presentata alla Camera dai deputati del MSI, Romeo e Manco. Ma intanto, in attesa dell’introduzione dell’auspicato divieto – proseguiva la relazione alla proposta di legge – «appare opportuno introdurre nel Consiglio Superiore della magistratura […] magistrati di nomina non elettiva ed a tal fine la soluzione più valida appare quella del sorteggio tra alcune categorie di magistrati». Al Consiglio Superiore della magistratura dovevano poi essere sottratte – sempre secondo Almirante e i deputati del MSI – le funzioni di giudice disciplinare da attribuire alle Sezioni Unite civili della Corte di cassazione. Dunque, «le stesse cose ritornano» sia pure con qualche variante e in un diverso contesto e questa continuità ideale e programmatica tra Giorgio Almirante e Giorgia Meloni, tra l’MSI degli anni ‘70 e ‘80 e la destra odierna, è francamente inquietante.
Come tutti hanno potuto constatare, nella prima parte della legislatura, il Governo Meloni ha scelto di utilizzare il diritto penale come lo strumento principe per governare il disagio e il conflitto sociale e per fornire la “sua” risposta alla domanda di sicurezza dei cittadini. Non si è trattato però della classica riedizione di una generalizzata politica di law and order propria di un governo di destra ma di una operazione più sofisticata che ha usato il diritto penale con grande flessibilità per inviare messaggi diversi a particolari settori della popolazione, a categorie professionali, a segmenti delle istituzioni. Con la depenalizzazione del reato di abuso di ufficio, la modifica della fattispecie del traffico di influenze e la moltiplicazione di reati della marginalità e della protesta sociale è stata tracciata la prima e fondamentale linea di demarcazione nell’iniziativa penale dell’esecutivo. Parliamo della netta cesura tra un orientamento di indulgenza verso illegittimità, abusi e devianze dei detentori del potere e una posizione di rigore estremo, a tratti parossistico, nei confronti della marginalità sociale, dei reati di strada e di tutte le forme di azione politica e sociale che fuoriescono dai binari della più stretta legalità formale. Per un verso, dunque, come ha scritto Alessandra Algostino «un diritto speciale dell’amico, declinato in senso classista e autoritario» che attua la depenalizzazione dei reati dei colletti bianchi e introduce tutele privilegiate per le forze di polizia, così veicolando «l’immagine dello Stato come autorità». Per altro verso, un diritto speciale del nemico, che criminalizza dissenso e disagio sociale e individua nello straniero il «nemico per antonomasia». Diritti speciali che si pongono, entrambi, ad una distanza “siderale” dalla Costituzione promuovendo una lunga serie di mutamenti istituzionali: «dalla democrazia conflittuale allo stato autoritario; dallo stato sociale allo stato penale; dalla sicurezza come terreno di garanzia dei diritti alla sicurezza come ordine pubblico; dall’emancipazione alla criminalizzazione; dall’inclusione alla espulsione; dalla partecipazione effettiva all’obbedienza all’autorità; dall’orizzonte aperto del pluralismo alla logica identitaria escludente del nemico» (www.questionegiustizia.it/articolo/i-diritti-speciali-del-nemico-e-dell-amico-un-diritto-penale-contro-la-costituzione). Se l’autoritarismo e l’antitesi alla Costituzione sono i tratti di fondo della politica penale del Governo, l’esplosione del diritto penale dell’ultimo triennio mira a rispondere anche ad esigenze “politiche” più contingenti ed assolve allo scopo di rinsaldare legami con aree delle istituzioni e della società. Su questa linea si colloca lo smaccato tentativo di fidelizzare e politicizzare le forze di polizia (oltre che le forze armate e i vigili del fuoco) grazie all’aumento dei poteri ad esse attribuiti ed alla previsione di norme speciali di tutela e di particolari privilegi (www.questionegiustizia.it/articolo/criminalizzazione-attivisti). I detentori del monopolio della forza vengono faziosamente invitati a vedere nelle destre i loro veri ed unici protettori di contro a un’opposizione politica sistematicamente collocata dalla parte dei violenti, degli agitatori e dei criminali di strada e a una magistratura insensibile ai problemi operativi, alle difficoltà ed ai rischi di poliziotti e carabinieri e pronta ad incriminarli alla minima deviazione.
Ultimo profilo sul quale richiamare l’attenzione è il costante richiamo della presidente del Consiglio all’idea di nazione ed ai suoi elementi essenziali: l’identità di etnia, di lingua, di cultura, di costumi. In una parola il riferimento al “nazionalismo”, declinato nelle forme ritenute più adatte alle attuali aspirazioni ed in special modo alle ansie ed alle inquietudini degli Italiani. È interessante notare che – entrando in contatto con l’incandescente problema dell’immigrazione – l’ideologia nazionalista, fortemente presente nel patrimonio genetico di Fratelli d’Italia come diretta eredità del MSI, ha progressivamente mutuato molti dei caratteri propri del “nativismo”, cioè dell’ideologia che assegna una indiscussa primazia alla “nazione” intesa come l’insieme dei membri di un gruppo autoctono e considera «gli elementi non autoctoni (persone e idee) […] fondamentalmente minacciosi per l’omogeneità dello Stato nazionale» (così C. Mudde, Populist Radical Right Parties in Europe, Cambridge, Cambridge University Press). Se le mirabolanti e impraticabili promesse di risolvere il problema dell’immigrazione clandestina attraverso un fantomatico “blocco navale” si sono subito rivelate una serenata elettorale per i gonzi e sono state rapidamente accantonate e messe nel dimenticatoio, il fondo melmoso di un nazionalismo venato di nativismo è rimasto ad impedire una seria politica dell’immigrazione, suggerendo soluzioni ottusamente rigide ed esclusivamente connotate da pregiudiziali atteggiamenti di rifiuto e di ostilità.
Alla luce dei profili sin qui esaminati la pretesa moderazione del Governo Meloni si rivela una cortina fumogena destinata a dissolversi rapidamente. Traendo diretta ispirazione dalla cultura della destra missina il Governo Meloni si sta attivamente adoperando per imprimere una curvatura illiberale ed autoritaria al quadro istituzionale del Paese. In questo contesto, la dichiarata accettazione del metodo democratico convive con l’avversione verso i tratti propri della democrazia liberale, come il rigoroso rispetto della separazione dei poteri, la tutela dei diritti delle minoranze e la salvaguardia dello Stato di diritto.
Una più ampia analisi di questi temi, corredata di note di riferimento, è pubblicata in Questione giustizia online (www.questionegiustizia.it/articolo/estremismo-istituzionale)
