L’Europa si trova oggi sotto una pressione commerciale senza precedenti. La recente lettera inviata da Washington all’Unione Europea – dazi del 30% su prodotti chiave come acciaio, automotive, componentistica e agroalimentare – rappresenta una sfida diretta, che mette in discussione le regole multilaterali del commercio, destabilizza le catene di valore consolidate e obbliga Bruxelles a scegliere tra subire passivamente o rilanciare una strategia di autonomia economica e geopolitica.
I dati più recenti confermano il peso dell’Unione Europea nel commercio con gli Stati Uniti: nel 2024 l’UE ha esportato merci per un valore di oltre 530 miliardi di euro, mantenendo un surplus commerciale di quasi 200 miliardi. Ed è proprio questo squilibrio – almeno a parole – che avrebbe alimentato la politica protezionista americana, che ora rischia di colpire duramente settori industriali vitali per l’Europa. La Bundesbank tedesca ha segnalato la concreta possibilità di una recessione nel 2025, a causa del calo delle esportazioni verso gli USA e dell’incertezza che grava sugli investimenti, in Germania e non solo.
Quello che Trump fa finta di non vedere, però, è che il deficit commerciale, per gli Stati Uniti, è una condizione funzionale, non patologica. Un privilegio, non una condanna. Gli USA sono l’unico paese al mondo che può permettersi di vivere «al di sopra dei propri mezzi». Il motivo? Il dollaro. Essendo la valuta di riferimento negli scambi internazionali (la dedollarizzazione ha compiuto finora solo passi simbolici), il biglietto verde garantisce agli Usa un vantaggio strutturale: possono pagare ciò che importano con una moneta che essi stessi creano. Non hanno bisogno di accumulare riserve, né di compensare i disavanzi con esportazioni. Certo, la situazione di oggi non è quella di vent’anni fa. Il dollaro è più debole rispetto al passato, ma la dedollarizzazione dell’economia mondiale è tutt’altro che alle porte. Viene da pensare, quindi, che dietro la strategia del tycoon ci siano ragioni diverse, tra cui la stessa difesa dell’egemonia del biglietto verde attraverso il ricatto. Anche perché, se proprio il problema fossero l’industria americana, i posti di lavoro, la classe operaia, lo sguardo della Casa Bianca dovrebbe essere rivolto verso Wall Street, piuttosto che verso il vino francese, l’abbigliamento italiano, i tessuti cinesi. È l’iperfinanziarizzazione dell’economia che ha distrutto la manifattura americana. La soluzione sarebbe quindi meno bolle speculative, più programmazione industriale e investimenti. Ma Trump e la sua cerchia non pare che abbiano molta voglia di percorrere questa strada. Anche perché del problema sono parte integrante, con i loro stratosferici e inconfessabili interessi.
Bruxelles ha risposto a questa aggressione cercando una mediazione. Un negoziato, che però mette in evidenza il rapporto di forza sbilanciato a favore degli Stati Uniti che, con un PIL superiore ai 26 mila miliardi di dollari e un sistema militare e tecnologico di prim’ordine, impongono regole spesso a senso unico. Ne è prova il fatto che, sempre gli Usa, hanno imposto ai paesi europei di triplicare la propria spesa per armamenti. Che significa spesa per comprare armi americane. E di accollarsi l’onere della guerra per procura contro Mosca. E gli europei hanno risposto “signor sì!”, disciplinatamente. A dimostrazione di come la partita vada ben oltre i surplus commerciali.
A complicare il quadro, poi, c’è la dinamica globale in atto. Dentro la quale l’Europa gioca un ruolo marginale, avendo scelto di sottostare ai diktat del suo ingombrante e tirannico alleato, rinunciando in questo modo a grandi opportunità commerciali, dopo aver rinunciato agli approvvigionamenti di materie prime energetiche russe a basso costo, con impatti nefasti sulla competitività delle sue imprese. I BRICS, con l’ingresso di Indonesia, Egitto, Etiopia, Iran e Emirati Arabi, rappresentano un blocco che raccoglie il 50% della popolazione mondiale e quasi il 40% del PIL globale (a parità di potere d’acquisto). Questi paesi puntano a costruire un’alternativa al dominio occidentale, spingendo per la dedollarizzazione delle transazioni internazionali e il rafforzamento delle valute locali, supportate anche da riserve in oro e accordi bilaterali. Certo, il processo di dedollarizzazione rimane ancora rallentato. Nonostante gli sforzi, le banche centrali di questi paesi mantengono una quota significativa delle riserve in dollari e titoli di Stato americani, riflettendo una dipendenza strutturale che non si supera facilmente nel breve periodo (il motivo per cui i deficit della bilancia commerciale sono un aspetto secondario nella crociata di Trump). La Cina, principale artefice di questa strategia, ha ampliato l’uso del renminbi, ma la sua quota nelle riserve valutarie mondiali resta sotto il 10%, mentre il dollaro conserva oltre il 58%. Nondimeno, quello che i Brics esprimono è un mondo che cresce economicamente, che ha davanti a sé grandi prospettive di sviluppo. Un mondo con cui l’Europa farebbe bene a relazionarsi più proficuamente.
Ma è proprio quello che gli americani aborriscono. Come ieri aborrivano il rapporto funzionale tra manifattura europea e gas russo. La strategia commerciale americana, infatti, si inserisce in un contesto di competizione globale molto più ampio, che intreccia questioni di supremazia tecnologica, controllo delle catene di approvvigionamento e alleanze geopolitiche (in questo c’è una sorta di continuità con la strategia di Biden e dei democratici, cambia solo il metodo). L’uso dei dazi è uno strumento per riaffermare la posizione degli Stati Uniti nel sistema globale, insomma, e l’Europa ne sta subendo le conseguenze peggiori (diversa la situazione in Cina, dove il Pil è cresciuto del 5,2% nel secondo trimestre rispetto all’anno precedente, battendo tutte le stime degli economisti). Crescita stagnante, divisioni interne sulle politiche fiscali e militari, dipendenza tecnologica ed energetica, produzione industriale in ritirata, perdita di competitività: il quadro è preoccupante e senza una strategia unitaria che punti sull’innovazione, sul rafforzamento del mercato interno, ma soprattutto sull’apertura al blocco dei BRICS, l’Europa rischia di rimanere schiacciata nello scontro titanico tra potenze in declino e potenze emergenti.
Naturalmente, la strategia di Trump non è esente da rischi. Questa guerra commerciale non è a senso unico. L’Unione europea non è solo un esportatore netto di automobili o vini pregiati: è soprattutto, per l’economia americana, un fornitore essenziale di componenti elettronici, semilavorati, strumentazioni meccaniche, prodotti chimici e farmaceutici. Secondo i dati del Dipartimento del Commercio Usa, nel 2024 le importazioni americane dall’Ue di beni intermedi hanno superato i 280 miliardi di dollari. Di questi, circa 95 miliardi riguardano prodotti chimici e farmaceutici (inclusi medicinali), 68 miliardi attengono a macchinari e componentistica, e oltre 30 miliardi a parti e accessori per l’industria automobilistica e aerospaziale. E l’Italia? Basta dire che alcuni modelli Tesla montano dischi e pastiglie che vengono dalla Lombardia. Imporre un dazio del 30% su queste voci significa colpire anche la manifattura americana. Che potrebbe veder lievitare i costi di approvvigionamento, perdendo competitività e posti di lavoro, riducendo i margini di profitto. Ma l’Europa, con le sue leadership imbelli, è in grado di valorizzare questi punti di forza? Al momento non pare proprio. In ogni caso, siamo solo all’inizio. All’inizio di una transizione disordinata i cui esiti, a questo punto, sono davvero imprevedibili. E siccome la questione non è solo di merci che si vendono o si esportano, né di sole bilance dei pagamenti, ma, come dicevamo, di potere nelle gerarchie politiche, economiche e finanziarie globali, il rischio più grave è che la guerra economica tracimi in una guerra vera e propria. I «pezzettini», d’altra parte, piano piano si stanno pericolosamente componendo.
