Luigi Pandolfi, laureato in scienze politiche, giornalista pubblicista, scrive di politica ed economia su vari giornali, riviste e web magazine, tra cui "Il Manifesto", "Micromega", "Economia e Politica", "Alernative per il socialismo". Tra i suoi libri più recenti: "Metamorfosi del denaro" (manifestolibri, 2020).

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Chi paga i costi della guerra in Iran?

La guerra in Iran è il sintomo della crisi di un sistema che fatica a produrre profitti senza erodere le basi materiali del benessere. Il debito pubblico limita ogni margine di intervento, mentre la spesa militare continua a crescere. Ma finché essa resterà una leva centrale della politica economica, i conflitti tenderanno a moltiplicarsi. E il prezzo, ancora una volta, lo pagheranno i ceti popolari: in Europa, in Italia, ovunque.

Rimettere a fuoco la Cina, oltre gli stereotipi

Un recente libro di Pino Arlacchi (“La Cina spiegata all’Occidente”) rimette in fila dati e prospettive, sottraendo la Cina agli stereotipi del dibattito occidentale. Si intrecciano, così, visioni del mondo e questioni come il funzionamento del potere politico e del sistema economico, la lotta alla povertà, la selezione della classe dirigente e via elencando. L’immagine che ne risulta è assai diversa da quella che ci viene raccontata.

Manovra 2026: verso un’economia di guerra

La legge di bilancio per il 2026 si caratterizza per l’assenza di una strategia di crescita e di redistribuzione. Non aumenta gli investimenti, non rafforza i redditi, non interviene sulle disuguaglianze. È finanziata da tagli lineari, condoni, misure temporanee. Consolida l’aumento della spesa militare e orienta risorse significative verso il settore della difesa e dell’industria bellica in un’ottica di economia di guerra.

Manovra 2026: armi e austerità

Dimenticate le promesse elettorali e le invettive di un tempo, oggi il Governo indossa l’elmetto e sacrifica welfare e salari. La manovra, da 18 miliardi di euro, è, infatti, in gran parte costruita su tagli alla spesa pubblica e su entrate una tantum. È la logica del rigore, tornata a dominare dopo la parentesi pandemica e la sospensione del Patto di stabilità. Salvo che per le armi. Per i missili, i cannoni, i carri armati, non ci sono vincoli di bilancio.

Dazi reciproci?

L’intesa siglata tra USA e UE (ma “siglata” davvero?), che introduce dazi del 15% sui beni europei esportati Oltreoceano (e fino al 50% su acciaio e alluminio), non racconta uno scambio tra pari. Racconta, piuttosto, la conferma di un assetto gerarchico che struttura da decenni i rapporti transatlantici: gli Stati Uniti impongono, Bruxelles obbedisce. Con l’Italia prima della classe, ovviamente in condotta.

Europa sotto assedio: non è solo una questione di dazi

I diktat di Trump sui dazi obbligano Bruxelles a scegliere tra subire passivamente o rilanciare una strategia di autonomia economica e geopolitica. L’Europa, infatti, è anche un fornitore essenziale per l’economia Usa e ha, dunque, carte da giocare. E, poi, ci sono aperture possibili alle economie emergenti dei Brics. Ma le imbelli leadership europee non sembrano in grado di giocare questa partita.

Dazi e controdazi, a rimetterci sono sempre i poveri

L’aveva promesso e l’ha fatto. Anzi, no. Tutto rinviato, tranne che per la Cina. Parliamo dei dazi di Trump, quelli che dovrebbero far tornare grande l’America. Il rinvio non è casuale perché le contromosse di Canada, Messico e Cina lasciano prevedere che la mossa di Trump non gioverà nemmeno all’economia americana. Ma intanto si è avviata una spirale pericolosa: e a pagare saranno, come sempre, i poveri.

Alla canna del gas

Aldilà del trionfalismo di facciata, l’inadeguatezza della legge di bilancio è conclamata: meno soldi agli enti locali, finanziamento insufficiente per sanità e istruzione, innalzamento dell’età pensionabile, nulla per compensare gli aumenti di luce e gas. I posti di lavoro in più sono quelli nei servizi, precari e sottopagati. In compenso cresce la spesa per armamenti e aumenta la sudditanza alle richieste degli Stati Uniti.