Recentemente è stato pubblicato in Italia il libro di Emmanuel Todd La sconfitta dell’occidente, che in Francia ha avuto un notevole successo di pubblico. Nella sua analisi geopolitica, che non è, tuttavia, l’oggetto di questa breve nota, Todd dichiara di adottare un approccio weberiano e scrive: «Abbandonerò l’ipotesi esclusiva di una ragione ragionevole e proporrò una visione più ampia della geopolitica e della storia». Coerentemente con questa dichiarazione di intenti, nel suo testo vengono sottolineati gli elementi ideologici e culturali: in particolare Todd si sofferma sul ruolo delle confessioni religiose, soprattutto delle chiese protestanti, e dell’influenza dei sistemi parentali e familiari.
La complessità della situazione politica, economica e sociale della fase attuale spinge molti autorevoli analisti a proporre, dunque, indagini che cercano di collegare i fattori strutturali, sostanzialmente economici, ma anche geopolitici con quelli più strettamente ideologici e culturali, all’interno di una visione non deterministica. Può, quindi, essere interessante ragionare su una questione rilevante che si è affacciata con prepotenza nell’ultimo anno, a proposito del conflitto tra lo Stato di Israele e la popolazione palestinese: il libro di Todd è uscito nel settembre del 2023 e quindi non tiene conto degli ultimi tragici sviluppi di quel conflitto.
Come sappiamo, qualunque osservazione critica verso la conduzione della guerra da parte del governo di estrema destra israeliano è stata tacciata di antisemitismo non solo dai leader israeliani, ma anche dai governi e dai media occidentali: nessuno è sfuggito a questa accusa infamante, dal segretario generale dell’ONU fino ai giovani studenti che, in tutto il mondo, hanno espresso la loro solidarietà alle decine di migliaia di vittime civili palestinesi. In Europa le affermazioni più radicali di totale sostegno alla gestione militare israeliana sono state fatte dalle forze politiche di estrema destra che, in molti casi, hanno radici ideologiche e culturali che affondano nel fascismo europeo e nel suo storico antisemitismo criminale. Come spiegare, allora, questa apparente contraddizione?
Secondo Manuel Disegni, l’antisemitismo politico moderno nasce nella prima parte dell’Ottocento, nella fase in cui si forma, dopo le rivoluzioni liberali, la nuova società borghese, che propone l’uguaglianza tra i cittadini, ma li divide e li contrappone in classi attraverso il nuovo sistema produttivo capitalistico. Nel suo libro complesso e impegnativo, Disegni descrive questa aporia della nuova società liberale attraverso lo studio del percorso intellettuale e di ricerca di Karl Marx. (Critica della questione ebraica. Karl Marx e l’antisemitismo, Bollati Boringhieri, 2024). La cultura europea, in particolare quella germanica, risolve la contraddizione tra le parole egualitarie e solidaristiche della Rivoluzione francese e la realtà di sfruttamento e di povertà determinata dalla produzione capitalista, individuando negli ebrei gli esponenti occulti dei poteri economici: essi impedirebbero, dunque, la piena realizzazione delle rivoluzioni borghesi e del loro messaggio di libertà e di uguaglianza. L’emancipazione degli ebrei, promossa da Napoleone nei primi anni del XIX secolo dal Baden, alla Sassonia, alla Prussia, fino alla Baviera, riconosce i pieni diritti di cittadinanza; ma la maggioranza della popolazione tedesca legge questa riforma democratica come l’imposizione di una potenza militare straniera. Questo risentimento legherà per più di un secolo l’anima e il destino antisemita a quello del nazionalismo tedesco.
Sono molti gli intellettuali tedeschi che nell’800 esprimono sentimenti e teorie antisemite; tra essi: Bruno Bauer, Ludwig Feuerbach, Wilhelm Marr. Le posizioni antisemite, come sappiamo, hanno una forma di consenso popolare molto ampia in Europa per tutto il secolo XIX e per la prima metà del secolo scorso fino alla tragedia della Shoah. Anche lo stesso socialismo utopistico di Proudhon in Francia o di Sombart in Germania individua negli ebrei una sorta di nemico potente e occulto del nascente movimento socialista. Contro tutte queste posizioni Marx, nel corso delle diverse fasi della sua vita e della sua maturazione intellettuale e politica, ha condotto una critica aspra e approfondita.
Ma che interesse può avere oggi rivangare nelle pieghe culturali e politiche di queste lontane fasi storiche? Se si accetta la tesi sostenuta da Manuel Disegni, secondo la quale, appunto, l’antisemitismo moderno nasce come risposta ideologica alle contraddizioni della nascente società borghese e della sua economia capitalistica, allora si può tentare di analizzare il contesto attuale, affatto diverso, in modo analogo.
La globalizzazione iniziata negli anni ’90 del secolo scorso con la caduta dell’alternativa “socialista” rappresentata dall’URSS, si era annunciata come un’era di pace e di benessere per il mondo intero. Oggi possiamo dire che in realtà essa esprimeva solo un livello più avanzato di imperialismo da parte del cosiddetto blocco occidentale, egemonizzato dagli Stati Uniti, grazie al loro potere militare e finanziario, fondato sul dollaro come moneta globale e sulla crescita del debito. Anche in Europa si era costruita un’idea ottimistica del processo di unificazione sempre più ampio, basato sull’egemonia economica tedesca e sulla stabilizzazione della situazione monetaria nel passaggio dal marco, come moneta di riferimento, all’euro. Ma dall’inizio del nuovo secolo, la crisi del modello globale determinata sul piano geopolitico dai conflitti tra gli USA e il mondo islamico (prima guerra in Iraq, attentato alle torri gemelle, guerre in Afghanistan, ancora in Iraq, in Libia e in Siria) e su quello finanziario dal collasso del 2008, ha portato a radicalizzare le differenze di reddito e sociali tra i diversi paesi e all’interno di ognuno di essi, negando il presupposto della globalizzazione come fine gloriosa della storia e piena realizzazione del benessere universale. Da questa crisi ha ripreso di nuovo forza l’idea degli stati nazione in contrapposizione al globalismo universalistico: le grandi organizzazioni internazionali come l’ONU e come l’Unione europea hanno perso rilevanza e potere, si sono riaperti conflitti militari in varie parti del mondo e la guerra si è riaffacciata anche in Europa e nel vicino Medio Oriente.
Oggi vediamo svilupparsi una crisi economica e geopolitica sempre più grave e minacciosa: nasce dunque da qui, forse, la contraddizione che porta larghi settori della società ad individuare i popoli che migrano verso “i paesi dell’ovest” come i responsabili di questa situazione, perché impoveriscono la società, perché sottraggono il posto di lavoro ai nativi, perché non si integrano nelle tradizioni e nelle culture occidentali. In Europa, in particolare, questa contraddizione investe gli immigrati islamici; mentre negli Stati Uniti la destra xenofoba se la prende soprattutto con l’immigrazione proveniente dal sud dell’America.
Il fascismo europeo, come espressione più radicale del nazionalismo reazionario, ha ripreso e cavalcato l’antisemitismo moderno dell’Ottocento, dopo la Prima guerra mondiale e la crisi politica ed economica successiva, portandolo alle estreme conseguenze della Shoah. Oggi ritorna in Europa un movimento nazionalistico che ha al suo interno il fascismo come espressione più radicale: questa volta, però, nella sua propaganda il nemico principale è l’immigrato, in particolare se islamico. Per questo i fascisti europei, che hanno sterminato milioni di ebrei nel secolo scorso, oggi, di fronte al conflitto israelo-palestinese sono fortemente filoisraeliani, mentre ancora cinquanta anni fa erano tradizionalmente filoarabi. All’interno dello stesso Israele, sta prevalendo un nazionalismo xenofobo e razzista, con punte di fascismo capaci di perseguire un vero genocidio della popolazione palestinese.
Paradossalmente, dunque, ma solo fino a un certo punto, il conflitto attuale tra palestinesi e israeliani, che si è sviluppato dall’ottobre dello scorso anno, segna il definitivo passaggio dall’antisemitismo politico moderno all’islamofobia attuale.

Grazie per l’articolo.
Vorrei aggiungere un’osservazione che mi auguro sia pertinente.
‘Islamofobia’ è una parola che viene utilizzata oggi quasi sempre a sproposito. In particolare, viene usata per delegittimare qualsiasi tipo di critica DI SINISTRA, quindi non razzista nè nazionalista, alla cultura religiosa espressa dal mondo islamico.
Sappiamo tutti che è un mondo vasto vario eterogeneo ecc.
Sappiamo altrettanto, però, che larga parte del mondo islamico (sia nei paesi originari sia fra gli immigrati) esprime posizioni decisamente antimoderne., in primo luogo rispetto a temi quali la libertà femminile, l’omosessualità, la libertà d’espressione ecc.
Ora: io sono comunista e non ho complessi di colpa coloniali. Mi sento in diritto, in nome dei miei principi di sinistra, di criticare anche con forza e con rabbia il mondo islamico. Così come critico il papa e i preti, posso criticare gli imam. Non è islamofobia: è illuminismo, é marxismo. L’islam e il velo (sì, il velo, lo vogliamo dire?) sono miei nemici non perché sono islamici, ma perché sono di destra. Sono il mondo contro il quale io lotto. Non è che mi debba piacere perché viene dagli oppressi.
E questo oggi non si può dire. Lasciamo ai fascisti la lotta per le donne iraniane, perché noi non lo possiamo dire, che l’islam è reazione, è Vandea.
Io lo trovo stupido e suicida.
Grazie.
Concordo: infatti nell’articoletto ho usato il termine islamofobia come forma di razzismo verso le popolazioni che appartengono all’area “geopolitica” islamica. La giusta critica agli aspetti reazionari, patriarcali e maschilisti presenti nell’Islam e in altre (tutte?) teorie religiose è altra cosa.