Utenti di tutto il mondo: unitevi!

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Il neolitico finisce in Iowa. Per raccontare la digitalizzazione è utile partire dall’Iowa, e dai suoi sconfinati campi di mais e soia. Siamo nel 2026, David Miller è uno dei tanti agricoltori che popolano il suo Stato. Lavora con un paio di colleghi in un campo di medie dimensioni, meno di un chilometro quadrato. Oggi fa bel tempo, e David inizia il suo mattino controllando dal telefono quali parti del terreno sono state seminate, quali irrigate, fertilizzate, e così via. I sistemi informatici confermano che è tempo di mietere una parte del raccolto, allora lui e i suoi colleghi salgono a bordo dei mezzi agricoli. Con la mietitrebbia seguono linee invisibili ma precise grazie ai sistemi integrati nel veicolo. La coordinazione è impeccabile. David è un contadino, un lavoro associato alla terra, alla tradizione, eppure in un modo o nell’altro si trova sempre alle prese con schermi touch e pulsantiere, accompagnato da software e cloud in ogni decisione, dalla semina alla vendita. Dopo la giornata di lavoro David torna a casa, controlla il telefonino per sapere come vanno le cose nel mondo. Si sente fiero, perché in un solo giorno di lavoro ha nutrito centinaia di persone, dentro e fuori dal paese, ed è grazie ai contadini come lui che gli USA sono oggi il terzo paese produttore e primo esportatore agricolo. Eppure, l’intero settore primario statunitense impiega appena l’1,6% della forza lavoro nazionale, circa una persona su 130. Un rapporto completamente opposto a quello a cui erano abituati i nostri antenati. Dal neolitico in poi, la quasi totalità dell’umanità ha vissuto coltivando, mantenendo in vita una ristretta élite di non-contadini. Forse ai loro occhi una persona come David Miller sembrerebbe un santo, sceso in terra per togliere le braccia dai campi e le teste dal sole, permettendo a tutti di nutrirsi senza più dover lavorare. Per David Miller, però, questa è la normalità. Nelle odierne società tecnologiche le grandi masse contadine sono rimpiazzate da pochissimi indispensabili lavoratori, potenziati da una fitta rete di interconnessioni digitali.

I robot minacciano Zhengzhou. Anche dall’altra parte del mondo la digitalizzazione avanza imperturbabile. Siamo in Cina, dove le grandi fabbriche lavorano instancabili rifornendo il mondo di prodotti di ogni tipo, dagli smartphone alle automobili, alle scarpe da ginnastica. Zhang Jing, operaia, vive a Zhengzhou da diversi anni. Ogni mattina si reca allo stabilimento della Foxconn dove si assemblano la maggior parte degli iPhone venduti globalmente. Il suo è un lavoro ad alta intensità di manodopera, perché Apple non si fida delle macchine per questa delicata fase. Gli operai sono più precisi, perciò una linea di montaggio come quella in cui lavora Zhang Jing è composta da più di mille persone. Nello stabilimento di Zhengzhou quasi cento linee lavorano in parallelo. Confrontandosi con i colleghi, Jing scopre che la Foxconn sta testando dei robot con l’intenzione di dimezzare il numero di dipendenti. Apple ha espressamente chiesto a Foxconn di implementare una maggiore automazione in seguito a violenti scontri tra lavoratori e polizia nel 2022. Quando Zhang Jing torna a casa è preoccupata. Se dovesse perdere il posto a causa dei robot, non sa cosa potrebbe inventarsi. Mentre si addormenta pensa al settore delle consegne. Correre fra gli scaffali di un minimarket comandata a bacchetta da un’app, in piedi tutto il giorno. Non sarebbe un miglioramento. E poi, chi le assicura che non inventeranno un robot per fare anche quello?

La fuga del lavoro- In Occidente abbiamo perso in pochi decenni milioni di lavori nel settore secondario, in buona parte a causa della grande fuga del lavoro manuale verso oriente iniziata negli anni ‘80. Col senno di poi, la fuga del lavoro ha causato un indebolimento delle masse lavoratrici, gettando la sinistra in una crisi cronica e permettendo alle élite di smantellare le tutele e i sistemi di redistribuzione costruiti nel dopoguerra. Buona parte dei lavori in fuga si è rifugiata proprio in Cina, dove oggi la produzione industriale supera a quella di Stati Uniti, Germania, Giappone e India messi insieme. Eppure, qualcosa di incredibile sta accadendo. In Cina il lavoro non ha trovato casa, bensì un precario rifugio. Infatti, nonostante il tasso di crescita del settore secondario cinese si assesti attorno al 5% annuale, la popolazione impiegata è scesa in termini sia assoluti che relativi dopo un picco nel 2010. Non tanto perché la produzione stia fuggendo verso altri paesi, come per India o Vietnam, ma perché la Cina si sta robotizzando. Oggi circa il 32% dei lavoratori cinesi è impiegato nel settore secondario, un numero in lento declino. Forse ci vorrà molto tempo perché questo si assesti alle bassissime percentuali del settore primario statunitense, ma la tendenza e le tecnologie aprono la strada a questa nuova normalità.

Asimmetria di potere nelle società tecnologiche. Le storie di David e Jing suggeriscono che i tempi delle rivoluzioni comuniste di operai e contadini si sono conclusi non per mancanza di volontà, ma per assenza di organico. La solidarietà che si generava dalla condivisione degli spazi e delle condizioni di lavoro non si replica nel settore terziario, caratterizzato da complessità, precarietà e parcellizzazione delle mansioni. Mancando la condivisione dell’esperienza, non può più emergere un movimento di massa fondato sul lavoro. Al contrario, è la digitalizzazione a costituire la nuova l’esperienza condivisa, sia nei suoi aspetti positivi, come nuove opportunità economiche e di interazione sociale, sia in quelli negativi, come la manipolazione da parte degli algoritmi. Questa esperienza ruota intorno alle trasformazioni del capitale digitale, dove i dati informatici sono materia prima e i software mezzi di produzione. Un percorso che supera il rapporto di classe basato sul lavoro. I nuovi padroni del capitalismo, infatti, non vivono di operai sfruttati, ma di un legame tra Stato e capitale che si nutre di società sempre più informatizzate da cui estrarre dati [Zuboff, Capitalismo della sorveglianza, 2019], essenziali per manipolare il comportamento collettivo [Varoufakis, Tecnofeudaleismo. Cosa ha ucciso il capitalismo, 2023]. Mentre come cittadini e utenti viviamo questa trasformazione inconsapevolmente o involontariamente, salvo per piccole bolle di digitale alternativo, big-tech e tecno-stati [Gerbaudo, 2025] agiscono in modo intenzionale e organizzato, coalizzandosi quando serve e trattando il popolo come un’unica grande collettività da sfruttare. Eppure, c’è un paradosso evidente: senza le masse di utenti che inconsapevolmente alimentano il sistema delle piattaforme, la capacità estrattiva e persuasiva del capitale digitale non esisterebbe. Come mai allora gli utenti non hanno voce in capitolo nel determinare come i dati e i loro frutti vadano distribuiti una volta accumulati?

Tutto il potere agli utenti! È difficile convincere le persone che sia giusto meritarsi i dividendi di un’economia in cui non percepiscono di contribuire attivamente. Con l’automazione digitale entriamo in un mondo che non deve più ricorrere al lavoro per soddisfare gran parte delle necessità [Ferraris, Comunismo Digitale, 2025], eppure proprio il lavoro giustificava le rivendicazioni operaie e contadine del passato. Come superare questo retaggio, per reclamare il diritto a godere del progresso senza doverselo meritare con la fatica [Lafargue, Il diritto all’ozio, 1880]? E poi, a chi affidare la responsabilità politica di un’eventuale redistribuzione digitale? Il dilemma si può risolvere riconoscendo il ruolo politico, economico e sociale degli utenti digitali, ovvero di tutti quegli umani che, grazie al desiderio di informatizzarsi diventano, consapevolmente o meno, il cuore della macchina economica digitale. In questo modo, compongono una massa coesa in cui tutti i membri condividono caratteristiche simili di attivazione (desiderio di digitalizzarsi) e di sfruttamento (estrazione di dati, influenza). Raccontando l’appartenenza a questa massa è possibile spingere verso un senso di identità che potrebbe ispirare un movimento ampio con aspirazioni concrete. A questo percorso di autoconsapevolezza si può dare il nome di “userismo”, da user, utente [Baus, Pisani, A userist flyer, 2024]. È importante sottolineare che l’analisi proposta non è individualista: i diritti informatici in chiave liberale sono già stati rivendicati senza notevoli risultati economici [Barlow, A Declaration of the Independence of Cyberspace, 1996]. È a livello collettivo che va riconosciuto agli utenti un ruolo sociale ed economico indispensabile, al fine di permettere un’organizzazione altrettanto collettiva. La convinzione dell’userismo è che se gli utenti si riconoscessero come gruppo sarebbe per loro facile organizzare, rivendicare e reindirizzare il proprio potere economico per controbilanciare le compagnie tecnologiche. Sfruttando la massa critica e l’indispensabilità della loro partecipazione per il funzionamento delle piattaforme, potrebbero ottenere i benefici oggi riservati solo a governi e bilanci aziendali, ricavando risorse sufficienti per superare i problemi della digitalizzazione (come l’automazione) e distribuire benessere fra tutti. La criticità sta nel convincere gli utenti della loro importanza, e nell’immaginare richieste politiche concrete, senza rifugiarsi nella falsa promessa di privacy o di diritto alla disconnessione, per appropriarsi di quei sistemi di utilizzo dei dati sfruttandone appieno il potenziale a beneficio di tutti, sotto il controllo di tutti.

Gli autori

Renato Pisani

Renato Pisani è laureato in relazioni internazionali presso l'Università di Torino. Si interessa principalmente di digitale e di Cina.

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One Comment on “Utenti di tutto il mondo: unitevi!”

  1. credo ci siano aspetti importanti che distinguono occidente da Cina, come pure una struttura della societa in classi. oramai in occidente quasi nessuno parla di classi sociali, il modo peraltro piu efficacie per evitare lo scontro sociale, come avveniva nel Ventennio quanto gli interessi dell operaio “coincidevano” con quelle dell imprenditore.
    gli enormi cambiamenti nella struttura del lavoro ci sono anche in Cina, forse molto piu che qua, AI é gia entrata massicciamente a farne parte. tuttavia, negli ultimi 20 anni gli stipendi in Cina aumentano del 8% annuo medio, a fronte di un impoverimento sempre piu diffuso in occidente, eccetto per alcune categorie di autonomi e di imprenditori e le elite che tengono in essere questo sistema.
    questo avviene in Cina perche lo Stato interviene nei rapporti di redistribuzione del PIL. in occidente, lo Stato é oramai relegato dal mercato a questioni marginali, sta fuori dai processi regolatori, gli stipendi crollano in termini reali, esattamente come vuole il capitale (che avverebbe anche in Cina senza la tutela dello Stato).
    “utenti di tutto il mondo unitevi” suona affascinante, ma ha poco senso in termini di sociologici: gli utenti non sono affatto tutti uguali, appartengono a classi sociali diverse, fra loro anche contrapposte. ovvero chi trae benefici da AI e chi ne ha i costi (licenziamenti). le classi sociali di cui non va piu di moda parlare, appunto

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