Riccardo Barbero ha militato in diverse organizzazioni politiche e sindacali della sinistra. Attualmente pensionato anche dal punto di vista politico. Collabora con i siti workingclass.it e vll.staging.19.coop
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È uscito a marzo il numero 30 della rivista trimestrale “Jacobin Italia”: con una bellissima copertina colorata e il titolo “Socialism for future”. L’uso dell’inglese nel titolo va riccollegato al fatto che il termine “socialismo” è negli Stati Uniti più popolare che in Europa. In ogni caso il fascicolo ne tocca molteplici aspetti, con l’auspicio che il dibattito si estenda agli errori del passato e alle prospettive del futuro.
Per trasformare in senso socialista la realtà, occorre capire cosa è andato storto in passato. Muove da queste premesse l’analisi del sociologo Erik Olin Wright, che propone l’avvio di processi di erosione del sistema dominante con pratiche alternative capaci, nel tempo, di diventare egemoni nella vita degli individui e delle comunità.
Mentre negli USA sono in molti a dirsi socialisti, nella politica europea tale definizione non è più di moda. Il fatto è che non si può parlare di socialismo senza fare i conti col doppio fallimento dell’esperienza sovietica e della socialdemocrazia, mentre il tema è, oggi, come utilizzare le istituzioni per controllare e governare il sistema economico.
L’Europa, con 2milioni e 670mila militari, è la parte più militarizzata del mondo. La sua spesa militare, cresciuta di più del 50% dal 2014, si accinge ad aumentare ancora. Per rilanciare l’economia, si dice. Ma i piani di riarmo dei singoli paesi favoriranno solo la crescita delle industrie belliche americane con scarso effetto sulla nostra economia.
In poco più di 30 anni il mondo ha cambiato volto. All’egemonia degli Stati Uniti è seguito un nuovo ordine mondiale: l’Occidente si è ritagliato un ruolo essenzialmente finanziario, l’Asia è diventata la fabbrica del pianeta, la Cina si è imposta come prima potenza economica, cresce il peso dei paesi emergenti e l’Europa, indebolita e stregata dall’islamofobia, guarda sempre più a destra. Difficile prevedere cosa accadrà ancora.
Il passaggio dall’antisemitismo moderno all’islamofobia avviene, al di là delle apparenze, all’insegna della continuità. Il primo nasce a inizio ‘800 come ricerca di un capro espiatorio per le contraddizioni della nascente società borghese. Non diversamente, oggi, i popoli che migrano (e gli islamici in particolare) sono individuati da ampi settori della società, pur senza fondamento, come responsabili della crisi economica.
Dopo tre anni, l’impresa sociale dei lavoratori della ex GKN può iniziare la produzione. A ritardarla sono l’inerzia dello Stato e della Regione e le speculazioni della proprietà. Ancora una volta dovrà essere il protagonismo dei lavoratori a sostituire l’incapacità della politica e la ricerca esclusiva del profitto di sedicenti imprenditori.
Impegnarsi nei partiti collocati più a sinistra o radicarsi nel territorio per stimolare la nascita di nuove lotte sociali? Forse bisogna ragionare su tempi più lunghi di quelli elettorali e muoversi sapendo che saranno le lotte sociali e il conflitto culturale, collegati tra loro, a creare le condizioni di un efficace rapporto tra rappresentati e rappresentanti e con la politica a livello istituzionale.
Un tempo, nel secolo scorso, il “Corriere della Sera” e i suoi editorialisti erano considerati, anche a sinistra, un riferimento ineludibile in quanto rappresentativi del punto di vista del capitalismo italiano. Oggi non è più così. Su tutte le principali questioni internazionali e nazionali, nel “Corriere” dominano contraddizioni e confusione. Ma qualche seguito resta: in alcuni lettori ancorati al passato e nella destra di governo.
A cent’anni dalla morte di Lenin e alla luce dell’esperienza storica, è importante superare la mummificazione del suo pensiero e riprendere le fila del confronto, aperto già nella seconda metà dell’800, tra l’idea di un socialismo costruito dall’alto, attraverso la conquista dello Stato, e il progetto di transizione al socialismo attraverso l’immissione, all’interno della società capitalistica, degli embrioni di quella futura.