Le migrazioni e la falsa coscienza dell’Occidente

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Le politiche perseguite dall’Occidente, nei confronti di quella che è diventata l’emergenza migrazioni, si fondano su una profonda alterazione della verità. Non prendono in considerazione che le cause delle migrazioni sono determinate, in massima parte, dalle politiche che l’Occidente ha perseguito per secoli e continua a perseguire nei confronti dei paesi da cui partono i flussi. I flussi migratori vanno osservati su scala globale. La maggior parte avviene all’interno dei continenti che ospitano le popolazioni migranti. Chi emigra fugge da condizioni di vita drammatiche che non consentono ipocrite distinzioni. I fenomeni sono così intrecciati che non ha alcun senso distinguere tra coloro che abbandonano scenari di guerra e coloro che cercano condizioni economiche migliori. Oggi, inoltre, gran parte fugge da disastri climatici la cui responsabilità ricade unicamente sui paesi ricchi. Secondo il Global Report on Internal Displacement, nel 2022 vi sono stati 32,6 milioni di sfollati interni. Si stima che, in futuro, il 40% della popolazione mondiale potrebbe subire degli shock climatici e che i fenomeni migratori interesseranno 250 milioni di persone. La crisi climatica, beffardamente, si ripercuote soprattutto sui paesi in via di sviluppo, ossia quelli che meno hanno contribuito a generarla. Ma i disastri climatici sono solo l’ultima fase di un percorso che inizia agli albori dell’era moderna.

L’Occidente capitalista ha potuto prosperare grazie al furto di risorse naturali e vite umane che permettevano l’accumulazione di capitale. È una storia che comincia con il genocidio delle popolazioni latinoamericane e il furto dei loro metalli preziosi, prosegue con l’occupazione di territori, con la tratta degli schiavi che ha reso possibile la rivoluzione industriale inglese (dietro Manchester, c’è il Mississippi), con la creazione di imperi coloniali; una storia che prosegue in era post-coloniale. Il colonialismo, che prima era imposto con le armi, oggi si riproduce attraverso strumenti finanziari. Le politiche di aggiustamento strutturale e di risarcimento del debito, imposte da Banca Mondiale e Fondo Monetario Internazionale, così come gli accordi commerciali sottoscritti da attori che non hanno lo stesso potere contrattuale, sono una continuazione della politica coloniale con altri strumenti. Gheddafi, l’ex leader della Libia, sintetizzava il colonialismo ricordando che, nonostante la Libia fosse una terra ricca, i libici erano una popolazione povera. Tale constatazione può essere estesa a gran parte dell’Africa e non solo.

La colonizzazione non è stata solo sfruttamento di risorse, ha annientato tradizioni e culture, ha mutato l’autopercezione che i popoli sottomessi avevano di loro stessi. Il concetto di sottosviluppo è figlio della cultura occidentale, estraneo alla maggior parte delle tradizioni del Terzo Mondo. La prima ferita inferta a tali popolazioni è stata culturale, modificandone la coscienza e trasformandoli in popoli inferiori perché non sviluppati secondo i canoni del capitalismo occidentale. Si pensi alla retorica razzista del fardello dell’uomo bianco, chiamato a civilizzare ed elevare le condizioni di popoli selvaggi. Ma la cosiddetta civilizzazione, lungi dal migliorare le condizioni di quei popoli, creava i presupposti di una nuova e perenne povertà. Se consideriamo i secoli di furto, sfruttamento, schiavitù, depredazione, distruzione dei sistemi economici e sociali tradizionali, inquinamento perpetrati dal mondo sviluppato nei confronti dei paesi in via di sviluppo, a cui aggiungiamo i disastri climatici indotti dai paesi ricchi, allora dovremmo riconsiderare profondamente le dinamiche del debito. Nei secoli, infatti, il mondo ricco ha contratto un debito coloniale enorme nei confronti dei paesi in via di sviluppo e sta continuando ad alimentare tale debito con le attuali forme di neocolonialismo. L’Occidente può disconoscere le proprie responsabilità e il proprio debito solo continuando nell’esercizio della violenza.

Il razzismo e il culto della morte sono alla base di metodiche che il capitalismo ha reiterato per secoli e che continua ad alimentare. Il capitalismo non solo pratica la morte attraverso lo sfruttamento di risorse e persone, ma la pone anche come orizzonte più che probabile, minacciando la stessa sopravvivenza del genere umano a causa della crisi climatica che genera. Qualcuno parla in tal senso di necrocapitalismo, evidenziando la dipendenza del sistema da genocidio e colonialismo, al fine di sviluppare forme più acute di espropriazione e assoggettamento della vita al potere della morte (Jack Bratich, Microfascismo. Genere, guerra, morte). Con il successo crescente delle destre fasciste, diventa palese quella violenza che il liberalismo tende a nascondere. Il colonialismo insediativo di matrice fascista perpetrato da Israele è solo l’epifenomeno eclatante di un sistema di disconoscimento e annichilimento dell’altro che il capitalismo persegue, su base razziale, a livello globale.

L’Italia non è avulsa da questo processo di sfruttamento, sebbene promotrice di un imperialismo più tardo rispetto a paesi che vantavano imperi coloniali nel XIX secolo. Alla breve fase coloniale sperimentata nella prima metà del XX secolo, è seguita quella post-coloniale. Fa inoltre parte del novero di potenze che maggiormente hanno contribuito alla crisi climatica e indirettamente prodotto i fenomeni di migrazioni climatiche. Il caso dell’Eni riassume le responsabilità in termini di post-colonialismo e crisi climatica. Non solo si tratta di uno dei maggiori produttori di gas climalteranti, ma gestisce giacimenti di petrolio e gas in paesi africani nei quali vengono sostentate élites locali corrotte e liberticide, che consentono lo sfruttamento di quel territorio. Non si tratta solamente di sfruttamento delle risorse, ma anche, come il caso del Delta del Niger, ricco di petrolio e gas, di inquinamento indiscriminato e di distruzione di quegli ecosistemi da cui traggono alimento le popolazioni locali.

La distruzione di quei territori spinge alla migrazione. I canali migratori, in parte, confluiscono nelle megalopoli dello stesso Stato, in parte, fuori dai confini nazionali verso i paesi cosiddetti sviluppati. Questi ultimi, per tutta risposta, erigono barriere e muri per bloccare le migrazioni, disconoscendo che si tratta di un fenomeno che hanno creato loro stessi. La politica cinica del Governo Meloni, in tema di migrazioni, è stata avallata anche dall’Unione europea, a dimostrazione di una linea di continuità tra liberalismo e fascismo. L’indifferenza nei confronti delle migliaia di morti nel Mediterraneo, la persecuzione di quelle organizzazioni umanitarie che tentano i salvataggi in mare, le deportazioni verso altri paesi, nonché la criminalizzazione dell’atto di migrare, sono il riflesso della peggiore cultura dell’Occidente che si nutre di sfruttamento e morte. Non possiamo ignorare che un uso opportunistico di un fenomeno, reso emergenziale, è consentito da un humus razzista che ha radici storiche profonde in una parte della cultura occidentale. Chi voglia opporsi alle attuali politiche fascistoidi in tema di immigrazione non può esimersi dal denunciare le responsabilità occidentali nei confronti dei paesi del Sud del Mondo. E non può non denunciare esplicitamente la logica di morte che soggiace all’attuale modello capitalista. Il momento di crisi estrema che stiamo vivendo offre anche l’opportunità per una critica radicale che metta in discussione il capitalismo, nella sua vera essenza liberticida, distruttiva e necrofora.

Gli autori

Fabrizio Venafro

Fabrizio Venafro, laureato in scienze politiche, studia la società contemporanea sotto il profilo socio economico, con taglio interdisciplinare.

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One Comment on “Le migrazioni e la falsa coscienza dell’Occidente”

  1. Che dire, se non grazie per questo mirabile articolo. Il vero “fardello dell’uomo bianco” sta tutto nell’ immenso debito, ormai impossibile da saldare, che abbiamo nei confronti di miliardi di persone ridotte a condurre una vita di miseria e di morte tra gli stenti. “I dannati della terra” di Frantz Fanon. Ma come diceva bene Lanza del Vasto “Tutto comunica in questo mondo ed il dolore e la morte circolano e ritornano”… adesso tocca anche a noi!

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