Non è l’Intelligenza Artificiale, o forse è proprio la sua applicazione più radicale e più feroce. «Non c’è un solo popolo finora che si sia organizzato secondo i principi della scienza e della ragione; nemmeno una volta si è registrato un esempio simile, soltanto forse per un momento, e per stoltezza. Il socialismo già per sua natura dev’essere ateismo, giacché ha proclamato appunto, fin dalle prime parole, di essere un ordinamento ateistico e di volersi fondare esclusivamente sui principi della scienza e della ragione». L’estratto viene dal romanzo scritto da un ingegnere che, fra il 1838 e il 1843, ha studiato nella Scuola Superiore del Genio Militare di Pietroburgo. Nato a Mosca l’11 novembre 1821, figlio di un medico militare e di una benestante, statura sotto la media, capelli corti biondissimi, raccoglie buoni voti: massimo in storia, geografia, russo, francese, tedesco, qualche difficoltà in fortificazione e artiglieria, e soprattutto nell’algebra. Durante la vita da studente aggiorna il padre sui voti e intanto scrive al fratello di letteratura e filosofia: «Che cosa intendi con la parola conoscere? Conoscere a fondo la natura, l’anima, Dio, l’amore… Ma tutto ciò si conosce col cuore, e non con l’intelletto. Se noi fossimo spiriti, vivremmo e ci muoveremmo nella sfera del pensiero al di sopra del quale si muove la nostra anima quando vuole intuirlo. Ma noi siamo polvere, gli uomini devono intuire, e non possono abbracciare in un sol colpo l’idea». Quel ragazzo, nell’agosto 1844, rassegna le dimissioni “per motivi personali”, abbandonando il servizio militare e ogni possibilità di carriera. Quel ragazzo si chiama Fëdor Dostoevskij.
L’estratto iniziale viene dai Demoni (parte seconda, cap. primo, VII) e mi è tornato in mente ascoltando un recente podcast con Dario Fabbri (Il mondo del 2025, episodio 79 di La via per l’impero), il quale definiva gli Stati Uniti come «tecnicamente il paese più socialista del mondo», con pochi poteri al Presidente, al contrario di ciò che ci appare, rimarcando invece la rilevanza che ricopre il deep state, o gli apparati, o stato federale, una macchina amministrativa dove fra civili e militari lavorano circa cinque milioni di persone a tempo indeterminato, e dove il Dipartimento della Difesa, il Pentagono, è il più grande datore di lavoro del mondo con 3,2 milioni (nella classifica vengono dopo l’esercito cinese, Walmart e McDonald’s); il budget del Pentagono è la metà del Pil della Spagna, quello dell’intero stato profondo americano è cinque volte il Pil inglese. Grande paradosso: il paese che associamo al liberalismo e al capitalismo sfrenato è un paese socialista, più di paesi che al socialismo invece solitamente accostiamo. E usare Dostoevskij per spiegare gli Stati Uniti è un paradosso degno dei suoi romanzi, dove contraddizioni, eccessi, negazioni sono rappresentati nel modo più estremo.
Dunque, il socialismo: nel XIX secolo arriva in Russia dalla Francia attraverso le idee di Fourier, coi falansteri quale possibile alternativa alla società industriale. Per aver partecipato al circolo Petraševskij di Pietroburgo, dove si leggono e discutono anche le teorie di Fourier, nel 1849 Fëdor Dostoevskij sarà arrestato e condannato prima a morte, poi al campo di lavoro in Siberia, dove resterà rinchiuso fino al 1854. Nel secolo XIX i contatti fra Russia ed Europa aumentano. Dopo Pietro I, con l’apertura d’una “finestra sull’Europa” (Il cavaliere di bronzo, di Aleksandr Puškin), è nelle campagne napoleoniche che i giovani russi viaggiano nel continente, e da vincitori arrivano fino a Parigi dove ascoltano dibattiti liberali, leggono di filosofia, osservano le meraviglie della tecnica. Poi tornano in Russia e trovano la servitù della gleba, corruzione, arretratezza e ancora il potere assoluto dello zar (lo racconta un altro recente podcast: A cosa servono i russi di Paolo Nori).
Un russo colto nell’Ottocento si trovava ad esistere qui: a metà fra l’aprirsi verso l’Europa, ad appagare un senso di vergogna e inferiorità che la sconfitta nella Guerra di Crimea (1853-56) rafforza, e l’affermare a gran voce le proprie tradizioni, che affondano nei costumi contadini e nell’ortodossia cristiana. Nella letteratura russa nasce il personaggio dell’“uomo superfluo”: che non trova uno scopo alla vita, nessuna attività è degna, prova noia, rassegnazione, insoddisfazione per tutto: i Pečorin (Eroe del nostro tempo, di Michail Lermontov, 1840), gli Oblonov (romanzo omonimo di Ivan Gončarov, 1859), i Pavel Čičikov (Anime morte, di Nikolaj Gogol, 1842), gli Ivan Il’ič (La morte di Ivan Il’ič, di Lev Tolsoj, 1886).
L’ingegner Fëdor Dostoevskij, dopo Fomà Fomìč (Il villaggio di Stepànčikovo e i suoi abitanti, 1859), crea l’uomo del sottosuolo in Memorie dal sottosuolo, che scrive mentre sta morendo la prima moglie e che pubblica nel 1864. Più che ‘creare’, si può dire che ‘progetta’ l’uomo del sottosuolo, dal momento che nel romanzo usa un linguaggio e un immaginario matematico, ingegneristico, che da lì in avanti lo supporterà nella costruzione dei grandi romanzi, fino alla definizione che il Diavolo darà di sé stesso a Ivan Karamazov, ossia la “x di una equazione indefinita”. (Prima o poi bisognerà studiare come l’ingegneria abbia avuto impatto nella scrittura dei suoi romanzi, oltre all’abbandonò-gli-studi-per-dedicarsi-alla-letteratura che grossomodo si trova in ogni biografia.)
«Protestare non è possibile: due più due fa quattro. La natura non chiede permesso, non ha niente a che fare con i desideri, non si preoccupa di sapere se le sue leggi piacciono o no. Bisogna accettarla com’è, con tutte le sue conseguenze. Ma, per Dio, che m’importa delle leggi della natura e dell’aritmetica, se a me “due più due fa quattro” non piace? Magari non riuscirò a buttar giù questo muro a testate, ma non lo accetterò soltanto perché è un muro che non posso abbattere». Così sbotta l’uomo del sottosuolo. Il due-più-due-fa-quattro è uno scandalo insopportabile poiché non dipende dalla volontà dell’uomo; e tanti due-più-due-fa-quattro fanno Intelligenza Artificiale (la storia dell’informatica nasce coi numeri e prosegue nel tentativo di costruire macchine per velocizzare i calcoli, dalle schede perforate, ai chip, fino ai computer quantistici).
«Voi mi griderete (se solo mi degnerete ancora del vostro grido) che qui nessuno vuol togliermi la libertà, che qui si preoccupano soltanto di far sì che la mia libertà stessa, per la sua propria libertà coincida con i miei normali interessi, con le leggi di natura e con l’aritmetica. Eh, signori, che libertà sarà mai, quando si arriverà alla tabella e all’aritmetica, quando avrà corso soltanto il due più due quattro? Due più due farà quattro anche senza la mia libertà. Esiste mai una libertà del genere?». D’altronde, oggi siamo liberi di fare a meno di uno smartphone? O di non usare il digitale per comunicare, per lavorare, per imparare? Possiamo farne a meno, per esistere?
È un linguaggio numerico-elettronico ad aver forgiato il mondo in cui viviamo, scomponendo la realtà nell’alfabeto booleano di 0 e 1 e fornendo modi per ricomporla in nuovi percorsi di significato, assemblando nuove successioni di 0 e 1, bit su infinite combinazioni, come già negli anni ‘60, con Ted Nelson, il concetto di ipertesto aveva fatto immaginare. Col suo linguaggio l’informatica organizza i popoli “secondo i principi della scienza e della ragione”, mediante calcoli di algoritmi, l’ottimizzazione di flussi, protocolli, standard, indicizzazioni; tutto è calcolo, previsione, statistica, dati sintetici, euristica predittiva, per comprendere il meglio il mondo, renderlo controllabile escludendo l’imprevisto e l’errore. Il web è l’intermediazione obbligatoria per tutti gli esseri umani verso qualunque forma d’informazione, comunicazione, conoscenza. Allora, per chi controlla le infrastrutture materiali e immateriali del web, il web è mezzo di organizzazione sociale. Gli obiettivi sono diversi dall’armonia collettiva del socialismo di Fourier, eppure arriva anch’esso a trasformare l’umanità in «un indiscusso, comune e concorde formicaio», secondo l’affermazione del Grande Inquisitore nei Fratelli Karamazov.
Concorde non negli interessi, bensì concorde a considerare questa maniera di esistere indiscutibile, imprescindibile: una fede. Una organizzazione sociale come il socialismo, un sistema di valori come una religione: è un’accezione moderna dell’antico allontanamento dell’Europa dal messaggio cristiano, con la stessa Chiesa romana quale sua radicale negazione, vero e reale Anticristo, prosecuzione storica in Terra dell’impero romano; il socialismo come forma di ateismo, fino al digitale realizzato da multinazionali, ramificazioni immateriali del deep state, dove tutti si pensa, si agisce, si esiste uguali, con alcuni, Inquisitori e no, più uguali degli altri.
Convinti di essere liberi e moderni, di aver ucciso Dio, ne abbiamo soltanto cambiato il nome, moltiplicandolo in tante divinità, in tanti sosia, nella rappresentazione estetica di tecnologia e libero mercato, stordendosi ma senza riuscire ad “abbracciare in un sol colpo l’idea”. La società laica e secolarizzata, in questo senso, è in realtà una società teocratica, forse la più teocratica mai esistita per la pervasività totale nella vita delle persone, che le stime prevedono ancor più crescenti con l’Intelligenza Artificiale. Diventa l’equivalente moderna di un abbandono alla fede, di preghiera incessante, come nella tradizione ortodossa, dentro una Filocalia digitale. L’abbandono cieco alla fede ricalca i “folli in Cristo” ‒ da San Paolo: «Noi siamo stolti a causa di Cristo» (1 Cor 4,10) ‒ che lungo la sua storia l’ortodossia russa sprigiona nell’afflato mistico verso la figura centrale del Cristo, a cui ispirarsi profondamente e perdutamente. Oggi siamo tutti jurodivye, intorno un centro di gravità differente. E il messaggio non ha più il formato lineare del libro gutemberghiano, di un Vangelo, o di una Bibbia che parte dalla Genesi e sfocia nell’Apocalisse; ai tempi moderni il formato è l’ipertesto, il liquido e il molteplice, le infinite maschere che il Diavolo aveva fatto annusare a Ivan, per manifestarsi senza rendersi conoscibile, nel sedurre affermando le negazioni, per generare l’Osanna definitivo.
E il territorio fra l’ideale di Sodoma e l’ideale della Madonna è sconfinato, per l’uomo del sottosuolo tanto nel XIX secolo quanto nel XXI. Così l’ingegner Dostoevskij potrebbe immaginare un personaggio che da novizio in monastero diventa CEO di una multinazionale informatica, o viceversa; un progettista di app per realizzare un Paradiso in Terra; un finanziere filantropo che sposti capitali per affermare il libero arbitrio; un costruttore di sistemi da sorveglianza che impediscano di compiere il Male; un hacker che causi lo scoppio di bombe nucleari per dimostrare l’esistenza di Dio; un pilota di droni militari che si tormenta nel dubbio d’essere un insetto o Napoleone.
(Il Caos è ovunque, il web è caos ‒ e anche quest’articolo si adegua. Non si riesce a fare ordine nel Tutto: consideriamone i suoi romanzi come motori di ricerca).

Molto interessante . Marco Pozzi ha suscitato in me nuove riflessioni sulla AI e le intuizioni di DostoevsKj .
Il pensiero umano deve poter continuare a spaziare liberamente tra letteratura, scienza e filosofia.