Marco Pozzi, laureato in Ingegneria Gestionale e dottorato in Storia della Scienza al Politecnico di Torino,
si occupa di trasmissione della memoria e della conoscenza, studiando l’informatica come strumento di organizzazione del sapere umano. Ha curato gli otto libri "Incontri con la macchina" pubblicati dall’editore Mimesis, con oltre 200 scritti meta-scientifici di dottorandi che hanno frequentato i corsi di “Epistemologia della macchina” e “Antropologia della tecnica”, tenuti dal prof. Vittorio Marchis. È appena uscita la seconda stagione del podcast “Incontri con la macchina”, tratta dai libri citati, realizzato in collaborazione con la webradio del Politecnico, OndeQuadre. marco.pozzi@polito.it.
Contenuti:
Continua lo scavo di Marco Pozzi nelle opere di Fëdor Dostoevskij. L’articolo è il testo di un episodio della terza stagione del podcast Incontri con la macchina, realizzato con OndeQuadre, webradio del Politecnico di Torino. Il monologo pone di fronte a un dramma: non c’è per l’essere umano più assidua e più tormentosa cura che quella di cercare un essere dinanzi a cui inchinarsi. Ora è la volta dell’algoritmo (idiota).
Cristo è al centro del ragionamento dell’ingegner Dostoevskij come, da secoli, nella tradizione russa. L’approccio è, per la nostra cultura, paradossale: nega la libertà perché la riconosce vera, ma inapplicabile: così vuole “correggere l’opera di Cristo” riconoscendone la troppa perfezione, inadatta a una creatura come l’uomo.
Nella Scuola a Pietroburgo, dal 1838 al 1842, Dostoevskij studia i numeri, i sensori e gli algoritmi ma assorbe anche lo spirito del tempo che la Russia sta attraversando. E pone una distanza tra sé e quella concezione meccanicista che concepisce il mondo come una gigantesca macchina governabile con numeri e calcoli.
Il rapporto tra Russia ed Europa è una costante negli scritti dell’ingegner Dostoevskij. Il quadro è netto: nomadi contro cavalieri, tende contro città; spazi infiniti contro griglie di vie. E lo spazio plasma il pensiero. Lo si vede anche nella religiosità. Il cristianesimo romano, che è la civiltà europea, ha bisogno della città di Roma dove radicarsi, mentre il cristianesimo ortodosso non ha bisogno di una capitale, né di un papa.
In due viaggi in Europa e nella prigionia in patria l’ingegner Dostoevskij raccoglie materiale sull’Europa e sulla Russia e, poi, li sistematizza dentro i suoi romanzi, dove i personaggi rappresentano similitudini e differenze, attrazione e repulsione, fra europei e russi. Rileggerli oggi può aiutare a comprendere qualcosa di più anche della nostra confusa attualità, sempre più simile a “una specie di profezia dell’Apocalisse”.
“Tredici. Un numero fatale”, di Vittorio Marchis, è un’avventura vertiginosa. Non un libro per amanti della matematica, ma per tutti i curiosi che non amano la spaccatura fra “scienza” e “umanesimo”. Un percorso in cui si intrecciano botanica e mistica ebraica, trame musicali e fasi lunari, schedina del totocalcio e articolo 13 della Costituzione.
Un libro, l’ennesimo libro, su un carcere in cui i detenuti continuano ad aumentare anche se i reati diminuiscono. Un libro, questa volta, di un professore che nel carcere insegna e che attinge alle parole, ai pensieri, ai sentimenti delle persone detenute incontrate. E una riflessione anche sull’organizzazione e sul senso della scuola all’interno di una struttura carceraria.
L’“uomo del sottosuolo” immaginato, con intuizione visionaria, da Dostoevskij non accetta le leggi insindacabili della natura poiché eludono la volontà umana e restituiscono l’immagine di un individuo privo di libertà. Una riflessione sulla stessa falsariga si impone, oggi, di fronte a nuove forme di organizzazione sociale generate dallo sviluppo tecnologico e dall’avvento dell’intelligenza artificiale.
La sostituzione di una lavatrice fa capire della nostra società più che la lettura del miglior saggio di economia o antropologia. Le macchine hanno tanta elettronica, che raccoglie dati e aggiunge funzioni di cui nessuno ha bisogno, aumentando i costi e rendendo la macchina fragile. Qualcosa è andato storto fra il neolitico e l’intelligenza artificiale. E, dunque, bisogna riprogettare tutto, a partire dal basso.
Il digitale produce tra il 2 e il 4% delle emissioni di CO₂ del mondo, più dell’aviazione. Con l’introduzione dei nuovi software di Intelligenza Artificiale, Google e Microsoft stiano consumando insieme più energia di paesi come l’Irlanda o la Nigeria. E il trend è in ascesa. Eppure un web più responsabile, più sostenibile, più giusto, più attento agli indicatori ambientali è possibile. A novembre una serie di lezioni per dirlo.