Fare politiche energetiche, non propaganda e piccolo cabotaggio

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C’è una domanda fondamentale alla base delle politiche energetiche, in particolare in questo momento difficile (che potrà durare a lungo o ripetersi a breve). La domanda, per lo più elusa, è la seguente: bisogna inseguire il mercato cercando di tamponarne gli effetti più perversi o puntare su una politica energetica completa e coerente? La risposta sembra ovvia, ma così non è per il nostro Governo e per gran parte delle forze politiche e dei media che, da un lato, procedono per sussidi e, dall’altro, inseguono il miraggio di un nucleare irrealistico, pericoloso e, in ogni caso, impraticabile prima di qualche decennio. Meglio dunque ripetere, per l’ennesima volta, cosa si può fare subito e senza danni…

Partiamo dall’energia fotovoltaica e da alcuni numeri. L’attuale consumo finale di energia in Italia è pari a 1.267 Twh (miliardi di kilowattora)/anno di cui 315 TWh/anno elettrici (ENEA, Analisi trimestrale del sistema energetico italiano, n. 1/2026). Con una producibilità dei pannelli fotovoltaici commerciali pari a 200 kWh/m2 anno il consumo finale annuo corrisponde a una superficie fotovoltaica commerciale di 6.335 km2; i soli consumi elettrici corrispondono a una superficie di 1.575 km2. La prima superficie è il 2,1% del territorio nazionale, la seconda lo 0,52%. Nel caso del fotovoltaico l’energia primaria è il sole e la producibilità già include il rendimento della conversione. Il consumo elettrico finale già coperto da fonti rinnovabili è pari al 41,4% del totale (cioè a 130 TWh/anno); restano da coprire 185 TWh/anno, corrispondenti a 925 km2 (0,3% del territorio nazionale). Se ci si riferisce all’intero consumo finale, ipotizzando una totale elettrificazione, la superficie corrispondente diventa 5.685 km2 pari a 1,88% del territorio nazionale. Il consumo di suolo in Italia (ISPRA, Consumo di suolo, dinamiche territoriali e servizi ecosistemici, edizione 2025) procede a ritmo accelerato essendo attualmente pari a 2,7 m2/sec. Il suolo già compromesso è il 7,17% del totale. La superficie fotovoltaica necessaria per aggiungere quanto manca alla copertura totale del fabbisogno elettrico richiederebbe l’utilizzo di circa un venticinquesimo (4,18%) del suolo già compromesso e se ci riferissimo a tutto il consumo finale (elettrificazione totale) allora dovremmo utilizzare un po’ più di un quarto (1/3,8) del territorio già impermeabilizzato.

Che fare? La proprietà delle aree “compromesse” è varia e frammentata a seconda che si tratti di tetti di edifici privati, tetti di edifici pubblici, capannoni, centri commerciali, piazzali di sosta o altro. Il numero e la potenza degli impianti hanno continuato a crescere perché i proprietari (anche grazie a varie forme di incentivazione) hanno ritenuto e ritengono conveniente l’installazione. Un ruolo importante, oltre alle politiche locali e nazionali, lo possono svolgere l’informazione capillare e la semplificazione delle procedure autorizzative. Per le superfici “compromesse” di proprietà pubblica (in particolare per i comuni) un deterrente è costituito dalla burocrazia interna. Per quanto riguarda superfici come quelle dei parcheggi un esempio è rappresentato dalla Francia dove nel 2024 è stato introdotto per legge l’obbligo di installare coperture fotovoltaiche su almeno il 50% della superficie a parcheggio quando tale superficie supera i 1.500 m2. A parte adottare un provvedimento analogo, si potrebbe estendere l’obbligo anche alle coperture dei centri commerciali e ai capannoni industriali. È il caso di considerare politiche di questo genere? Anche le superfici non impermeabilizzate sono in massima parte di proprietà privata e, al di fuori di parchi e altre zone protette, generalmente destinate all’agricoltura. Ciò che può indurre i proprietari ad accettare l’idea di destinarle ad ospitare impianti fotovoltaici a terra (anche in versione agrivoltaica) o grandi parchi eolici è il fatto che i loro terreni rientrino in un quadro di agricoltura “povera” o che già siano incolti. Tanto più se degli imprenditori del settore energia si presentano con proposte di acquisto o affitto immediatamente più convenienti del ritorno derivante dall’attività agricola. Più facile convincere i proprietari privati di terreni agricoli o quelli di superfici coperte da parcheggi, capannoni, centri commerciali etc.?

Mercato o uso? Il fatto è che l’impostazione corrente della questione energetica è quella di mercato: l’energia elettrica o termica viene prodotta in impianti industriali per essere venduta e ricavarne utili. La spinta, con questa impostazione, è verso la costruzione di grandi impianti (quale che sia la fonte), per realizzare delle economie di scala e massimizzare i profitti; questa è la logica del fotovoltaico a terra (o anche agrivoltaico) e dei grandi parchi eolici. I prezzi di vendita comunque continuano ad essere agganciati a quelli del mercato internazionale del gas. Un’altra impostazione, nel caso delle “rinnovabili”, è quella che pone come obiettivo l’indipendenza energetica dei singoli territori: comune per comune o, in territori a bassa densità abitativa, per gruppi di comuni. In questo caso l’energia è un bene d’uso piuttosto che una merce e i costi per le utenze che insistono sul territorio dato sono quelli relativi alla costruzione, alla gestione e alla manutenzione degli impianti; questi costi sono sganciati da quel che succede sul mercato internazionale del gas e del petrolio. Il ruolo della rete di distribuzione pubblica, che comunque rappresenta un costo, è quello di garantire la compensazione tra sovrapproduzione e carenza occasionali in singole zone e, marginalmente, quello di far convergere le eccedenze locali verso le grandi utenze industriali concentrate (come acciaierie, cementifici e simili).

Fin qui il riferimento è stato impostato essenzialmente sul fotovoltaico, per via dell’ubiquità del sole, ma nel quadro bisogna includere anche le altre “rinnovabili”. Così facendo il fabbisogno di superfici per i pannelli si riduce al di sotto dei valori precedentemente indicati. Le potenzialità complessive delle altre “rinnovabili” sono tutt’altro che marginali.

Considerando l’eolico si parla, in termini di potenza installabile, di 60 GW a terra e 200 GW a mare (Nomisma). Anche qui le due diverse impostazioni già citate spingono in direzioni diverse: il mercato preme per avere campi eolici con pale da 20-25 MW ciascuna; l’autosufficienza locale, salvo scambi di eccedenze, può funzionare con minieolico (potenze dell’ordine di poche decine di kW per dispositivo o meno) in grado, se ad asse verticale, di sfruttare il vento anche in regime turbolento, come tende a presentarsi più vicino al suolo. L’idroelettrico dei grandi bacini esiste già, ma, con l’impostazione dell’autosufficienza locale, si possono incentivare i piccoli impianti ad acqua corrente laddove ce n’è la disponibilità. Un settore che da noi è decisamente in ritardo, nonostante l’esempio storico di Larderello che produce da solo il 5% dell’energia “rinnovabile” nazionale, è quello della geotermia profonda. L’energia che potrebbe fornire si stima in migliaia di Twh/anno (Enel). In Europa ci sono città come Monaco di Baviera, in cui una frazione cospicua dei quartieri cittadini è già teleriscaldata a partire da pozzi geotermici profondi, o come Copenaghen, dove un sistema di teleriscaldamento geotermico è in costruzione.

Dunque lo spazio per politiche energetiche coerenti, tempestive e rispettose dell’ambiente e della salute c’è. Quel che manca è la volontà politica.

Gli autori

Angelo Tartaglia

Angelo Tartaglia è professore emerito di Fisica presso il Dipartimento di Scienza Applicata e Tecnologia del Politecnico di Torino. Si occupa, tra l’altro, di impatto delle attività umane sull’ambiente, di effetto serra e di perturbazioni dell’atmosfera generate da immissioni di gas. Da anni è impegnato nell’applicazione della logica dei sistemi ai problemi trasportistici, con particolare riferimento al progetto delle ferrovie ad Alta Velocità. È consulente della Unione Montana Val Susa e del Comune di Torino sulle questioni del TAV.

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One Comment on “Fare politiche energetiche, non propaganda e piccolo cabotaggio”

  1. Ottimo Angelo. Troppi numeri all’inizio, ma la conclusione e limpida!

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