Angelo Tartaglia è professore emerito di Fisica presso il Dipartimento di Scienza Applicata e Tecnologia del Politecnico di Torino. Si occupa, tra l’altro, di impatto delle attività umane sull’ambiente, di effetto serra e di perturbazioni dell’atmosfera generate da immissioni di gas. Da anni è impegnato nell’applicazione della logica dei sistemi ai problemi trasportistici, con particolare riferimento al progetto delle ferrovie ad Alta Velocità. È consulente della Unione Montana Val Susa e del Comune di Torino sulle questioni del TAV.
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Il metodo scientifico evidenzia l’impossibilità dell’economia della crescita competitiva, ma nello stesso tempo le tecnologie, ognuna concentrata su un campo molto specifico e limitato, si sviluppano fornendo gli strumenti per procedere al galoppo verso l’insostenibilità e verso un collasso globale. Insomma: il dr. Jekyll è uno scienziato, ma le decisioni continua a prenderle mister Hyde. E la politica da che parte sta?
Si affaccia, anche in ambienti pacifisti, una strana idea: perché non usare il plutonio residuato dallo smantellamento delle testate nucleari in nuove centrali? Il ragionamento è n realtà ingenuo e pericoloso. Una cosa, infatti, è certa. La realizzazione di nuove centrali nucleari continuerebbe a produrre ciò che vorremmo eliminare.
“Noi tireremo diritto” è il motto del Governo riguardo al nucleare. Il ministro “competente” (si fa per dire) e la presidente del Consiglio, incuranti del fatto che l’economicità del nucleare sta sempre più declinando e che i tempi di realizzazione di nuove centrali sono incompatibili con quelli di un’emergenza climatica più che incombente, decantano le virtù di una “fusione nucleare” di là da venire e, comunque, piena di controindicazioni.
L’energia in cui siamo immersi è più che sufficiente a soddisfare il nostro fabbisogno. Metterci insieme localmente per condividere i costi degli impianti per la conversione e la redistribuzione dell’energia è un’operazione di evidente buon senso. Ma l’establishment politico, invece di promuovere, cerca di contenere questa prospettiva.
Le università siglano accordi di collaborazione fra loro e con altre istituzioni o con imprese. Oggi sono nell’occhio del ciclone quelli con realtà israeliane impegnate, in modo diretto o indiretto, in attività belliche. Ciò ripropone il problema della presunta neutralità della scienza (che si mostra sempre più un semplice e comodo alibi).
Per la (necessaria) transizione energetica il nucleare non è una soluzione: sia per i tempi di realizzazione che per i costi e i rischi connessi. Al contrario, una superficie di pannelli fotovoltaici con rendimento del 20% pari al 2% del territorio italiano sarebbe sufficiente a coprire tutto il fabbisogno energetico nazionale.
Il limite dei 30 km/h a Bologna fa discutere. Un limite di velocità ha senso solo se si colloca in una politica generale di trasporti. Ma l’Italia è il paese più motorizzato d’Europa e le auto ingombrano, inquinano, provocano incidenti. Dunque l’obiettivo non può che essere: meno auto e meno chilometri in auto a tutte le velocità consentite.
La COP28 sui cambiamenti climatici è ormai diventata una tragedia buffa in cui si alternano emiri che proclamano la necessità del petrolio pena, altrimenti, il ritorno all’epoca delle caverne e governi che decantano le magnifiche sorti progressive del nucleare, in un contesto propagandistico da Istituto Luce. Si tratta in realtà di un gioco delle parti: l’importante è non mettere in discussione il potere e la ricchezza dei paesi ricchi.
Il nucleare pulito non esiste, non è dietro l’angolo e non è più economico di altre fonti di energia. Ma, come tutte le grandi opere, promette rilevantissimi profitti privati pagati dalle casse dello Stato. Dunque, perché cercare altre strade, turbando il sacro mercato? Ci sono rischi per le generazioni future? Forse, ma «perché dovrei preoccuparmi dei posteri? Cos’hanno mai fatto i posteri per me?».
Le Comunità dell’energia rinnovabile esistono sulla carta ma non decollano per l’inerzia e e le inadempienze di Governo, Parlamento e autorità amministrativa. Intanto, le grandi aziende a partecipazione pubblica continua a trivellare il mondo per recuperare combustibili fossili, ad acquistare metano qua e là e a sollecitare il ritorno al nucleare (con grandi investimenti pubblici e stupidaggini assolute sulle sue caratteristiche).