Angelo Tartaglia è professore emerito di Fisica presso il Dipartimento di Scienza Applicata e Tecnologia del Politecnico di Torino. Si occupa, tra l’altro, di impatto delle attività umane sull’ambiente, di effetto serra e di perturbazioni dell’atmosfera generate da immissioni di gas. Da anni è impegnato nell’applicazione della logica dei sistemi ai problemi trasportistici, con particolare riferimento al progetto delle ferrovie ad Alta Velocità. È consulente della Unione Montana Val Susa e del Comune di Torino sulle questioni del TAV.
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Nella logica di mercato l’energia è una merce. La logica di mercato spinge verso grandi impianti, non importa di che tipo, per realizzare economie di scala e ottimizzare gli utili, a prescindere dalle esigenze territoriali. La logica è quella del sempre di più, che è fisicamente insostenibile. C’è un’alternativa: l’autosufficienza territoriale fondata sulle fonti rinnovabili. I dati dicono che è possibile e in tempi brevi.
Sono passati 40 anni dall’incidente di Černobyl che portò, da noi, all’abbandono del nucleare. 25 anni dopo, il IV Governo Berlusconi provò a rilanciarlo ma fu fermato dal megaincidente di Fukushima e da un nuovo referendum. Ora ci risiamo anche se è più evidente di allora che il nucleare è fuori tempo, dannoso per la salute, costoso e di lunga realizzazione e che la strada da percorrere è quella delle rinnovabili.
Il nostro paese dipende da altri per il 75% del suo fabbisogno energetico e la guerra ci mette in estrema difficoltà. Siamo in emergenza. Ma il colmo dell’assurdo è che l’energia non avrebbe alcun bisogno di essere importata. Noi nell’energia ci siamo immersi; il problema è solo quello di convertirla localmente, dalla forma in cui si presenta, in elettricità o calore. Quel che manca non è l’energia ma la programmazione e la politica.
Il metodo scientifico evidenzia l’impossibilità dell’economia della crescita competitiva, ma nello stesso tempo le tecnologie, ognuna concentrata su un campo molto specifico e limitato, si sviluppano fornendo gli strumenti per procedere al galoppo verso l’insostenibilità e verso un collasso globale. Insomma: il dr. Jekyll è uno scienziato, ma le decisioni continua a prenderle mister Hyde. E la politica da che parte sta?
Si affaccia, anche in ambienti pacifisti, una strana idea: perché non usare il plutonio residuato dallo smantellamento delle testate nucleari in nuove centrali? Il ragionamento è n realtà ingenuo e pericoloso. Una cosa, infatti, è certa. La realizzazione di nuove centrali nucleari continuerebbe a produrre ciò che vorremmo eliminare.
“Noi tireremo diritto” è il motto del Governo riguardo al nucleare. Il ministro “competente” (si fa per dire) e la presidente del Consiglio, incuranti del fatto che l’economicità del nucleare sta sempre più declinando e che i tempi di realizzazione di nuove centrali sono incompatibili con quelli di un’emergenza climatica più che incombente, decantano le virtù di una “fusione nucleare” di là da venire e, comunque, piena di controindicazioni.
L’energia in cui siamo immersi è più che sufficiente a soddisfare il nostro fabbisogno. Metterci insieme localmente per condividere i costi degli impianti per la conversione e la redistribuzione dell’energia è un’operazione di evidente buon senso. Ma l’establishment politico, invece di promuovere, cerca di contenere questa prospettiva.
Le università siglano accordi di collaborazione fra loro e con altre istituzioni o con imprese. Oggi sono nell’occhio del ciclone quelli con realtà israeliane impegnate, in modo diretto o indiretto, in attività belliche. Ciò ripropone il problema della presunta neutralità della scienza (che si mostra sempre più un semplice e comodo alibi).
Per la (necessaria) transizione energetica il nucleare non è una soluzione: sia per i tempi di realizzazione che per i costi e i rischi connessi. Al contrario, una superficie di pannelli fotovoltaici con rendimento del 20% pari al 2% del territorio italiano sarebbe sufficiente a coprire tutto il fabbisogno energetico nazionale.
Il limite dei 30 km/h a Bologna fa discutere. Un limite di velocità ha senso solo se si colloca in una politica generale di trasporti. Ma l’Italia è il paese più motorizzato d’Europa e le auto ingombrano, inquinano, provocano incidenti. Dunque l’obiettivo non può che essere: meno auto e meno chilometri in auto a tutte le velocità consentite.