Fra un anno si vota: cominciamo a parlarne

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Fra poco più di un anno si vota; e l’esito delle elezioni non è, ad oggi, prevedibile. Dipenderà da molti fattori. Alcuni esterni, a partire dall’andamento della guerra mondiale a pezzi in cui siamo immersi e dalla crisi economica che ci aspetta. Altri interni, tra cui – non ultimi – l’affluenza alle urne, la legge elettorale con cui si voterà, il posizionamento dei partiti rispetto alla grandi questioni internazionali e le connesse alleanze, la loro capacità di recepire le istanze e richieste che vengono dal basso. Due cose peraltro le sappiamo, e non da oggi. La prima è che una nuova vittoria della destra sarebbe devastante e segnerebbe la fine della repubblica fondata sulla Costituzione del 1948. La seconda è che, a livello di rappresentanza politica, la sinistra non esiste e la sua costruzione richiede tempi lunghi e strade diverse da quella elettorale. Questo lo scenario: non ci piace, ma dobbiamo prenderne atto. In esso, inevitabilmente, si collocheranno le scelte – non per forza omogenee – dei movimenti che hanno animato le grandi manifestazioni degli ultimi mesi e lo scontro referendario (noi tra questi). Saranno scelte difficili, non scontate e non riducibili all’opzione del male minore. Cominciamo, allora, a parlarne, a partire da un primo contributo di Sergio Labate. Poi, se il confronto decollerà, penseremo ad altre tappe: magari un confronto seminariale esteso ad altre forze che stanno facendo il nostro stesso percorso. (la redazione)

Credo che tutti noi sentiamo la stessa cosa: quelli che stiamo vivendo sono giorni di sospensione. Dietro di noi la precaria speranza dell’esito referendario, poi quella delle elezioni ungheresi. Segnali timidi ma chiari. Rondini che annunciano la primavera ma non bastano per farla. Davanti – come una potenziale valanga che dobbiamo cominciare ad affrontare – lo spettro delle elezioni politiche. Tra questo prima e questo poi, il perdurare di una guerra mondiale ormai nemmeno potenziale, ma reale.

Ecco, l’intento di quest’articolo è del tutto istruttorio e “pedagogico”. Credo che anche su queste pagine sia opportuno non perdere tempo e cominciare una discussione pacata ma franca sulle prospettive di politica interna che ci aspettano. Mi riferisco ovviamente a tutta quella parte del Paese che in questi anni non si è arresa alla scomparsa della sinistra e nemmeno si è rassegnata alla sua falsificazione, operata per mano culturale del Pd. La mia “auto-denuncia” non è soltanto retorica. Mai come in questo caso sento di non avere le idee sufficientemente chiare rispetto alla tragedia del nostro tempo e sono dunque disposto a cambiarle. Ma, anche, mai come in questo caso sento la necessità di non prendere una posizione purista, solitaria e irresponsabile, e vorrei sentirmi parte di una comunità di compagne e compagni con cui condividere non solo la decisione finale ma anche la logica dei ragionamenti. Per questo affido a Volere la luna in forma disordinata alcune considerazioni, che sono state suscitate anche dall’ascolto degli interventi durante l’assemblea di qualche giorno fa e che vorrebbero lanciare una discussione, sperando che qualcuno accolga non tanto le mie ragioni, quanto il mio disorientamento. In questo senso, non farò mancare nelle righe che seguono un “supplemento di sincerità”: cercherò di esplicitare senza infingimenti le mie attuali ipotesi di risposta. Ma non sono le mie risposte il punto centrale, quanto la lucidità o meno delle questioni. Esprimerci con chiarezza rispetto alla loro essenzialità, è questo il vero obiettivo di questo articolo.

Conviene così partire da un fatto, che agisce da vero e proprio “postulato politico” delle prossime elezioni: personalmente credo che una riconferma della maggioranza Meloni sarebbe una sciagura irreversibile. Non solo sul piano simbolico o culturale, ma proprio per gli effetti di risistemazione definitiva sia delle esistenze singolari sia dell’ordine istituzionale in senso neoliberista e neofascista. Detto in modo più chiaro: se l’esito referendario ha avuto l’effetto di neutralizzare l’ultima parte dell’attuale governatura a cui Meloni affidava le riforme potenzialmente più esplosive del suo programma, sono praticamente certo che una nuova investitura avrebbe un carattere definitivo e nessun limite potrebbe darsi ai suoi propositi “orbaniani”. Il che però fa subito deflagrare l’argomento con cui saremo per l’ennesima volta costretti a confrontarci, a dividerci, a litigare: quello del male minore.

Da un lato – se è vero quanto ho scritto un istante fa circa le potenziali conseguenze di una conferma dell’attuale maggioranza di governo – è evidente che mai come in questo caso la nostra responsabilità politica si deve concentrare nel fare di tutto per scongiurare la vittoria della destra a trazione neofascista. Ma, dall’altro lato, il “mai come in questo caso” è un argomento di eccezionalità che ci ripetiamo da anni e che funziona ormai stancamente. Non riesce più a far presa sui cittadini (la cui inquietudine si affida ormai molto più all’astensionismo che al centro sinistra) e finisce col legittimare ancora una volta la costruzione di un polo alternativo fondato sul negativo di ciò che non si vuole piuttosto che sul positivo di un’idea alternativa di società. In una maledetta coazione a ripetere, già mi pare di essere precipitato dentro l’ennesimo copione già visto: un’oligarchia che sta occupando il campo e sta già facendosi la guerra civile – le primarie sono per loro come il sangue per gli squali – per prevalere internamente. Tanto sa di poter contare sull’unico argomento che evidentemente gli basta: quello del male minore e del pericolo neofascista.

Così affido subito due questioni alla critica dei lettori. Sono certo che tra di loro ci saranno tanti che condivideranno – con lo stesso poco entusiasmo che m’appartiene – il postulato politico da cui sono partito (la necessità di fermare in ogni modo il governo della destra) e tanti altri che reagiranno quasi con rabbia, con il legittimo argomento che non si può votare una sinistra che fa la destra per paura della destra. Ecco la prima questione su cui deciderci: è legittimo sostenere che mai come stavolta, pur con tutti i limiti del centro sinistra, le due alternative “di governo” non sono affatto la stessa cosa, rispetto alle conseguenze materiali che ci sarebbero e dunque alla responsabilità da esercitare? E che anzi l’accelerazione brusca della storia richiede necessariamente di riconoscere che da un lato c’è un male estremo e dall’altro un male che contiene dei margini su cui lavorare? L’eccezionalità delle prossime elezioni è davvero eccezionale oppure è una ripetizione dell’uso propagandistico dell’argomento dello stato di eccezione? La seconda questione è conseguenza della risposta alla prima. Per quelli come me – che ritengono che stavolta “non tutti sono uguali” – il nodo fondamentale mi pare essere questo: come immaginare di stare dentro questo campo di tensione che chiamiamo centro-sinistra in forma creativa e libera? Come fare a non trasformare questo compromesso in un’ennesima esperienza di frustrazione? La mia ipotesi di risposta è questa: provando a spostare almeno un poco le dinamiche e a non scendere per l’ennesima volta nel girone degli inferi che abbiamo già abitato in tante elezioni. Credo che le prossime settimane dovrebbero essere dedicate precisamente a questo sforzo d’immaginazione collettiva e politica. Anche qui, provo a mettere insieme in ordine sparso un elenco di considerazioni.

La prima considerazione è che mi pare che – dopo tanti anni – lo scenario che ci attende sarà di nuovo tendenzialmente bipolare. Centrodestra contro centrosinistra, Polo della libertà contro Ulivo. Un paradossale ritorno al passato, proprio mentre la storia mondiale si è occupata di rigettare definitivamente e senza rimpianti quel passato. Tecnicamente, una stagione da cui c’eravamo congedati soprattutto per un “involuto e reazionario rigetto da sinistra” (almeno così io ho letto l’emergere a un certo punto della novità grillina) e per il suicidio del Pd, che ha reagito alla rabbia e alla disillusione dei propri elettori arroccandosi nelle esperienze delle grandi intese. Ha imperdonabilmente barattato il consenso e la coerenza politica con i banchi del potere. Ad oggi, questo bipolarismo quasi perfetto può essere scongiurato solo con la creazione di un polo di centro (che servirebbe probabilmente ad attrarre Forza Italia e pochi altri). Di certo non mi pare che vi siano all’orizzonte rilevanti (e credibili) novità da sinistra, se così posso esprimermi. I motivi sono tanti e sono, francamente, condivisibili: il rischio dell’irrilevanza e dell’ennesimo fallimento politico, la consapevolezza della minaccia meloniana. Soprattutto c’è un motivo storico culturale: il bipolarismo che si ripropone trova ad attenderlo un mondo completamente cambiato. In cui l’ordine neoliberista ha lasciato il posto alla sua faccia brutale: quella dell’Occidente di guerra e di imperialismo, di ordine securitario e di repressione barbarica. Se il centrosinistra s’illude – come ha fatto col neoliberismo – di poter veleggiare a favore di questo vento, allora è destinato alla deriva dell’insignificanza. Ho l’impressione che tutto questo l’abbia capito – certamente a suo modo, ma tutto sommato con sufficiente chiarezza – Schlein, ma non l’abbiano affatto capito in tanti dentro il suo partito. Piccolo inciso: qualche giorno fa ho letto un articolo di Veltroni che rivendicava come attuale la vocazione maggioritaria e la genealogia valoriale del Pd. Parole inquietanti, vista anche la delicatezza della fase. A leggerle, sembrava di stare in uno dei suoi film: una finzione di mondo in cui tutto pare andare avanti come se nulla fosse cambiato. Come se questi quasi vent’anni non avessero visto la complicità di quel partito con le riforme più regressive di questo Paese e contemporaneamente il fallimento di quella pax neoliberista a cui la vocazione maggioritaria si affidava. Personalmente non ho difficoltà a riconoscere che le ragioni della nascita di quel partito si sono dimostrate non solo fallaci ma anche funzionali all’emergenza di un ordine mondiale regressivo e tragico. Ma questa consapevolezza non può essere astratta, deve fare i conti con ciò che concretamente si trova nello spazio politico. E dunque credo che mai come questa volta bisogna stare con tutte quelle persone che, dentro quel partito e soprattutto fuori da esso ma ancora sentimentalmente ad esso legate, proveranno a fare campagna elettorale per un’idea di società differente contro quelli che proveranno a farla per mantenere il potere e non disturbare la violenza delle oligarchie che stanno sequestrando il mondo.

La seconda considerazione è che i partiti più a sinistra che stanno dentro il campo largo hanno un minimo potere di modificare l’equilibrio e le scelte che si faranno. Questo minimo potere è affidato soprattutto al M5S. Nei confronti del quale però io non riesco a non diffidare, sia per la confusione culturale che regna sovrana sia per la contraddizione personale di Conte. Un uomo figlio di un modello leaderistico della politica che porta con sé la debolezza del suo passato. Non posso non sospettare di un politico che mi pare mosso principalmente da un desiderio personale di tornare lì dove la sua carriera politica è cominciata e che in nome di quella brama carrieristica ha accettato di firmare patti col diavolo (Salvini in particolare). Quanto agli altri partiti che stanno a sinistra, la loro storia è per conto mio segnata da una umiliante irrilevanza di principio: hanno scelto costitutivamente di scambiare la loro partecipazione a sporadiche traiettorie di potere con il prezzo dell’irrilevanza politica. Possono costernarsi, indignarsi e impegnarsi. Ma fanno solo sorridere: non possono minacciare il Pd in alcun modo, perché è chiaro anche ai muri che non lasceranno mai i confini del centro sinistra, anche se il campo largo si estende un poco troppo, anche se dovranno votare riforme di destra, anche se dovranno ingoiare i rospi delle guerre e del riarmo. A suo modo, Avs è un partito coerente. E infatti è il primo partito che non è credibile per troppa coerenza, non per incoerenza. Alla fine, so già per certo che getterà la spugna con gran dignità.

Allora cosa resta da fare? Credo che la lezione del referendum sia esemplare. Del resto, il bipolarismo ha raramente portato bene al centro sinistra. In Italia, prevalere da sinistra in un campo bipolare è difficilissimo e l’unico tentativo ragionevole (non è affatto detto che riuscirà) è di portare al voto tutti quei giovani (e non solo) che non si fidano della politica, che rifiutano il mondo che li sta rifiutando, che hanno un sentimento democratico innato che li porta a diffidare nei confronti delle svolte autoritarie. La loro forza è che non si muoveranno per appartenenza o per fedeltà. Se sceglieranno di votare, non sarà per “partito preso”. È il loro potere di rifiuto, la loro “laicità politica” ciò che ci potrà salvare dall’ennesimo disastro del male minore. Perché in fondo è proprio la natura contraddittoria del progetto di centro sinistra ciò che può aiutarci. Quel che farà la destra è sotto gli occhi di tutti. Non deluderà, in un senso o nell’altro. Invece il campo largo è un coacervo di interessi e di ideologie a volte diverse, più spesso opposte tra loro. Approfittarne significa provare a spostarne l’asse da fuori, a partire dalla paura realistica che senza un minimo di credibilità nessun voto è assicurato. Tutto questo è possibile con due mosse preliminari.

La prima è quella di non aspettarsi molto. Il male minore è male minore anche stavolta: sostenere che un governo di centro sinistra non è uguale a un altro governo Meloni non vuol dire credere che un governo di centro sinistra farà cose di sinistra. Il compito di costruire un’egemonia culturale e di ricomporre un’idea politica di società alternativa è tutto da venire, non c’entra nulla con le elezioni politiche che arrivano. Ed è il compito più importante, che abbiamo messo in ghiaccio da almeno vent’anni. La differenza tra centro destra e centro sinistra di oggi sta soprattutto nella porosità di quest’ultimo: nel fatto che inevitabilmente sarà costretto a tener conto anche di argomenti critici rispetto all’attuale dominio del mondo (che pure rappresenta). La seconda è quella di provare a mettersi d’accordo con chiarezza su quali siano per noi di sinistra le questioni inaggirabili. Poche ma buone. Un piccolo elenco di cose da mettere in chiaro da subito e sulle quali insistere, ingoiando i rospi di tutte le altre cose. Non credo sia difficile costruire questo elenco: dal ripudio della guerra come logica del mondo, alla difesa delle democrazie costituzionali e del diritto internazionale, a una riforma in senso federale e democratico dell’Europa, fino alle questioni sociali: salario minimo, reddito universale, contrasto al tratto monopolistico del capitalismo contemporaneo, lotta al lavoro povero. Ma questo elenco non può essere così generico. Non si tratta di chiedere al centro sinistra di essere “contro la guerra”, ma di chiedere pochi impegni concreti e fattibili che possano spostare un po’ a sinistra gli assi fondamentali. Per fare solo un esempio, nel caso della guerra credo che vi siano almeno tre o quattro cose su cui si possa trovare un accordo: il ripristino del diritto internazionale e delle istituzioni sovranazionali, la presa di distanza dall’occidente di Trump e soprattutto di Netanyahu, l’opposizione senza condizioni del piano ReArm-Europe, il ritorno della centralità della diplomazia contro la forza come principio. È poco, lo so bene. Ma sarebbe già un esito capace di salvare migliaia di persone e di rallentare per quanto possibile la caduta dal piano declinante da cui stiamo precipitando.

Mi riservo di intervenire più analiticamente nel merito. Il punto su cui interrogarsi è se sia possibile strappare qualche impegno concreto e “progressivo” su questi argomenti. A mio avviso sì. Più chiaro sarà l’elenco, meno saranno le delusioni successive. Credo che la società civile – quella che si è mossa per il referendum e che non si riconosce più in alcuna rappresentanza partitica – abbia la forza necessaria per rivendicare almeno poche cose e per non garantire nessuna delega in bianco, nonostante l’argomento del male minore. Dopo di ché, sullo sfondo, resta la grande sospensione dello spazio vuoto e insostituibile della politica. Della responsabilità che esercitiamo votando o non votando, del mondo che cambia e del nostro impegno che non può soltanto limitarsi a spazi di resistenza individuale o informale. La grande storia è tornata, e a noi non resta che affidarci senza entusiasmo alla piccola politica di questi tempi. Non c’è altra strada, anche se non ci piace. Consoliamoci pensando che non è comunque la strada principale, che è tutta da tracciare. Ricostruire una grande politica all’altezza della grande storia, dopo aver perduto venti anni.

Gli autori

Sergio Labate

Sergio Labate è professore di Filosofia teoretica presso l’Università di Macerata. Tra i sui temi di ricerca ci sono il lessico della speranza e dell’utopia nell’età secolarizzata, la filosofia del lavoro, le passioni come fonti dei legami sociali, la difesa della democrazia costituzionale nell’epoca del suo disincanto generalizzato. È stato presidente di “Libertà e Giustizia”. Tra le sue pubblicazioni: “La regola della speranza. Dialettiche dello sperare” (Cittadella, 2012), “Passioni e politica” (scritto insieme a Paul Ginsborg, Einaudi, 2016), “La virtù democratica. Un rimedio al populismo” (Salerno editrice, 2019). Ha recentemente pubblicato il volume: "Lavoro e modernità. Un saggio filosofico" (Ets, 2025).

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5 Comments on “Fra un anno si vota: cominciamo a parlarne”

  1. In sintesi siamo con le spalle al muro! Perché è vero, “una nuova vittoria della destra sarebbe devastante” come è parimenti vero che “non si può votare una sinistra che fa la destra per paura della destra”, ragion per cui sinistra non è, aggiungo io. Personalmente detesto il PD proprio perché “ha imperdonabilmente barattato il consenso e la coerenza politica con i banchi del potere”, con l’aggravante di aver abbracciato il neoliberismo, aggiungo sempre io. Preferisco la “coerente incoerenza” di Avs piuttosto che la falsa coerenza del PD. Sono d’accordo sul fatto che “Avs non lascierà mai i confini del centro sinistra”… ma non sarà per caso che esso come noi, con le spalle al muro, è costretto a scegliere il male minore? E non sarà per caso che si trova con le spalle al muro per colpa di chi gli ha negato la fiducia riversandola ostinatamente sul PD? Assodato che dentro questo maledetto/benedetto “campo largo” ci dobbiamo stare perché non starci con Avs? Così magari invece del 6% arriverà al 10% con maggiori possibilità di spostare l’equilibrio verso il mondo migliore che tutti auspichiamo. Sono troppe le nefandezze del PD (su tutte ricordo il nefasto Decreto Minniti del 2017, apripista degli attuali decreti sicurezza), perciò preferisco “ingoiare i rospi delle guerre e del riarmo” con l’incoerente Avs che con il PD traditore. Lascio in sospeso la questione nodale: cos’è NON NEGOZIABILE per noi di sinistra?

  2. Errata corrige: a proposito di Minniti (governo Gentiloni) intendevo principalmente il Memorandum d’intesa Italia-Libia.

  3. Si può ancora puntare sul male minore? Solo se ci sarà un accordo su un programma chiaro e concreto. Non si può rimanere sul generico : ripristino del diritto internazionale e della diplomazia. Quali gli atti concreti conseguenziali? Molto problematico sarà invece un accordo sul Piano di Riarmo Europeo, così come sul rapporto diplomatico con la Russia in particolare per le esigenze di gas e petrolio, data la guerra all’Iran, con tutti i risvolti economici e sociali che comporta. Non ultime, misure concrete su lavoro, salari e pensioni , sul fisco progressivo, sulla Sanità, sulla Scuola, l’ Università e la ricerca, su un serio Piano Casa, per la difesa delle garanzie costituzionali . Ma bisogna fare presto, poi si possono fare anche le primarie…

  4. Si può immaginare una cordata di tutta la sinistra, compreso l’esecrato PD, a condizione a) di una stesura di programma che avvenga con tutte le forze di sinistra, senza esclusioni (modalità da definire). b) che tutte le forze partecipanti avranno egual posto in parlamento (stesso numero per ciascuna formazione PD compreso). A me piace l’utopia, e se vogliamo davvero arginare l’onda nera, si deve cercare di realizzarla; ognuno con le proprie possibilità. Ricordiamoci che il comunismo è lo strumento per superare lo stato di cose presenti, senza peraltro scordare che il nuovo stato di cose avrà sempre bisogno del comunismo per essere superato a sua volta perché diventato conservatore e inadatto alle nuove sfide che il futuro inevitabilmente presenterà.

  5. Sono molto d’accordo con Labate che l’unico modo per esprimere un’alternativa di governo sia quello di (ri)portare al voto quelli che non si fidano più della politica e se ne sentono rifiutati. Sono molti, e il recente referendum lo ha dimostrato chiaramente.

    Per riportare costoro alle urne occorre un programma convincente, senza paura di perdere elettori di sinistra o di centro. Per ogni voto perso, dieci ne arriveranno se il programma è di qualità. I temi sono sempre quelli, sempre disattesi o traditi: l’ambiente; la lotta alla corruzione; una giustizia efficiente; il lavoro; le opportunità per i giovani; sanità, acqua, ed altri servizi da rendere di nuovo pubblici ed efficienti. Il rispetto pieno dell’articolo 11 della Costituzione.

    Non occorre invece perdere tempo e forze nella ricerca del leader. Su questo dissento da Labate. Perché si dovrebbe diffidare di Conte per voler tornare a fare il Presidente del Consiglio? Lo già fatto prima e lo ha fatto bene. E’ un raro caso di politico onesto. Guida una delle principali forze di opposizione, la sola che al governo ha avuto il coraggio di fare delle riforme importanti come annunciato nel programma. Per cosa dovrebbe correre, per fare il Sottosegretario?

    Alla redazione: continuate a promuovere questo dibattito. Fate partecipare i molti che, disgustati da una politica che ha inseguito sempre più il potere e il denaro invece del benessere dei cittadini, tornerebbero a seguirla e occuparsene.

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