«Mi tornò in mente nel buio quel progetto di attraversare le colline, sacco in spalla, con Pieretto. Non invidiavo le automobili. Sapevo che in automobile si attraversa, ma non si conosce una terra. “A piedi” avrei detto a Pieretto, “vai veramente in campagna, prendi i sentieri e costeggi le vigne, vedi tutto. C’è la stessa differenza che guardare un’acqua e saltarci dentro”». Mi erano venute in mente queste parole di Cesare Pavese ne La bella estate, per questo avevo deciso andarci in treno a Pàvana. Per arrivarci più lentamente, per sentirmi più in sintonia con Francesco. Guardavo fuori dal trenino che costeggiava la Porrettana e ancora non mi sembrava vero: trascorrere qualche giorno a conversare con Francesco Guccini, il mio mito giovanile e tuttora il mio autore prediletto. Era il 2013 e avevamo deciso di scrivere insieme un libro, che si sarebbe intitolato Tra i castagni dell’Appennino.
Mi veniva da pensare a quante volte avevo suonato le sue canzoni da solo o per gli amici. Lo ammetto, cercavo un po’ di assomigliargli. Mi limitavo a calcare un po’ di più la mia erre e tanto bastava. Confesso che, quando un anno prima avevo avuto l’occasione di conoscerlo di persona, avevo un po’ paura, un mito è un mito e mi chiedevo: come sarà veramente? È bastato un quarto d’ora per iniziare a scherzare e a prenderci in giro. Ero arrivato a Pàvana con un po’ di timore, non è cosa da tutti i giorni trascorrere qualche giorno in compagnia di un uomo che consideravo un mito giovanile, un punto di riferimento letterario ed esistenziale. Ne sono venuto via con un affetto ancora più forte. I miti, si sa, spesso tradiscono. Ci si fa un’idea totalizzante: se uno è così bravo, lo sarà in tutto. Spesso non è così, ma nel caso di Francesco l’artista e l’uomo coincidono perfettamente. Su e giù dal palco, con una chitarra, una penna, un bicchiere o una sigaretta tra le mani lui rimane una persona coerentemente sincera.
Confesso che mi sentivo un po’ in imbarazzo a citare alcuni suoi versi, seduto davanti a lui nella cucina di casa sua, mentre lui seguiva attento, con quei suoi profondi occhi verdi e l’aria un po’ sorniona. Era bello chiacchierare con Francesco, sarei rimasto ore ad ascoltare quella sua cantilena emiliana scorrere nei mille aneddoti della sua vita, sempre raccontati con l’ironia di chi vuol essere preso sul serio, ma ha un po’ il timore di farlo capire troppo. Quando citava alcune sue canzoni, con l’umiltà che lo contraddistingueva, Francesco lo faceva come se fossero state sconosciute ai più. Così come si scherniva, ogni volta che facevo l’elogio di una frase, di un suo verso, ridacchiava soffiando il fumo della sigaretta, come chi si inventa qualcosa da fare per non andare avanti nel rispondere.
Artigiano della parola, amava intagliarla nella lingua, limarla fino a farne il tassello di una metrica perfetta. È stato un cantautore politico? Sì, ma non legato alle mode, né al momento. Le sue idee, i suoi sentimenti passavano attraverso la sua storia prima di arrivare a noi. Non si serviva di facili slogan. Questa è stata la grandezza di Guccini. Da uomo di grande cultura qual era riusciva a coniugare il colto con il popolare in modo unico. «Se potessi mangiare un’idea…» cantava il compianto Giorgio Gaber, ecco Guccini le idee le aveva mangiate, le aveva fatte passare attraverso di lui, metabolizzate, per poi trasformarle in storie malinconiche e affascinanti. Era un esistenzialista profondo, che non ha mai perso la dimensione del gioco e dello scherzo: «per una battuta mi farei spellare» canta in Parole.
Francesco non solo ha scritto tra le pagine più belle della sorta di quel Rinascimento della canzone colta, che ha segnato gli anni ’60 e ’70 della musica italiana, ma è stato qualcosa di più di un grande cantautore: è stato un uomo onesto. Con se stesso e con chi lo seguiva. Quante volte mi era capitato di vedere ai suoi concerti, ragazze e ragazzi cantare a memoria i suoi testi. Li guardavo stupito, perché non erano ancora nati quando le aveva scritte e forse nemmeno i loro genitori si conoscevano. Eppure, erano lì ad alzare il pugno al “trionfi la giustizia proletaria”. Uno che l’eskimo non se lo è mai tolto e che quando lo portava l’ha fatto con grande saggezza e umiltà. Francesco ha saputo essere contro corrente in modo anche sornione, mai urlato, in un’epoca in cui molti gridavano slogan estremisti di moda allora, per poi finire belli belli a occupare quelle poltrone che volevano abbattere.
Quello che ho sempre apprezzato di lui è il suo essere stato fuori moda in modo coerente e ponderato, ma non come quelli che fanno apposta a essere fuori moda, per farsi notare coscientemente. Quelli che, per intenderci: mi si nota di più se vengo e sto in un angolo o se non vengo… di morettiana memoria. Niente auto, niente cellulare, via dalla città e un modo di fare canzoni, che assomiglia a quello di un falegname, di un fabbro che forgiano la materia. «È come se il venir meno dell’idea di eternità coincidesse con la crescente avversione per i lavori lunghi e pazienti» ha scritto Paul Vàlery. Per questo il modo di lavorare di Francesco è stato a volte anacronistico: tempi lunghi, manualità, artigianato puro, insomma. Per questo ha resistito e resisterà alle mode, perché di moda non è mai stato.
Per quasi quarant’anni le parole, gli accordi, la voce di Francesco mi hanno accompagnato fino a oggi. Da un lato e dall’altro della chitarra, dando la voce e i termini giusti ai sentimenti o nobilitando una ciucca, vestendola di esistenzialismo oppure ancora a capire perché la morosa ti ha lasciato e che il tempo passa più veloce di quanto pensi. È stato un grande compagno di viaggio, un fratello maggiore, nelle cui parole potevi immedesimarti, perché una delle cifre di Guccini è di aver sempre scritto di se stesso e su se stesso. Il pronome “io” è il segno della sua sincerità e del suo coraggio di aprirsi al pubblico in modo sempre coerente. Credo che solo così si spieghi l’affetto che il pubblico ha sempre continuato a manifestare nei suoi confronti: di Francesco si amava l’uomo, non solo l’artista.
Non so cosa il tempo gli abbia preso o gli abbia dato, so però cosa lui ha dato al tempo e a noi: le parole giuste che mancavano per spiegarci quel momento, quell’emozione, quello stato d’animo. Cosa gli ha preso? Forse un po’ di autorevolezza, lo ha reso un po’ più fragile, facendogli capire che in fondo nemmeno lui può prendersi troppo sul serio. «Ma sai cosa io penso del tempo e lui cosa pensa di me». Tranquillo, non può che pensare bene, dove lo trova un altro che lo ha cantato come te?

… abbiamo letto fiumi di parole, abbiamo visto tante immagini, dí Francesco Guccini, ho girato il ricordo di Marco Aime a tante/i amici e come ritorno tutti hanno apprezzato le parole di Marco Aime, tra le più vere, tra le meno dí circostanze, certo non la scopriamo ora la sua bontà culturale