Guccini, che non si è arreso al mondo

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Per tante generazioni, Francesco Guccini è stato insieme un rito collettivo e un ascolto intimo. Da un lato i pugni chiusi levati insieme nei concerti davanti alle parole della rivolta e della rabbia, alla promessa che «trionfi la giustizia proletaria», a quell’eskimo diventato insieme riparo, divisa e memoria di una stagione; dall’altro una voce appartata, capace di trasformare quella stessa tensione morale in malinconia luminosa e interrogazione privata. Forse è proprio in questa splendida ambivalenza – voce corale dell’indignazione e insieme compagno dei pensieri più intimi – che sta l’impossibilità di scriverne un ricordo, anche piccolo. Ogni memoria di Guccini finisce per diventare, nello stesso tempo, memoria di una generazione e autobiografia privata, racconto personale di un istante decisivo, una sua canzone condivisa con una persona importante e la felicità di riconoscersi dentro le stesse parole.

Però, se si vuole la luna, su queste pagine non possiamo non parlare oggi di Francesco Guccini, di chi ha cantato (Don Chisciotte) la lotta contro un realismo troppo rassegnato e le sorprese di quell’«anima tiranna» che non fugge il mondo, ma lo riapre, lo illumina, gli accende davanti occhi nuovi. In quest’epoca di sconfitte e di ostinata volontà di lotta, non c’è forse modo più bello di descriversi che come «romantici rottami», ancora capaci di «sputare il cuore in faccia all’ingiustizia». Acchiappare la matassa e provare a tirarne un filo è difficile, perché l’uomo e il cantante erano grandi in tutti i sensi: nella presenza fisica, nella voce piena e terrestre, impastata di mondo, nella vastità dei testi e della musica, nella ricchezza della lingua, nella capacità di stare dentro la storia e, insieme, accanto alle esistenze più minute.

Forse è proprio da qui che si può partire, dal cantautore che si china sulle vite semplici e le ricopre della dignità delle sue parole colte, restituendo loro una possibilità di durata, di bellezza, di salvezza. Poetica e politica delle esistenze minute. Il pensionato ne è uno degli esempi più alti. Basta farla partire per trovarsi dentro il riconoscimento prezioso di un uomo che continua a esistere anche quando la società sembra aver smesso di avere bisogno di lui: la sua «antica cortesia» che offre un «piacere assurdo», i «giorni uguali e duri», le «minestre riscaldate sulla stufa», una casa dimessa che non diventa mai misera, perché le parole la guardano senza compatimento e le restituiscono dignità. È qui che la storia diventa il diritto delle vite comuni a essere nominate, ricordate, riconosciute. E non è forse questo, nella sua forma più semplice e più radicale, politica?

A chi altro poteva venire in mente, del resto, di dedicare un Piccolo manuale dei giochi di una volta alla lippa, al chioccaballe, alla cerbottana, ai coperchini, a quei giochi poveri e inventivi degli interminabili pomeriggi estivi, quando bastavano un elastico, un pezzo di legno e un sogno per disturbare il riposo dei borghesi? Non è nostalgia celebrata, né trasformazione del passato in un rifugio innocente. È, piuttosto, un modo per ricordare e far capire un mondo in cui i desideri appartenevano ancora alle persone, così come le possibilità; un mondo meno arreso ai richiami del capitalismo, nel quale l’immaginazione non era stata ancora appaltata ai miti del consumo, né del tutto devastata da quella mutazione antropologica contro cui Pasolini aveva lottato con tanta lucidità e con tanto dolore. Immaginazione e possibilità sono, in fondo, altri due varchi di accesso alle canzoni di Guccini, e anche per questo riguardano la politica nel suo senso più largo.

Autogrill è il vertice di questa poetica. Sembra raccontare quasi nulla e, invece, rivela tutto. Una sosta in una stazione di servizio, una ragazza intravista dietro il banco del bar, uno scambio minimo, forse nemmeno avvenuto davvero, e subito l’immaginazione che costruisce una vita possibile. Per pochi istanti tutto sembra aprirsi. Due sconosciuti si incontrano, la realtà allenta la presa, il futuro smette di essere soltanto quello della routine della strada. Poi l’incantesimo si spezza. La strada riprende, ciascuno torna alla propria vita. Non è un caso che il desiderio e la possibilità nascano in un autogrill, in un non-luogo che non è partenza né arrivo. Quella canzone è la sublime descrizione di uno spazio di transizione, di un’interruzione del tempo ordinario. Ed è proprio nei tempi di transizione che l’essere umano torna a sognare. L’incantesimo può spezzarsi, ma il punto non è questo. Il punto è che quell’attimo è esistito, è reale, vero. È il grande umanesimo di Guccini: sapere che l’uomo vive anche di possibilità non realizzate, di sogni interrotti che non sono illusioni da archiviare, ma una parte essenziale dell’esperienza del mondo. Raccontare quell’attimo, senza retorica, significa compiere un gesto profondamente politico e poetico, perché restituisce valore a ciò che costruisce il tessuto esistenziale delle persone.

Il carattere più profondamente politico dei testi di Guccini non sta nell’indicare come dovrebbe essere il mondo, ma nel ricordare che ogni essere umano custodisce il diritto, spesso frustrato, di immaginarne un altro. Momenti fondamentali destinati a restare, come ci ricorda Incontro: «Restano i sogni senza tempo, le impressioni di un momento, le luci nel buio di case intraviste da un treno», tutta materia che lascia il «cuore di simboli pieno».

La vita, in fondo, non è soltanto cronaca della realtà. La sua parte più profonda sta nel modo in cui gli esseri umani costruiscono il mondo attraverso simboli, ricordi, possibilità, immagini. Non vivono soltanto di fatti; vivono di significati. Guccini, allora, è stato soprattutto questo: un grande narratore che ci ha insegnato a diventare narratori, ad amplificare le vite attraverso la potenza delle parole che cambiano il senso delle cose. «Per raccontarti e poi farmi raccontare», ha scritto nella più bella canzone d’amore (Vorrei). E noi, oggi, possiamo promettergli di restare narratori, di continuare a custodire le parole, gli attimi, le vite comuni e le possibilità non compiute. Con la fiducia ostinata di Don Chisciotte e con quella verità terribile che Peter Bogdanovich, citando La civiltà del Rinascimento in Italia di Jakob Burckhardt, ricordava così: quando Don Chisciotte ritrovò la ragione, perse la ragione di vivere. Anche grazie a Guccini, vogliamo restare un poco irragionevoli, abbastanza da non arrenderci al mondo così com’è, abbastanza da continuare a immaginarne un altro.

Gli autori

Riccardo De Vito

Riccardo De Vito, è giudice al Tribunale di Nuoro. Già presidente di Magistratura democratica, è componente del comitato di redazione della rivista Questione giustizia.

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