Guccini: l’amore, i pugni chiusi e le sfida dei perdenti

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Nel paese dove sono nato il braccio con il pugno chiuso era il segno-simbolo del partito comunista ed io, che ero più o meno un extraparlamentare, come si diceva allora, lo sentivo come appartenenza a una sorta di chiesa. Non lo facevo spesso. Troppo liturgico. Però ai concerti di Francesco Guccini si salutava con il pugno chiuso. E non ne ho persi uno di quei concerti a Firenze, all’inizio in circoli Arci per non moltissime persone, poi nei campi sportivi e al palasport. Era anche quello un po’ un rito: c’erano dei momenti canonici, dei versi alla fine dei quali i riflettori illuminavano la vasta platea e i pugni si alzavano all’unisono. Un rito collettivo. Una comunità che si ritrovava e festeggiava il riconoscersi, ribelle. Un appuntamento con l’epica.

Non era così con De André. Forse Fabrizio era troppo grande, troppo musicista e troppo poeta, per sentirlo uno che si poteva abbracciare in osteria. E comunque quando è morto, avevo solo le prime due ore a scuola e alle 10 mi precipitai a Genova per il suo funerale. Poi ci sarei stato due anni dopo, per il G8 del 2001 e negli anni successivi per Carlo Giuliani in Piazza Alimonda. Un altro rito della memoria. La Genova del lutto e della vita.

Francesco era “uno di famiglia”, come mi ha scritto il mio nipote quarantenne. Andavamo insieme ai concerti quand’era un ragazzo e forse per la sua generazione quella esplosione di emotività e politica era qualcosa di nuovo e insolito. Certe passioni sono conoscenza di sé e del mondo per chi ha vissuto gli anni Settanta. Il braccio scattava in alto, chiuso il pugno, al ritmo dei versi, quando scoppiava nella via la bomba proletaria, illuminava l’aria la fiaccola dell’anarchia, e la locomotiva era lanciata a bomba contro l’ingiustizia.

E tuttavia il momento che mi è sempre parso più significativo di quegli abbracci di anime e corpi, di musica racconti, ironia e autoironia, era un altro. In Cyrano, uno dei tanti personaggi epici che attraversano il tempo e forse sono per questo cari al cuore di Francesco, a un certo punto si dice: «Ma dentro di me sento che il grande amore esiste / Amo senza peccato, amo, ma sono triste / Perché Rossana è bella, siamo così diversi / A parlarle non riesco / Le parlerò coi versi / Le parlerò coi versi». Le parlerò coi versi. Ripetuto, come conviene nell’epica. Ecco, complice certo la costruzione musicale e quel vocione, anche lì si alzavano i pugni da appassionati bizzarri militanti. Come per l’anarchia amorosa degli ultimi. Parlare con la poesia, celebrare il grande amore che esiste, ed è una forma di ribellione, di rivolta direbbe Camus. La canzone è di Beppe Dati ma mi sembra ci sia tutto Guccini in questa umana poesia politica. La dimensione dell’intimità – che pareva a qualcuno disimpegno e non era, era portare se stessi interi nell’impegno. L’amore dei solitari, la loro protesta contro le maggioranze volgari, la sfida dei perdenti che non smettono comunque di battersi contro la “gente vuota”, preti o materialisti, e vincono il tempo. E restano. Come resterà Francesco, per noi. Che abbiamo visto Genova – repubblicana di cuore, vento di sale, d’anima forte, dove resta la traccia aperta di una ferita.

Gli autori

Andrea Bagni

Già docente di italiano e storia all'istituto Gramsci-Keynes di Prato. Vicedirettore della rivista "Ecole". Tra i fondatori di "Alba" e de "L'Altra Europa" ha partecipato da protagonista a numerosissime iniziative politico-culturali.

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