Marco Aime, antropologo, giornalista e scrittore, insegna all’Università di Genova. Le sue ricerche spaziano dall’Africa occidentale (Benin e Mali) all’Asia e alla montagna, soprattutto nell’arco alpino.
Contenuti:
Fino a qualche giorno fa mi ero convinto che dopo Gaza non avremmo più potuto usare la parola “umanità”. Poi qualcosa è accaduto. Le strade, le piazze hanno dimostrato di sapere cosa si deve fare a dispetto della complicità dei governi. Le piazze gremite hanno urlato che ci sono valori al di là delle alleanze di convenienza. Sì, e la storia siamo noi.
Il 2 giugno è il rituale con cui la Repubblica celebra sé stessa. Da sempre a sfilare sono i militari. Come a dire che lo Stato serve a fare la guerra. Perché, per mettere in scena chi siamo davvero, non facciamo sfilare medici, infermieri, insegnanti, operai? E, se proprio vogliamo i militari, perché non farli sfilare senz’armi con la bandiera della pace?
Secondo le indicazioni per l’insegnamento della storia nella scuola primaria predisposte dall’apposita Commissione ministeriale «solo l’Occidente conosce la Storia» e «la cultura occidentale è stata in grado di farsi intellettualmente padrona del mondo». È il ritorno a una visione del mondo diviso tra Occidente civilizzato e società selvagge.
La pelle di un individuo può diventare – è diventata – un terribile elemento di discriminazione, uno dei pilastri su cui poggia il razzismo. Spesso il colore della pelle traccia un confine, che trasforma un dato cromatico in un marchio indicativo delle presunte caratteristiche culturali di un determinato gruppo (i neri, i pellerossa, i gialli). Così il colore diventa l’altra faccia dei rapporti di forza tra le persone e tra i popoli.
Inginocchiarsi contro il razzismo è un segnale importante. E, se è vero che il calcio è un grande fenomeno sociale, allora i calciatori devono avere coscienza dei segnali che lanciano con il loro comportamento. Non si tratta di imporre alcunché. Ma è sintomatico e preoccupante che i nostri campioni del pallone non colgano il senso di quel gesto.
La partita fantasma tra Juventus e Napoli avrà come esito la vittoria a tavolino dei bianconeri o una più equa soluzione di compromesso. Ma, comunque, lascia aperta una domanda: è possibile che nessun calciatore abbia sentito il dovere di dire che il Covid è una cosa seria e che le partite si giocano sul campo?
Negare l’omogeneità tra l’emigrazione italiana in Belgio negli anni Cinquanta e l’immigrazione di oggi in Italia è penoso. Soprattutto nell’anniversario dei 262 morti a Marcinelle “per miseria”, esattamente come i braccianti di Foggia.
Essere quello che non è l’altro. Chiudersi in quello che crediamo essere un “noi”, spesso più immaginato che reale. Questo fa nascere i confini.