È Il 28 aprile del 2021 quando tre rapinatori armati di una pistola giocattolo e di un coltello entrano in una gioielleria di Grinzane Cavour e intimano al titolare, dopo averne immobilizzato la figlia e sferrato un pugno alla moglie, di aprire la cassaforte, da cui prelevano preziosi per un valore di 68.000 euro, allontanandosi poi dal retro e raggiungendo un’auto precedentemente posteggiata e predisposta per la fuga. Mentre stanno ormai salendo sull’auto, il gioielliere esce dal negozio impugnando un revolver carico 38, li raggiunge ed esplode un primo colpo (a cui ne seguirà un altro) all’indirizzo del rapinatore seduto al posto di guida (che ha già acceso il motore); quindi, si sposta dall’altro lato dell’auto e spara un colpo ciascuno agli altri due continuando poi a premere il grilletto anche se i proiettili sono terminati e accanendosi con calci al volto di uno di loro caduto a terra e ormai morente. Sul terreno restano due rapinatori uccisi mentre il terzo, gravemente ferito, verrà arrestato poco dopo. A questo punto il gioielliere rientra nel negozio, non senza avere prima prelevato dall’auto i preziosi sottrattigli (peraltro poi rimessi sul sedile dove si trovavano). La sequenza dei fatti è stata ripresa dalle telecamere di sicurezza ed è, anche per questo, pacifica. Sottoposto a processo davanti alla Corte d’assise di Asti (e, dunque, a un collegio composto da due giudici togati e sei giudici popolari estratti a sorte), il gioielliere è riconosciuto colpevole di omicidio e tentato omicidio volontario e condannato in primo grado alla pena di 17 anni di reclusione, ridotti in appello a 14 anni e 9 mesi. La sentenza è confermata, il 15 luglio, dalla Corte di cassazione e, conseguentemente, il gioielliere si costituisce nel carcere di Bollate.
Tanto drammatico è il fatto quanto evidente la sua qualificazione giuridica e automatico il trattamento sanzionatorio. L’omicidio volontario è, nel caso, addirittura di scuola; della legittima difesa mancano tutti gli elementi costitutivi (dall’attualità e gravità del pericolo alla proporzione della reazione); se uno studente di giurisprudenza sostenesse il contrario all’esame di diritto penale sarebbe invitato a tornare in altra sessione; la disciplina degli altri Paesi europei è analoga (e, anzi, assai più rigorosa); la giurisprudenza al riguardo è pacifica; al condannato sono state riconosciute le attenuanti generiche e quella della provocazione; la pena inflitta è prossima al minimo previsto (21 anni di reclusione, su cui sono state operate le riduzione per le attenuanti e l’aumento per la continuazione trattandosi di due omicidi e di un tentato omicidio). Si aggiunga che non è il primo caso del genere: l’ultimo, a mia memoria, risale a due anni fa ed è avvenuto a Milano dove i titolari di un bar hanno inseguito e accoltellato a morte un giovane sorpreso a rubare nel loro locale, riportando una condanna a 17 anni di carcere, senza reazioni di sorta (fors’anche perché gli autori erano di origine cinese…).
Una rapina è certamente un evento traumatico (a maggior ragione se, come in questo caso, non è la prima), una pena di oltre 14 anni colpisce per la sua entità, il carcere per un settantaduenne è particolarmente afflittivo (come, del resto, per tutti i 1400 detenuti over 70). Comprensibile, dunque, che se ne discuta, anche con un’intensa partecipazione emotiva. Ma quel che sta accadendo in questi giorni è tutt’altro: ministri, sottosegretari e leader della destra gridano allo scandalo definendo la sentenza ingiusta e, finanche, vergognosa; il ministro della Giustizia inizia l’iter per la concessione della grazia all’incauto pistolero, dandone immediata comunicazione urbi et orbi e meritandosi l’inevitabile richiamo del presidente della Repubblica (unico titolare del potere di grazia); il vicepremier Salvini visita in carcere due giorni consecutivi (pubblicizzandolo ai quattro venti) il gioielliere detenuto e ne propone la candidatura (tecnicamente impossibile, in forza della legge Severino) nelle liste della Lega per le prossime elezioni; il suo alleato/concorrente Vannacci assume come consulente, anche in questo caso con grancassa mediatica, l’avvocato del condannato eccellente; la Lega inizia una raccolta di firme a sostegno della grazia e presenta un disegno di legge di modifica in senso estensivo della legittima difesa; la presidente del Consiglio rilascia un’intervista al Corriere della Sera nella quale definisce “sproporzionata” la pena inflitta al gioielliere piemontese e rivendica come propria e di tutto il Governo l’iniziativa del guardasigilli e via elencando. In questo contesto non manca il protagonismo del condannato che, nel plauso dei suoi supporter politici, prima di varcare la porta del carcere sale in cattedra e, dopo avere bacchettato il capo dello Stato per avere concesso la grazia a Nicole Minetti e a “uno scafista”, gli intima di “mettersi una mano sulla coscienza” e di fare altrettanto con lui.
Gesti squallidi di una campagna elettorale permanente disposta, per quale voto (o per molti voti), anche a calpestare i fatti e a speculare sui morti? Ovviamente sì, e non è certo la prima volta. Ma c’è qualcosa di più ché la vicenda dice molto sulla nostra situazione istituzionale e sulle sue prospettive.
Primo. L’iniziativa a tempo di record del ministro della Giustizia per la concessione della grazia è illuminante. Il nostro codice di procedura penale e la Corte costituzionale prevedono che l’attivazione d’ufficio del procedimento di grazia spetta al Capo dello Stato, titolare esclusivo del relativo potere, mentre al ministro della Giustizia spetta soltanto il compito di svolgere la richiesta istruttoria e di formulare un parere non vincolante. La decisione del ministro Nordio, poche ore dopo la sentenza della Cassazione, di avviare l’iter per la concessione della grazia – rintuzzata, come si è detto dal capo dello Stato – è stata confermata anche dalla premier. La cosa ha una valenza pratica e istituzionale di enorme rilievo. L’articolazione delle competenze istituzionali era, infatti, ben nota (non poteva non esserlo) al ministro e al Governo che – come è stato acutamente rilevato – sono stati più arroganti che ignoranti, svelando così la loro visione del presidente della Repubblica, nella prassi e nelle prospettive di riforma, non come rappresentante dell’unità nazionale (secondo la previsione dell’art. 87 Costituzione) ma come portavoce della maggioranza. È questo – occorre averlo ben chiaro – il senso della rivendicazione di un capo dello Stato espressione della destra operata di recente dalla presidente del Consiglio (e anticipato dai ripetuti atteggiamenti della attuale seconda carica dello Stato).
Secondo. Qui la legittima difesa (già riformata nel marzo 2019, con una improvvida estensione, su iniziativa di Matteo Salvini, allora ministro degli Interni) non c’entra nulla. Per escludere la rilevanza penale del comportamento del gioielliere di Grinzane, non basta, infatti, ampliarne ulteriormente la portata, ma occorre affermare il diritto di inseguimento, di esecuzione, di vendetta. Occorre, cioè, cancellare il diritto penale penale moderno, il cui nucleo forte sta nella sottrazione del reo alla vendetta della vittima e nel suo affidamento all’intervento dello Stato sulla base di regole prestabilite. Questa è, a ben guardare, la vera posta in gioco, comprensiva di due passaggi, entrami devastanti. Il primo è la dichiarazione di impotenza dello Stato a garantire la collettività accompagnata da una sorta di autorizzazione al cittadino (garantita dall’impunità) a difendersi da solo. Il secondo passaggio è il consolidamento della costruzione, a fianco del “diritto penale del nemico”, di un “diritto penale dell’amico” a cui tutto è concesso: costruzione da tempo in atto, in particolare – per restare nel settore della sicurezza – con il trattamento differenziato assicurato, in caso di commissione di reati, agli operatori di polizia. Per incidens, è quello che sostiene Elon Musk – autonominatosi maestro di vita planetario – che non ha mancato di intervenire sul fatto, affidando al suo sociale il messaggio “La cosa è pazzesca. Andrebbero condannati il pm e il giudice”.
Terzo. Non basta. La riorganizzazione del sistema penale perseguita dalla destra ha un solo riferimento di valore: quello della proprietà. Anche in questo caso distanziandosi dalla Costituzione, il cui articolo 42 – come noto – ne esclude il carattere assoluto, prevedendo, per essa, specifici limiti. Non altro significa l’affermazione del generale Vannacci secondo cui “se entri in casa mia rinunci alla vita” o il passaggio del progetto di legge del senatore leghista Claudio Borghi in cui si afferma che “in caso di aggressione a mano armata all’interno del proprio domicilio o del proprio esercizio commerciale, professionale o imprenditoriale, qualsiasi reazione posta in essere nell’immediatezza del fatto da chi subisce l’aggressione è non punibile, indipendentemente dalla proporzionalità dei mezzi usati, dalla persistenza del pericolo e dalla natura strettamente difensiva della condotta“. Anche a prescindere dall’abnormità giuridica ed etica di tali proposte (che ne è, ovviamente, l’aspetto più inquietante), c’è, infatti, una contraddizione stridente – ove non si ponga la proprietà come valore assoluto e superiore ad ogni altro – consistente nella differenza di trattamento tra il proprietario aggredito e la vittima di sopraffazioni analoghe o ancora più gravi (si pensi alla vittima di una violenza sessuale o all’automobilista percosso e brutalizzato da un energumeno per una manovra ritenuta scorretta). Anche qui la cosa si inserisce in un progetto più ampio che ha avuto di recente una traduzione plastica con l’introduzione (art. 10 decreto legge 11 aprile 2025, n. 48) del delitto di occupazione arbitraria di immobile destinato a domicilio altrui, punito con la reclusione da due a sette anni, cioè la stessa pena prevista dall’articolo 589, comma 2, del codice penale per l’omicidio colposo “commesso con violazione delle norme per la prevenzione degli infortuni sul lavoro”.
Quarto. C’è, infine, una considerazione più strettamente politica. Questa vicenda mostra che, aldilà di alcuni apparenti distinguo, sui temi dell’ordine e della protezione degli interessi forti, la destra si muove come un sol uomo (o una sola donna). Già si è detto della totale sovrapponibilità delle iniziative e delle dichiarazioni di Fratelli d’Italia, della Lega e di Futuro Nazionale. Ma c’è chi continua ad adombrare una presa di distanza (e una posizione garantista) di Forza Italia, richiamando qualche parola a mezza bocca dell’ineffabile Antonio Tajani, campione del dire e non dire o del sostenere tutto e il contrario di tutto. A chi coltiva questa illusione basterà ricordare l’inaudita iniziativa del presidente della Regione Piemonte, Alberto Cirio, di proporre al Consiglio Regionale un ordine del giorno a sostegno della concessione della grazia al gioielliere di Grinzane con la singolare motivazione – tra l’altro fondata su alcune circostanze di fatto non vere – che egli è “un cittadino onesto, che in 40 anni ha sempre pagato le tasse, non ha nessuna macchia, ma alla nona rapina con violenza che subiva ha ceduto all’esasperazione”. Come se l’essere “cittadini onesti e che pagano le tasse” fosse un viatico per commettere reati (anche gravissimi come una pluralità di omicidi).
In homepage revolver della serie di dipinti “Guns”, realizzata da Andy Warhol tra il 1981 e il 1982
