La falsa rivolta della destra sociale

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C’è una destra che non ama Wall Street, non sogna Silicon Valley, non si commuove davanti al lessico aziendale della competitività e non considera il mercato l’ultimo giudice della storia. È una destra che guarda con sospetto l’americanismo, la società dei consumi, l’individualismo proprietario, la riduzione dell’uomo a produttore, consumatore, contribuente e spettatore. Una destra che, nei suoi momenti culturalmente più ambiziosi, ha disprezzato il borghese più ancora del proletario, l’usuraio più ancora del sovversivo, il cosmopolita più ancora dell’avversario di sinistra. È la cosiddetta “destra sociale”. Non si tratta di un partito preciso, né di una corrente perfettamente delimitata. La destra sociale è piuttosto una sensibilità: un modo di concepire la destra come popolare, comunitaria, antiliberista, critica verso il capitalismo finanziario e l’americanismo, capace di utilizzare il lessico populista, ma radicalmente ostile all’universalismo egualitario della sinistra. Vuole essere identitaria e popolare, anticapitalista ma anticomunista, antiborghese ma non egualitaria, comunitaria ma non universalistica.

Qui nasce il suo problema. La destra sociale può criticare il capitalismo come dissoluzione, usura e sradicamento; può denunciare il dominio del denaro, la mercificazione dell’esistenza, la distruzione dei legami comunitari. Ma non riesce a riconoscere come legittimi proprio gli strumenti politici che potrebbero contenere il potere del capitale: il sindacato, la redistribuzione, la tassazione progressiva, lo Stato sociale, il conflitto di classe. Il suo anticomunismo continua a funzionare anche dopo la scomparsa del comunismo reale. Non combatte più un avversario storico effettivo, ma un fantasma polemico nel quale finiscono per essere confuse la sinistra, l’eguaglianza, il welfare, la protesta sociale e ogni limite politico imposto al mercato. È questo il primo vicolo cieco. La destra sociale critica il capitalismo, ma diffida degli strumenti capaci di limitarlo. Denuncia lo sradicamento prodotto dal mercato, ma si ritrae davanti alle politiche che potrebbero correggerne gli effetti. Vuole difendere il popolo, ma non accetta fino in fondo il conflitto tra chi possiede e chi lavora. Vuole combattere il cosmopolitismo del denaro, ma finisce quasi sempre per allearsi con chi il denaro lo accumula.

In questa frizione si inserisce la destra economica. Essa non ha alcun interesse reale per le raffinatezze della destra sociale: la Tradizione, la comunità organica, la critica dell’americanismo, la lotta al nichilismo, la civiltà contro la tecnica, l’ecologia identitaria. Tutto questo può essere tollerato come arredamento culturale, profumo di cuoio antico in una stanza dove poi si firmano decreti fiscali, condoni, privatizzazioni, deregolazioni e tagli alla spesa sociale. Alla destra economica interessa una sola cosa della destra sociale: l’anticomunismo. O meglio, la sua traduzione pratica: ostilità verso le organizzazioni dei lavoratori, disprezzo per il sindacato, fastidio per la conflittualità sociale, identificazione della redistribuzione con il furto e della tassazione con il “pizzo di Stato”.

Così la destra sociale, appena cerca potere, perde anima. Entra nei governi, nelle coalizioni, nei ministeri, nelle amministrazioni; e finisce per sottomettersi alla necessità dei mercati, al peso delle agenzie di rating, ai vincoli europei, alla forza dei rapporti bancari, alla disciplina della diplomazia atlantica, alle compatibilità di bilancio, alla deferenza verso gli imprenditori. L’anticapitalismo diventa nostalgia letteraria; l’antiamericanismo si trasforma in fedeltà atlantica; il “sociale” si riduce a qualche bonus; la sovranità economica si scioglie nella disciplina dei conti. A quel punto il destino è segnato. La destra sociale diventa semplicemente destra. Non più rivolta contro il mondo moderno, ma sua polizia culturale. Non più critica della borghesia, ma sua guardia pretoriana. Non più denuncia del capitalismo sradicante, ma amministrazione nazionale delle sue conseguenze. Conserva il lessico del popolo, ma governa per le classi proprietarie; invoca la nazione, ma obbedisce ai vincoli internazionali; celebra la comunità, ma lascia intatti i rapporti economici che la dissolvono.

Il caso Meloni è, in Italia, l’esempio più evidente di questa metamorfosi. Nella lunga stagione dell’opposizione, Giorgia Meloni ha saputo occupare con abilità il registro della destra sociale: contro le élite, contro le oligarchie, contro l’Europa dei burocrati, contro la globalizzazione senza volto, in difesa della nazione, dei confini, dell’identità, del popolo tradito. Quel linguaggio le ha consentito di presentarsi come voce esterna all’establishment, interprete di una protesta insieme sociale e identitaria, capace di parlare ai ceti impauriti dalla crisi, alla piccola borghesia impoverita, ai territori che si sentivano abbandonati. Una volta giunta al governo, però, quella postura ha subito la normale prova del potere. Le invettive contro l’establishment finanziario si sono attenuate; la critica dell’Europa si è trasformata in ricerca di legittimazione dentro le istituzioni europee; la sovranità economica ha incontrato i vincoli del bilancio, del debito, dei mercati, del Piano nazionale di ripresa e resilienza. Sono rimaste le battaglie sui migranti, sulla famiglia, sulla sicurezza, sul “politicamente corretto”. Ma le grandi strutture del potere economico non sono state intaccate. La destra di governo assorbe e neutralizza gli elementi di “sociale” che ancora cercavano spazio al suo interno, trasformandosi nella versione più identitaria e meno redistributiva della destra economica.

Il populismo contemporaneo è la forma più rapida di questa conversione. Nasce come linguaggio sovversivo, promette di spezzare il monopolio dei potenti e di restituire voce a chi non ne ha. Ma è più un dispositivo retorico che una dottrina sociale e può cambiare padrone con estrema facilità. Può parlare contro il sistema e, il giorno dopo, amministrarlo; può insultare le élite e poi governare per esse, trasformando la rabbia popolare in plebiscito permanente a vantaggio dei ceti dominanti. Trump ne è stato l’esempio più clamoroso. Ha parlato il linguaggio dell’insurrezione contro il sistema, ma, una volta al governo, ha offerto al sistema economico una delle sue più classiche ricompense: riduzione delle imposte sulle società, deregolazione, nomine gradite al conservatorismo economico, subordinazione della rabbia sociale alla guerra culturale. La genialità politica è consistita nel dare agli elettori popolari il nemico simbolico e ai ceti dominanti il beneficio materiale: agli uni il muro, l’identità, la vendetta contro il politicamente corretto; agli altri le aliquote, le nomine, la protezione degli interessi consolidati.

Il populismo di destra dispiega così la propria natura: essere anti-sistema come stile, sistema come sostanza. La rivolta diventa scenografia del potere; il popolo diventa pubblico; l’élite viene insultata in televisione e tranquillizzata nei provvedimenti fiscali. La destra sociale fornisce il vocabolario della collera, il populismo lo trasforma in macchina elettorale, la destra economica ne incassa il rendimento. Nessuno tradisce nessuno: si spartiscono semplicemente mercati diversi. La destra sociale ottiene riconoscimento simbolico, battaglie culturali, luoghi dove piantare bandierine ideologiche innocue per chi detiene il potere economico reale. Il ceto politico che adopera il populismo ottiene consenso elettorale e occupazione degli spazi di potere. La destra economica ottiene politiche fiscali, deregolazione e protezione degli interessi costituiti. Al popolo, invece, restano i nuovi nemici: un bersaglio contro cui dirigere la frustrazione prodotta dall’assottigliarsi del welfare. Qui sta la beffa. Il popolo impoverito viene mobilitato contro il migrante, non contro il padrone; contro il percettore di sussidi, non contro la rendita; contro l’intellettuale progressista, non contro il monopolio; contro il sindacato, non contro la precarietà. L’identità diventa il velo nobile sotto cui si consuma una vecchia operazione sociale: spostare il conflitto da chi sta in alto verso chi sta ancora più in basso, dalla lotta tra chi possiede e chi lavora alla guerra tra chi è povero da più tempo e chi è povero da meno.

La tragedia della destra sociale è dunque questa: avere spesso capito alcune malattie della modernità, ma avere scelto quasi sempre le medicine sbagliate. Ha visto lo sradicamento, ma ha risposto con la nostalgia dell’identità organica. Ha visto la mercificazione, ma non ha saputo rompere con i poteri economici che la generano. Ha visto l’imperialismo, ma ha cercato rifugio in sovranità spesso retoriche. Ha visto la decadenza della politica, ma le ha opposto autoritarismo e verticalizzazione del potere. Ha visto l’uomo ridotto a consumatore, ma non ha saputo riconoscerlo come lavoratore. Voleva opporsi all’universalismo progressista senza vedere che è il capitale il più potente universalismo realmente esistente. Il mercato, molto più del comunismo, ha abolito frontiere, tradizioni, comunità, mestieri, economie locali, ritmi antichi. Per uscire dal vicolo cieco, la destra sociale dovrebbe prendere sul serio il proprio anticapitalismo fino a rompere con la destra economica. Ma, facendo questo, dovrebbe anche ripensare il proprio antiegualitarismo, la propria ossessione gerarchica, il proprio rifiuto dell’universalismo. Dovrebbe diventare altro da sé. E infatti non lo fa. Preferisce restare ciò che è: radicale nei simboli, moderata nei rapporti economici; rivoluzionaria nei toni, conservatrice negli effetti; nemica dichiarata del sistema, sua ausiliaria effettiva. Ed è forse questa la sua condanna più sottile: credere di combattere la modernità mentre ne serve il meccanismo più potente. Gridare contro il mondo del denaro, ma finire a fargli da scudo. Parlare di destino, comunità e civiltà, mentre la vecchia e ben oliata destra economica incassa profitti, consolida rendite e preserva, quando non aumenta, il proprio peso economico.

Gli autori

Francesco Coniglione

Francesco Coniglione, nato a Catania nel 1949, è stato professore ordinario di Storia della filosofia all’Università di Catania e Presidente della Società Filosofica Italiana (2017-2019), membro del Consiglio scientifico dell’Accademia Polacca delle Scienze di Varsavia (2015-2022), nonché Research Fellow al Social Science Research Center della Mississippi State University (USA). Si è interessato di storia della filosofia scientifica, con speciale riguardo per la scuola polacca, e ha anche condotto una ricerca sulla società della conoscenza all’interno del 7° Programma Quadro dell’EU (Through The Mirrors of Science, New Challenges for Knowledge-Based Societies, Ontos Verlag, Heusenstamm 2010). Tra le sue più recenti pubblicazioni v’è l’edizione italiana dei saggi dell’epistemologo polacco Ludwik Fleck ("Stili di pensiero. La conoscenza scientifica come creazione sociale", Mimesis, Milano-Udine 2019), nonché i due volumi che esplorano il significato umano dell’itinerario spirituale di san Francesco d’Assisi ("L’uomo venuto da un altro mondo. Francesco d’Assisi", Bonanno Editore, Acireale-Roma 2022; "La perfetta Letizia. L’itinerario spirituale di Francesco d’Assisi", Tipheret, Acireale-Roma 2023). Ha recentemente pubblicato un’ampia ricostruzione del dibattito filosofico sulla scienza dal secondo dopoguerra a oggi ("Lontano da Popper. L’epistemologia post-positivista e le metamorfosi della razionalità scientifica", ETS, Pisa 2025).

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