“Sono un Arbëresh” è l’orgoglioso l’intercalare di Giovanni Manoccio nelle presentazioni pubbliche. Non sindaco di Acquaformosa per due mandati (2004-2014), non responsabile immigrazione per la Regione Calabria, non coordinatore provinciale dei progetti Sprar in Calabria, non conoscitore della cultura locale, non candidato di Rifondazione Comunista, non sindacalista, non attuale presidente dell’Associazione don Vincenzo Matrangolo, non l’inventore del Festival immigrazione; semplicemente, arbëresh.
A 756 metri sul livello del mare, nel Parco del Pollino, Acquaformosa conserva lingua, liturgie bizantine, tradizioni e cucina di montagna. Il comune in provincia di Cosenza, con 900 abitanti e lo sguardo sulla pianura di Sibari, le montagne della Sila e del Pollino e il mare Ionio. In queste zone, verso il 1500, gli albanesi in fuga dalla ferocia dei turchi vennero salvati da Giorgio Castriota Skanderbeg (riconosciuto eroe) che li portò in Calabria. Oggi in Italia sono 50 le comunità, tra Comuni e frazioni, di origine arbëreshë circoscritte in un’area abbastanza vasta del meridione e in Sicilia, di cui 33 in Calabria.
Acquaformosa ora è conosciuta anche per un’altra caratteristica aver lavorato per l’inserimento di progetti di accoglienza migranti in piccoli paesi che rischiavano lo spopolamento creando nuove opportunità che riattivano un’economia locale con assunzioni di giovani. In poco tempo, Acquaformosa è diventata il volano da cui sono partiti tanti progetti. Nei borghi e paesi limitrofi di origine albanese, piccoli numeri di famiglie di migranti, minori non accompagnati, donne e bambini hanno occupato pian piano le case, rigenerando intere comunità, riaprendo scuole, botteghe e attività commerciali. Come un tempo, i borghi semi abbandonati si sono ripopolati di nuovi cittadini.
Acquaformosa aveva rischiato di morire come purtroppo molte altre realtà italiane dell’entroterra che hanno subito lo svuotamento verso i grandi centri del nord. Nel 2008, durante il periodo dei 46 “grandi tagli”, la ministra della pubblica istruzione Mariastella Gelmini aveva avviato un programma di riduzione e accorpamento dei plessi scolastici laddove non ci fosse un numero sufficiente di alunni. Il sindaco Giovanni Manoccio, di fronte al rischio di vedere chiudere la scuola elementare del paese, ebbe l’idea di iscrivere alle elementari tutti gli anziani, analfabeti. L’idea, bellissima fu accolta con entusiasmo dalla popolazione che solerte si presentò a scuola per partecipare alle lezioni insieme ai nipotini. La scena memorabile di quel lunedì mattina di inizio anno è impressa nella memoria collettiva: anziani in fila per entrare in classe insieme a bambini e bambine, sorridenti con sottobraccio quaderni e penne. Quest’iniziativa inconsueta e originale provocò un’enorme risonanza e in breve tempo arrivarono ad Acquaformosa, allora ancora sconosciuta ai più, troupe di giornalisti e videoreporter per intervistare gli anziani e il loro sindaco bislacco. Venne addirittura prodotto nel 2009 un docufilm che ancora oggi si può visionare su youtube dal titolo: “Per chi suona la campanella”.
Dalla scuola all’accoglienza il passo è stato breve. L’associazione che dal 2010 è il collettore e promotore dei progetti di accoglienza porta il nome di un sacerdote che ad Acquaformosa ha lasciato il segno: don Vincenzo Matrangolo si era distinto per aver rifiutato molti incarichi che venivano proposti dal Vaticano pur di rimanere in quella zona, anche l’incarico di vescovo. Rinunce per poter rimanere a progettare iniziative per la comunità: campi di calcio, l’asilo infantile, aprì i primi cinema della zona, un centro di prevenzione giovanile per ragazzi provenienti da tutta la Calabria. Una figura molto forte, l’unica alla quale potevano dedicare l’associazione che avrebbe investito sui progetti di accoglienza. L’associazione ha fra i suoi scopi principali l’assistenza ai migranti, la tutela e la realizzazione dei diritti civili, lo scambio interculturale, la prevenzione e il contrasto a ogni forma di discriminazione… L’associazione “Don Vincenzo Matrangolo”, inoltre, persegue lo scopo dello sviluppo eco-compatibile attraverso la valorizzazione delle risorse del territorio, data anche l’inclusione del Comune nel Parco Nazionale del Pollino. Ricorda Giovanni Mannoccio: “Dal 2010 sono state accolte oltre 5000 persone provenienti da 4 continenti, esclusa l’Oceania, 51 nazioni con prevalenza dell’Africa sub Sahariana, oltre 200 Etnie e tantissime religioni. Nei nostri piccoli Paesi è passato il Mondo”.
L’incontro fra Giovanni Manoccio, comunista, e il sacerdote è stata una miscela esplosiva, Giovanni ha raccolto e continuato l’opera di don Vincenzo promuovendo socialità e collaborazioni. Anche questa esperienza ora riconosciuta in tutta Europa e non solo ha dovuto subire un inciampo per una inchiesta di “illeciti” nella gestione dei progetti. Giovanni e altre persone hanno dovuto difendersi dalle accuse di associazione a delinquere. Il lungo iter giudiziario durato anni si è concluso con una totale assoluzione “perché il fatto non sussiste”. “Sono stati anni di inferno” commenta l’ex sindaco che ha messo a dura prova la sua vita personale e politica. Intanto le attività e proposte continuano e nel 2026 si festeggiano i 15 anni del Festival delle Migrazioni che ogni anno si svolge in agosto e coinvolge otto comuni tutti impegnati con progetti di accoglienza: San Sosti, Vaccarizzo Albanese, Cerzeto, Rota Greca, Bisignano, San Benedetto Ullano, San Basile, Acquaformosa.
La storia di Giovanni Manoccio è stata raccontata da Francesco Donnici nel libro “Sono un Arbëresh. Acquaformosa, terra di resistenza civile e incontro fra popoli” (Iod Edizione, 2026). La prefazione di mons. Francesco Savino coglie perfettamente la natura del volume, definendolo non soltanto il racconto di un’esperienza amministrativa, ma una riflessione sulla dignità della persona, sul futuro delle aree interne e sulla possibilità concreta della fraternità. Una chiave di lettura che accompagna il lettore fino all’ultima pagina.

