Chiara Sasso vive e lavora in Val Susa ed è naturalmente impegnata nel Movimento No Tav. Attiva nel mondo dell'ambientalismo, è tra i fondatori del Valsusa Filmfest e fa parte del coordinamento della Rete dei Comuni solidali (Recosol). Presidente della Fondazione "E' Stato il Vento", è autrice di numerosi libri su temi sociali e ambientali tra cui Riace, terra di accoglienza (Edizioni Gruppo Abele, 2012), Trasite, favorite. Grandi storie di piccoli paesi. Riace e gli altri (Carta/Intra Moenia, 2009) e Le mucche non mangiano cemento. Viaggio tra gli ultimi pastori di Valsusa e l'avanzata del calcestruzzo (con Luca Mercalli, SMS, 2004).

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Val Susa. Avere vent’anni e avere grandi sogni

L’8 dicembre 2005, decine di migliaia di valsusini, incuranti della neve, aggirarono lo schieramento della polizia, presero possesso dei terreni di Venaus dove dovevano iniziare i lavori per la linea ferroviaria Torino-Lione e vi installarono le bandiere “no Tav”. Vent’anni dopo, anche se non tutto è facile, la ferrovia è ancora di là da venire, in Val Susa è nata una comunità coesa e il testimone sta passando a chi allora era bambino.

Contro il Tav. Abbiamo fatto abbastanza?

Il 19 novembre Telt ha preso possesso delle case della frazione di San Giuliano di Susa. Ne saranno abbattute tre per far posto al cantiere della stazione internazionale del Tav. Una donna anziana nasconde il viso in un fazzoletto, senza rabbia, quasi provando vergogna per il suo dolore. Il fotografo di un giornale locale intitola la foto: “Progresso?”. Abbiamo fatto abbastanza per impedirlo? In ogni caso bisogna continuare.

L’Alta Felicità del popolo no Tav

Ancora una volta in Valle di Susa, al Festival dell’Alta Felicità. Non si erano mai viste generazioni così diverse dare vita a una gigantesca foresta di Sherwood impegnata contro la follia del Tav, il dio denaro, la guerra. Non uno spintone. Risse per ubriachi molesti, zero. Malori per sostanze varie, zero. Spacciatori di droghe pesanti, zero. Polizia, zero. Solo i grandi giornali e i tg non se ne sono accorti e hanno parlato d’altro.

2 giugno a Venaus: un ricordo di Ada Gobetti

Venaus, piccolo paese a due passi dal Moncenisio, noto per uno dei primi episodi di ribellione contro la nuova linea ferroviaria Torino-Lione e per essere sede del festival dell’Alta Felicità del movimento no Tav, ha intitolato una via ad Ada Marchesini Gobetti, moglie di Piero, partigiana, politica libertaria. Un modo – in questi tempi bui – di testimoniare la scelta per un mondo libero, in pace, senza muri né barriere.

Dirlo con un lenzuolo: no al genocidio!

Un lenzuolo spunta da un cancello, da un condominio, da una finestra. Sono molti anche i Comuni, da nord a sud, che sabato hanno appeso il lenzuolo. Una chiesa ha messo un lungo telo bianco davanti al portone: «Come si fa a piangere 50mila morti?». L’appello di Tomaso Montanari e Paola Caridi “Un sudario per Gaza” ha risvegliato le coscienze. È solo un segnale, ma non certo di resa al prevalere del disumano.

Valle di Susa, 1970: una fabbrica contro la guerra

C’erano una volta, in Valle di Susa, le Officine Moncenisio. Fabbricavano vagoni ferroviari, ma anche armi. Impiegavano 850 lavoratori. Il 24 settembre del 1970 quei lavoratori approvarono all’unanimità una mozione con cui avvertivano l’azienda di “non essere in nessun caso disposti a lavorare, trasportare e collaudare materiali bellici”. Se ne parlerà a Condove sabato 15 marzo, ricordando Alberto Perino.

Ciao Alberto, a sarà düra!

Nella serata di giovedì 3 ottobre se n’è andato Alberto Perino, figura monumentale per il movimento no Tav e l’intera Valsusa. Alberto ha attraversato da protagonista la grande storia dell’opposizione alla Torino-Lione, ed è stato sempre capace di tenere insieme le diverse anime del movimento. Lasciandoci un insegnamento: bisogna cercare quel che ci unisce e non quel che ci divide, perché i nemici sono altri.

Val Susa: la guerra non è mai un gioco

Settembre ha portato in Val Susa due iniziative di Soft Air, cioè di “giochi di guerra”. In una Valle in cui sono nati i primi obiettori, è sorto già negli anni ‘60 un Gruppo di Azione Nonviolenta e le maestranze delle Officine Moncenisio hanno, all’unanimità, rifiutato di produrre armi, la cosa non è passata sotto silenzio. Anche per la singolare coincidenza di un successo parolimpico di un atleta di casa vittima di una bomba.