La guerra in Iran è l’ennesima manifestazione di un ordine globale capitalistico fondato su equilibri sempre più precari, in cui i conflitti diventano una componente strutturale dei meccanismi di accumulazione. L’Iran, da parte sua, non è in grado di sfidare l’Occidente sul terreno della forza convenzionale, dove sarebbe destinato a soccombere; agisce invece sul piano in cui il capitalismo occidentale è più vulnerabile: la dipendenza energetica e la fragilità delle catene globali del valore. Di conseguenza, è sufficiente che Teheran blocchi lo stretto di Hormuz, o anche solo lasci intendere di poterlo fare, perché i mercati energetici entrino in fibrillazione, i prezzi del petrolio oscillino, le previsioni di crescita vengano riviste al ribasso e l’intera architettura economica mondiale — ed europea in particolare — mostri le sue crepe. Da qui, un cortocircuito che può avere effetti devastanti nel prossimo futuro, fino all’imponderabile, fino all’apocalisse atomica, peraltro già sdoganata nel linguaggio pubblico e nelle analisi dei commentatori geopolitici.
In questo senso, questa guerra rivela che l’Occidente ha costruito la propria prosperità, peraltro sempre più risicata, su un modello che non regge più: un capitalismo che ha sostituito la produzione con la finanziarizzazione, il welfare con il debito, la politica industriale con la retorica del mercato, l’accesso ai consumi con il riarmo. Rivela inoltre che la globalizzazione, nella sua forma neoliberista, si è trasformata, oltre che in un moltiplicatore delle disuguaglianze interne ai singoli paesi, in un sistema di vulnerabilità incrociate, in cui un attacco a una petroliera nel Golfo può avere effetti più profondi di una manovra economica di un qualsiasi governo. Non sorprende, dunque, che l’Europa, dopo aver rinunciato al gas russo senza una politica energetica autonoma e a una strategia industriale comune, sia diventata l’anello debole di un conflitto che non controlla e che subisce. E, soprattutto, che il prezzo di questa fragilità non lo paghino governi, mercati o grandi imprese, ma i ceti popolari: nelle bollette che tornano a salire, nei salari che non recuperano l’inflazione, nei mutui sempre più onerosi, nei tagli al welfare giustificati dalla necessità di “rafforzare la difesa”. Lo pagano gli stessi che hanno già sostenuto il peso della pandemia, della crisi energetica, della stagnazione e della precarizzazione del lavoro. Lo pagano perché il capitalismo contemporaneo ha trasformato ogni shock in un meccanismo di redistribuzione al contrario: dal basso verso l’alto, dai salari ai profitti, dai servizi pubblici agli arsenali.
La guerra, quest’ultima, si innesta coerentemente su un capitalismo occidentale che da anni mostra segni evidenti di affanno. La crescita globale è stabilmente sotto il 3%, la produttività ristagna, gli investimenti privati non ripartono. Le banche centrali, seguendo schemi monetaristi assunti come dogmi, hanno alzato i tassi per frenare l’inflazione, ma così facendo hanno rallentato anche la crescita. La globalizzazione, che per trent’anni ha garantito profitti e relativa stabilità, si è inceppata: prima la grande recessione, poi la pandemia, poi l’Ucraina, poi i dazi di Trump. Ora l’Iran. Il commercio mondiale cresce meno del PIL, cosa che non accadeva dagli anni Settanta. Le catene globali del valore si accorciano, si regionalizzano, si politicizzano. Nel frattempo, le disuguaglianze si ampliano. Secondo Oxfam, l’1% più ricco del pianeta ha accumulato negli ultimi anni più ricchezza del restante 99% messo insieme. È su questo terreno già esausto che arriva la guerra in Iran: un capitalismo stanco, polarizzato, incapace di garantire benessere diffuso, ma ancora perfettamente capace di generare profitti solo per una ristretta élite che sta in cima alla piramide. E la cronaca finanziaria lo conferma eloquentemente. Bloomberg racconta che, mentre la guerra con l’Iran entra nella quinta settimana, gli strateghi di Wall Street stanno proponendo operazioni pensate per guadagnare proprio se il mercato scende lentamente: operazioni che puntano su un ribasso graduale, strumenti che costano poco perché offrono protezione finché la discesa resta ordinata, prodotti pensati per chi ha capitali da mettere in gioco, non certo per chi subisce la crisi. È un abisso: da un lato i ceti popolari che pagano la crisi nelle bollette, nei salari erosi, nei mutui; dall’altro i padroni del denaro che trasformano l’instabilità in rendita, che monetizzano la guerra come fosse un’occasione di profitto. Una fotografia perfetta del nostro tempo: la guerra come opportunità finanziaria per pochi.
Facciamo un passo indietro. Dopo i cosiddetti “trent’anni gloriosi” (tra il 1945 e il 1973), la ripresa dei profitti fu garantita demolendo molte delle conquiste sociali precedenti: welfare, diritti, intervento pubblico in economia, la stessa idea che lo Stato potesse correggere il mercato. Il neoliberismo si impose attraverso privatizzazioni, deregolamentazione, precarizzazione del lavoro e compressione del salario diretto e indiretto. Ma un capitalismo fondato su bassi salari rischia di collassare per insufficienza della domanda. Per evitarlo, si puntò sull’economia del debito: consumi sostenuti dall’indebitamento pubblico e soprattutto privato. Era il cosiddetto keynesismo privatizzato: non più lo Stato a sostenere la domanda, ma le famiglie, spinte a indebitarsi. Anche questo modello è entrato in crisi con il crack del 2007-2012. La finanziarizzazione ha continuato a sostenere il sistema, soprattutto negli Stati Uniti, attraverso bolle speculative. Il contraltare è stato l’indebolimento della struttura produttiva, fatta eccezione per i settori legati all’industria militare e alla sorveglianza. È qui che la dinamica diventa evidente: in un sistema dominato dal saggio di profitto e dalla ciclicità delle crisi, la spesa militare torna così a svolgere un ruolo centrale. Più armi vengono utilizzate, più domanda di armi si genera. È un meccanismo semplice: ogni arsenale va ricostituito, ogni escalation apre nuovi cicli produttivi e nuove commesse. La guerra non è più solo un evento geopolitico, ma un dispositivo economico che si autoalimenta. A questo si aggiunge la dimensione finanziaria: plusvalenze sulle azioni e obbligazioni delle multinazionali della difesa. La “guerra a pezzi” di cui parlava Papa Francesco diventa un mosaico sempre più esteso: Palestina, Ucraina, Sahel, Mar Rosso, Golfo, Iran. Ogni conflitto alimenta la macchina del riarmo. Nel frattempo, mentre i cittadini pagano il prezzo alla pompa e nelle bollette, i grandi gruppi energetici realizzano profitti straordinari, anche quando la scarsità è in parte costruita sui mercati finanziari. La guerra può funzionare, insomma, come “causa antagonista”, nel senso marxiano: un modo per contrastare la tendenza alla caduta del saggio di profitto. Distruzione di capitale, produzione di beni improduttivi, spesa pubblica senza ritorno diretto: tutti elementi che sostengono temporaneamente, e artificialmente, la redditività del capitale. Nel capitalismo monopolistico, come osservava Sweezy, il surplus fatica a trovare sbocchi produttivi e viene assorbito da settori improduttivi come la spesa militare. Il complesso militare-industriale-finanziario diventa così una soluzione sistemica, che però disumanizza ancora di più un modello economico già scisso dai bisogni reali della società (la scissione tra produzione e bisogni di cui parlava Claudio Napoleoni).
L’Italia entra in questa fase – solo economicamente, per ora – con una fragilità strutturale: crescita anemica, produttività stagnante, salari bassi, precarietà diffusa, alto debito pubblico, transizione energetica incompiuta. A questo quadro si aggiungono le previsioni del Centro Studi Confindustria (Rapporto di Previsione – Primavera 2026), che confermano, da un punto di vista interno al sistema produttivo, la profondità della vulnerabilità. Nello scenario di base, la crescita del PIL nel 2026 è stimata allo 0,5%, ma in caso di prolungamento del conflitto e intensificazione dello shock energetico l’economia potrebbe entrare in stagnazione, fino a una contrazione del -0,7% nello scenario più avverso. Il canale principale di trasmissione della crisi è quello energetico: il blocco o anche solo la minaccia sullo Stretto di Hormuz spinge al rialzo i prezzi, con simulazioni che indicano aumenti fino al +90% per il petrolio e al +50% per il gas. Non si tratta solo di un problema settoriale: è un moltiplicatore di instabilità che si trasmette all’intero sistema economico, comprimendo margini, consumi e investimenti.
L’economia italiana risulta particolarmente esposta, sia per la dipendenza energetica sia per la forte integrazione nel commercio globale. Il rallentamento degli scambi e le tensioni commerciali — in particolare tra Stati Uniti e Cina — mettono a rischio fino a 16 miliardi di euro di export nel medio periodo. È la conferma di quanto già emerso: la globalizzazione non ha eliminato le fragilità, le ha rese sistemiche. La produzione industriale, già indebolita, risente dell’aumento dei costi energetici e della volatilità della domanda. La manifattura soffre per la piccola dimensione delle imprese, la dipendenza da input importati e la difficoltà di sostenere investimenti. In altre parole, ogni shock esterno si traduce immediatamente in un vincolo interno.
Nel frattempo, l’inflazione dei beni essenziali resta elevata. Cibo, servizi, affitti, trasporti continuano a crescere più dei redditi. Ed è qui che emerge il nodo centrale, spesso rimosso dal dibattito economico: i salari. L’Italia è l’unico paese europeo in cui i salari reali sono oggi più bassi di vent’anni fa. Nel 2026 il salario medio reale resta sotto i livelli del 2000. Questo significa una cosa semplice: si lavora quanto prima, ma si vive peggio. E quando i salari non crescono, ogni shock esterno – energetico, geopolitico, finanziario – diventa una crisi sociale. La ricchezza è fortemente concentrata, il lavoro è sempre più precario e milioni di famiglie vivono senza margini di sicurezza. La povertà energetica – oltre 2,2 milioni di famiglie in difficoltà – non è un’anomalia, ma l’indicatore più evidente di un equilibrio già rotto. Un nuovo shock petrolifero rischia di trasformare questa fragilità in emergenza diffusa. Il debito pubblico limita ogni margine di intervento, mentre la spesa militare continua a crescere. Non a caso, lo stesso Rapporto Confindustria individua nella difesa una possibile leva di sviluppo: se orientata verso investimenti e produzione nazionale, potrebbe generare effetti cumulati sul PIL fino al +3%. È un passaggio rivelatore: la guerra, o la sua preparazione, viene integrata sempre più esplicitamente nelle strategie di crescita. Accanto ai rischi, emergono anche qualche elemento di adattamento: la capacità di alcune imprese più dinamiche e internazionalizzate di diversificare mercati e fornitori. Ma sono fattori difensivi, non risolutivi. Resta infine una criticità strutturale decisiva: il capitale umano. Meno giovani, bassi tassi di occupazione, fuga di talenti. Un paese che perde forza lavoro qualificata riduce il proprio potenziale di crescita e aumenta la propria dipendenza dall’esterno.
In questo quadro, opposizione alla guerra e conflitto sociale tendono a intrecciarsi: la guerra sottrae risorse al welfare e diventa uno strumento per comprimere salari e diritti. È anche un dispositivo di gestione della crisi. Il capitalismo contemporaneo mostra così i suoi limiti: non riesce più a garantire benessere diffuso né a generare nuovi cicli di crescita duraturi. I suoi strumenti principali restano il debito – sempre più fragile –e la guerra, in espansione. Per questo, la guerra in Iran non è un’anomalia, ma insieme sintomo e strumento. Sintomo della crisi di un sistema che fatica a produrre profitti senza erodere le basi materiali del benessere; strumento per rilanciare la domanda, assorbire surplus, disciplinare il lavoro e ridefinire gli equilibri geopolitici. Di conseguenza, finché la spesa militare resterà una leva centrale della politica economica e il riarmo una risposta alla stagnazione, i conflitti tenderanno a moltiplicarsi e a stabilizzarsi nel tempo. E il prezzo, ancora una volta, lo pagheranno i ceti popolari: in Europa, in Italia, ovunque.

ci stiamo drammaticamente americanizzando.
nel senso che ci preoccupiamo dei costi della guerra, delle conseguenze del prezzo della benzina.
NESSUNO scende in piazza per una guerra scellerata, illegale, senza alcun presupposto.
vengono uccise PERSONE, vengono distrutte abitazioni di persone invisibili come noi.
160 bambine uccise in una scuola. reazione zero. al massimo qualche commento sui social,
seguito da un infinita di commenti “giustificativi” o relativizzanti.
80 mila abitazioni distrutte in IRan. Gaza rasa al suolo, vivono nelle tende.
nessuno scende in piazza per tanta disumanitá. ci si incazza per il gasolio che costa di piu.
mi sembra un declino culturale devastante. lo stesso declino che consente di stare a guardare il bombardamento ingiustificato del Libano, dove UN MI-LIO-NE di persone sono state fatte fuggire dalle loro case bombardate. vagano disperatamente in cerca di una sistemazione provvisoria perche qualcuno in preda a deliri mistico religiosi ha deciso che quelle terre sono sue. e perche qualcun altro é preoccupato del prezzo della benzina e di quanto costera il prossimo viaggetto nel week end.