Sono drammatiche le immagini emerse dall’Iran nelle ultime settimane: spari che risuonano nelle strade, obitori colmi di sacchi con i corpi delle vittime, quartieri che sembrano trasformati in scenari di guerriglia urbana. Il numero provvisorio delle vittime, secondo i dati di HRANA aggiornati al 18 gennaio 2026, ammonta a un totale di 3.919: 3.685 manifestanti, 25 minorenni, 31 civili non coinvolti nelle proteste e 178 appartenenti alle forze militari/governative. Parallelamente, la Repubblica Islamica ha imposto un blackout digitale senza precedenti, che ha reso estremamente difficili i contatti con chi vive all’interno del Paese. A innescare l’ondata di proteste è stato il brusco crollo del rial a fine dicembre, che ha inizialmente mobilitato i commercianti, per poi estendersi rapidamente ad altri strati della popolazione. In poco tempo, le proteste hanno coinvolto tutte le province, interessando oltre 180 città e attraversando le principali linee etniche, sociali e generazionali.
L’impopolarità della Repubblica Islamica
Esiste certamente una componente della popolazione (spesso stimata attorno al 20%) che – per adesione ideologica o per convenienza – continua a sostenere grossomodo l’assetto politico attuale della Repubblica Islamica. Tuttavia, per una parte molto più ampia della società iraniana si registra un crescente livello di disillusione e insoddisfazione, alimentato dall’aumento della corruzione, dall’ampliamento delle disuguaglianze economiche e dalla percezione diffusa dell’incapacità dello Stato di affrontare le principali sfide ambientali, economiche, sociali e politiche che attraversano il Paese. Secondo Maziyar Ghiabi, le proteste vanno lette come il risultato di una “convergenza multilivello di insoddisfazione”. Al centro vi è il disagio socio-economico, ma a questo si sommano fattori culturali e rivendicazioni sui diritti civili, già emersi in molte mobilitazioni degli anni precedenti (come nel caso di “Donna, Vita, Libertà”: https://vll.staging.19.coop/mondo/2022/09/30/jin-jiyan-azadi-donna-vita-liberta/).
Un’economia lacerata
L’uscita di Donald Trump dal Joint Comprehensive Plan of Action (JCPOA) nel 2018, seguita dalla reintroduzione delle sanzioni unilaterali statunitensi, ha inflitto un duro colpo all’economia iraniana, in particolare sulle classi medio-basse. Basti pensare che, secondo le stime pubblicate su The Lancet, (basate sull’analisi di 152 Paesi fra il 1971 e il 2021) le sanzioni unilaterali sono associate a un bilancio annuo di 564.258 decessi, paragonabile alla mortalità globale associata ai conflitti armati. A rendere il quadro ancora più critico è stata anche la gestione profondamente inefficace degli effetti delle sanzioni. Negli ultimi decenni, diversi governi iraniani hanno promosso numerose riforme economiche di aggressiva liberalizzazione, deregolamentazione e privatizzazione. Come sottolinea lo studioso Esfandyar Batmanghelidj «sono proprio queste le riforme che i policy-makers della Repubblica Islamica tentano di implementare da quasi trent’anni, sotto la guida di economisti formatisi negli Stati Uniti e nel Regno Unito, cresciuti nel culto di figure come Friedman e Mankiw». A questo si aggiunge, come osserva Stella Morgana, la diffusione di un modello socio-economico fondato sul mantra del “produci e consuma”, che negli ultimi decenni ha spostato l’orizzonte culturale verso l’individualismo e la retorica del “successo personale”. Queste dinamiche hanno inciso profondamente sui rapporti di forza nel mercato del lavoro, indebolendo il potere contrattuale dei lavoratori, in un contesto in cui quasi il 90% dei contratti è a tempo determinato. È all’interno di questo quadro che va letto l’impatto del crollo del rial a fine dicembre, ulteriormente aggravato da un’inflazione che negli ultimi mesi ha raggiunto circa il 60%.
L’assenza di un’opposizione organizzata
Ad oggi non esiste un’opposizione alla Repubblica Islamica che sia unitaria, ampia e strutturata, né una leadership riconosciuta in grado di rappresentarla in modo organico. All’interno del Paese esiste una rete eterogenea di movimenti – da quelli femministi ai lavoratori, dagli studenti agli attivisti ambientali – che, nonostante la repressione, ha avuto un ruolo centrale nelle mobilitazioni degli ultimi anni. Tuttavia, qualsiasi tentativo di trasformare queste reti in un’opposizione strutturata con una leadership visibile verrebbe rapidamente neutralizzato dal sistema repressivo del regime. Nella diaspora iraniana, invece, esistono numerose organizzazioni, ma manca una leadership unitaria e riconosciuta. I gruppi legati alla MEK (Mojahedin-e Khalq), pur beneficiando di appoggi politici in diversi Paesi europei e negli Stati Uniti, sono particolarmente impopolari nella società iraniana. Una figura molto nota nella diaspora è quella di Reza Pahlavi, figlio dell’ultimo Shah, Mohammad Reza Pahlavi. La sua posizione ufficiale, emersa nuovamente nelle scorse settimane, è quella di proporsi come facilitatore di una fase di transizione tra la “fine della Repubblica Islamica” e l’avvio di un sistema politico democratico, sebbene molti monarchici che lo sostengono parlino esplicitamente di una restaurazione della monarchia. Al di là delle valutazioni personali su Pahlavi, è oggettivamente innegabile che, in oltre quarant’anni di esilio, non sia riuscito a costruire un’opposizione ampia, strutturata e politicamente credibile in grado di rappresentare una reale alternativa alla Repubblica Islamica. A questo si aggiunge la persistente tendenza di una parte del fronte monarchico, che ha tratti spiccatamente di destra, di delegittimare sistematicamente altre voci dell’opposizione, in particolare quelle di area progressista. È difficile credere che Pahlavi sia in grado, o che desideri, costruire un fronte ampio, credibile e inclusivo, date queste premesse. Infine, pur godendo di un sostegno limitato in Iran, Pahlavi è piuttosto distaccato dalla realtà sociale e politica del Paese. Proprio su questo, già alcuni anni fa, Reza Khandan – attivista di “Donna, Vita, Libertà” e marito dell’avvocata Nasrin Sotoudeh – aveva espresso una forte preoccupazione in un’intervista alla CNN: «La mia più grande paura è che questo movimento venga dirottato da un piccolo ma visibile gruppo di opposizione all’estero, che ruota attorno al figlio dello Shah, Reza Pahlavi. Hanno un accesso privilegiato ai media internazionali, sono molto ricchi e opportunisti e dispongono di reti di potere influenti. Eppure sono scollegati dalla società iraniana e dagli attivisti che portano avanti questo movimento sul terreno. Il rischio è passare da un regime teocratico a una dittatura laica». L’assenza di una leadership capace di coordinare un’opposizione strutturata non avvantaggia solo la Repubblica Islamica, ma risulta funzionale anche agli interessi strategici di Israele e degli Stati Uniti. Per questi attori, lo scenario preferibile è quello di un Iran sanzionato, economicamente fragile e isolato sul piano internazionale e, in caso di escalation militare, potenzialmente esposto a processi di frammentazione territoriale. Al contrario, ciò che non rientra nei loro interessi è l’emergere di un Iran democratico, non isolato e politicamente indipendente. Un Paese ricco di risorse naturali e dotato di un forte potenziale umano ed economico potrebbe infatti affermarsi come un attore geopolitico di primo piano nella regione, uno scenario che Israele e Stati Uniti hanno forti incentivi ad arginare (https://vll.staging.19.coop/rimbalzi/2026/01/19/un-iran-libero-non-conviene-a-nessun-potente/).
Da dove ripartire?
La crescente impopolarità del sistema, le pressioni internazionali e il profondo riassetto geopolitico degli ultimi due anni hanno spinto diversi settori dell’establishment iraniana – anche per mera logica di sopravvivenza – a interrogarsi sugli scenari futuri, in particolare quelli che seguiranno la morte del leader supremo Ali Khamenei. Ma dopo il profondo trauma collettivo di queste ultime settimane, è inevitabile chiedersi: per quanto tempo i vertici della Repubblica Islamica credono di poter rispondere con il pugno di ferro alla rabbia, al dolore e alla disperazione nel Paese? Non si può ignorare, infatti, che in alcuni contesti le manifestazioni abbiano assunto un livello di violenza maggiore rispetto al passato. Un articolo del Financial Times di Mehul Srivastava e Najmeh Bozorgmehr restituisce un quadro particolarmente complesso di alcune aree in cui si sono verificati scontri: secondo la loro ricostruzione, alcuni elementi violenti si sarebbero inseriti fra la folla di manifestanti pacifici. Lo stesso articolo riporta la testimonianza di una manifestante che descrive la presenza di gruppi di uomini “agili e veloci”, vestiti di nero, intenti a incendiare cassonetti per poi spostarsi rapidamente verso altri obiettivi. Tuttavia, resta difficile stabilire se si tratti di gruppi isolati che ritengono legittimo ricorrere alla violenza come forma di “resistenza”, di provocatori interni utilizzati dalle autorità del regime per delegittimare le proteste, o di potenziali infiltrazioni straniere. In questo contesto si inseriscono anche le dichiarazioni di alcuni esponenti israeliani e statunitensi – tra cui Mike Pompeo – che hanno fatto riferimento alla presenza del Mossad “al fianco” dei manifestanti. Si tratta di affermazioni particolarmente pericolose, indipendentemente dalla loro veridicità, perché forniscono “un pretesto” al regime per giustificare una repressione violentissima in nome della “sicurezza nazionale”. In un contesto in cui le dinamiche sul terreno restano in parte poco chiare e difficili da ricostruire, è essenziale non ridurre il profondo malcontento della società iraniana a mere “interferenze straniere”. Al di là di qualsiasi ipotesi di ingerenza esterna, le rivendicazioni di una popolazione schiacciata tra un sistema autoritario e repressivo da un lato e il peso delle sanzioni internazionali dall’altro meritano di essere analizzate e comprese nella loro complessità. Farlo significa dare valore alle aspirazioni di un popolo che, da decenni, lotta per la propria autodeterminazione, dignità e indipendenza.

Alcuni interrogativi che in questo articolo rimangono senza risposta, o quasi, possono forse essere chiariti da questo articolo : https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-fulvio_grimaldi__viaggio_al_cuore_dellasse_del_male_target_iran/58662_64840/
Ne potrebbe uscire l’ immagine di un Iran diverso da quello che ci viene continuamente proposto (propinato?). Il giornalista inviato di guerra Fulvio Grimaldi mi pare abbia tutti i titoli per poter parlare di Iran.