Iran. Le bombe non fanno rima con i diritti umani

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L’aggressione militare congiunta di Israele e Stati Uniti contro l’Iran, iniziata il 28 febbraio scorso, costituisce una grave violazione della Carta delle Nazioni Unite e mina la sovranità e l’integrità territoriale dell’Iran. La guerra ha colpito il popolo iraniano in un momento di profondo lutto nazionale, dopo le mobilitazioni e le proteste dello scorso gennaio, represse violentemente dalle autorità iraniane. Secondo i dati di HRANA del 23 febbraio, si contano almeno 7.007 vittime confermate e verificate, tra cui 236 bambini, 207 membri delle forze di sicurezza, 76 persone che non partecipavano alle proteste e 6.488 manifestanti (altri 11.744 casi, invece, devono ancora essere verificati da HRANA). I feriti, invece, ammontano a circa 25.846 tra i civili e 4.884 tra le forze di sicurezza. Il trauma collettivo di un evento tanto doloroso non era ancora stato elaborato quando, il 28 febbraio scorso, Donald Trump e Benjamin Netanyahu hanno avviato un attacco congiunto contro il Paese, interrompendo – per la seconda volta – i negoziati tra Stati Uniti e Iran mediati dall’Oman.

Dopo la sanguinosa repressione delle proteste di gennaio, erano emerse diverse voci iraniane favorevoli all’intervento militare. L’operazione condotta da Donald Trump in Venezuela il 3 gennaio scorso, inoltre, aveva attirato l’attenzione degli iraniani per la rapidità con cui era stata eseguita e per il fatto che non aveva provocato uno state-collapse. Per alcuni iraniani, dunque, quell’episodio poteva rappresentare un “modello” di intervento mirato che, se applicato all’Iran, avrebbe potuto colpire il vertice del potere politico/militare del regime, indebolendo le frange più repressive del sistema. Altri, invece, hanno sostenuto apertamente la necessità di un intervento militare molto più ampio, finalizzato al rovesciamento della Repubblica Islamica, dunque una vera e propria operazione di regime-change. Sebbene le voci favorevoli a un intervento militare siano state particolarmente visibili nella diaspora, spesso descritta come compatta nel sostenere un’azione militare in Iran, i dati suggeriscono una realtà un po’ più sfumata. Secondo un sondaggio del National Iranian American Council (NIAC), persino gli iraniani-americani risultavano infatti piuttosto divisi nel loro giudizio su una guerra contro l’Iran: il 48,9% degli intervistati si era dichiarato favorevole a un intervento militare statunitense, mentre il 49,3% si era detto contrario (l’1,8% degli intervistati aveva preferito non rispondere). Un sondaggio analogo condotto all’interno del Paese avrebbe, con ogni probabilità, prodotto risultati molto più sfavorevoli all’intervento militare, sebbene anche nel Paese esista un segmento della popolazione che considera questa una guerra “necessaria”. Va sottolineato che l’opposizione alla guerra non proviene soltanto dal segmento della popolazione che sostiene — per convinzione ideologica o per convenienza — la Repubblica islamica, spesso stimato attorno al 15-20% della popolazione. Una vasta fetta di iraniani che non si identificano nel sistema politico vigente, o che vi si sono apertamente opposti, si sono mostrati profondamente contrari a questa aggressione militare.

In sedici giorni di guerra, in Iran, hanno perso la vita almeno 1.330 civili, tra cui almeno 206 bambini; le perdite militari ammontano invece a circa 1.122 persone (HRANA deve ancora verificare altri 613 casi). L’8 marzo sono stati bombardati depositi petroliferi a Teheran, provocando un incendio devastante e nubi tossiche che hanno oscurato il cielo della capitale iraniana, seguiti da raffiche di piogge acide e oleose. I fumi tossici inalati dalla popolazione potrebbero avere conseguenze gravissime sulla loro salute: alcune particelle ultrafini sono infatti associate all’insorgenza di tumori, oltre che a patologie neurologiche e cardiovascolari. Questa catastrofe ambientale era stata preceduta, inoltre, dall’attacco statunitense alla scuola elementare Shajareh Tayyebeh di Minab, che ha provocato circa 175 vittime, in maggioranza bambine, colpendo profondamente l’opinione pubblica sia statunitense che iraniana.

Per molti iraniani, anche tra i più critici della Repubblica islamica, alcune dichiarazioni di Donald Trump hanno suscitato forti preoccupazioni. In particolare, ha destato allarme il suo avvertimento secondo cui, dopo la guerra, la mappa dell’Iran potrebbe risultare “diversa” da quella attuale, proprio mentre circolavano ipotesi su un possibile sostegno statunitense ad alcune milizie separatiste curde. Per una larga parte della popolazione iraniana, l’integrità territoriale del Paese è un tema estremamente sensibile; per questo motivo, minacce in questa direzione vengono percepite come un attacco all’Iran stesso, ben oltre la retorica che presenta la guerra come rivolta esclusivamente “contro la Repubblica islamica”. A ciò si aggiungono i danni arrecati a siti storici, dal palazzo Golestan di Teheran al Chehel Sotoun di Isfahan, percepiti da molti come un grave attacco all’identità e alla storia iraniana.

Dopo più di due settimane di guerra, inoltre, le dichiarazioni dell’amministrazione di Donald Trump riflettono un insieme confuso di contraddizioni: da una parte, si esprime supporto al popolo iraniano, chiedendo a questo di insorgere contro il regime; dall’altra parte, invece, vi sono minacce ripetute alla nazione iraniana, oltre ad attacchi massicci a infrastrutture energetiche, petrolifere, scuole, ospedali e al patrimonio storico-culturale. Questo non passa inosservato, spingendo molti iraniani – anche fra gli “indecisi” e i sostenitori di questa guerra di aggressione – a chiedersi se il prezzo da pagare per l’eventuale “caduta della Repubblica Islamica” non rischi di essere, in realtà, la distruzione del Paese stesso. A tale proposito, sono emersi diversi articoli che riportano alcune testimonianze di iraniani che, dopo aver inizialmente supportato un intervento armato statunitense, ora si sentono “traditi”. Per molti, l’operazione militare appare molto più ampia e indiscriminata rispetto alle proprie aspettative; per altri, invece, questa percezione nasce dal fatto che le autorità israeliane e statunitensi sembrano aver ridimensionato l’obiettivo di un regime change, concentrandosi piuttosto su un indebolimento strutturale del Paese.

Eppure, sarebbe bastato osservare i temi al centro dei negoziati tra Iran e Stati Uniti per comprendere quali fossero realmente gli interessi in gioco: il programma missilistico iraniano, le milizie filo-iraniane nella regione e il dossier nucleare. Nessuna delle più gravi violazioni dei diritti umani attribuibili alla Repubblica islamica è stata oggetto di discussione durante i colloqui tra Washington e Teheran, prima che questi venissero interrotti dall’aggressione militare israelo-statunitense. Viene dunque da chiedersi per quale motivo si dovesse credere che una guerra – con gli altissimi costi politici, economici e umani che comporta – potesse davvero avere come obiettivo “la liberazione degli iraniani”, se gli stessi aggressori non erano disposti a ridimensionare alcune delle loro richieste negoziali più massimaliste (e irrealistiche) per fare spazio ad almeno una questione legata alle violazioni dei diritti umani degli iraniani da parte del regime.

Le guerre alterano la psicologia politica delle società colpite in modi raramente lineari e difficilmente prevedibili. Davanti all’incertezza di queste dinamiche, un dato resta piuttosto chiaro: l’aggressione militare contro l’Iran viola i principi fondamentali della Carta delle Nazioni Unite. Forse è proprio da lì che bisognerebbe ripartire: non è possibile difendere i diritti umani degli iraniani — violati per decenni dalla stessa Repubblica Islamica — senza riconoscere all’Iran le protezioni previste dalla Carta delle Nazioni Unite, a partire dal rispetto della sua sovranità e della sua integrità territoriale.

Gli autori

Tara Riva

Tara Riva è un’analista italo-iraniana specializzata in relazioni internazionali, con un focus sul Medio Oriente e sull’Iran. Dopo un Master in Global Security Studies presso l’Università di Sheffield (nel Regno Unito), ha lavorato presso istituzioni come le Nazioni Unite a Ginevra, il Parlamento Europeo e un’organizzazione non governativa a Bruxelles in qualità di Advocacy Officer. Attualmente risiede in Svizzera, dove lavora come freelance. Ha scritto per la “European Parliamentary Research Service”, la rivista AREL, Micromega, Kritica.it e InsideOver. Ha da poco iniziato a realizzare interviste e approfondimenti anche su YouTube.

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