Vicoli e vastità, lo spazio nell’ingegner Dostoevskij

Download PDF

Gli scritti di Fëdor Dostoevskij sono una miniera per cogliere le convergenze e le (profonde) differenze tra lo spirito russo e quello europeo: realtà profondamente diverse che, peraltro, si specchiano. Marco Pozzi indaga da tempo quell’intreccio. Su queste pagine abbiamo pubblicato, nei mesi scorsi, frammenti di quel lavoro di ricerca (vll.staging.19.coop/cultura/2025/04/03/lingegner-fedor-dostoevskij-e-lintelligenza-artificiale/ e vll.staging.19.coop/cultura/2025/09/17/russi-ed-europei-secondo-lingegner-dostoevskij/). Ad esse se ne affianca, qui, un terzo. Altri due seguiranno nelle prossime settimane. (la redazione)

Immaginate un territorio, aperto, vastissimo, con vento forte e orizzonte sempre lontano, e temperature che vanno dai quaranta gradi d’estate e venti sottozero d’inverno, dove sia impossibile coltivare e ci si debba continuamente spostare alla ricerca d’una qualche regione meno ostile, per almeno erigere una tenda e dormire, vicino a fonti d’acqua per bere e pescare, dove ci siano animali cacciabili, e pascoli per nutrire le greggi: cosa succederebbe?

Nel 1873, dopo aver visitato l’Esposizione Universale a Vienna, l’ingegner Dostoevskij commenta la mostra di alcuni quadri realizzati da pittori russi:

«Tuttavia non sembra esserci dubbio che per un europeo, di qualunque popolo egli sia, è sempre più facile imparare un’altra lingua europea e penetrare nell’anima di qualsiasi altro popolo europeo che non imparare la lingua russa e comprendere la nostra natura russa. Perfino gli europei che ci hanno deliberatamente studiati per qualche scopo (e ne sono esistiti), e che vi hanno speso molta fatica, anche se avevano imparato molto, ci hanno lasciati indubitabilmente senza aver capito fino in fondo certi fatti, e anzi si può dire che ancora per un pezzo non li capiranno, almeno nelle generazioni a noi contemporanee e in quelle più prossime. Tutto ciò fa pensare al nostro isolamento nella famiglia dei popoli europei, che sarà forse ancora lungo e triste; agli errori degli europei nel giudicare la Russia, che si prolungheranno ancora nel futuro; alla loro evidente tendenza a giudicarci sempre dal lato peggiore; e forse spiega anche la continua generale ostilità dell’Europa nei nostri riguardi, fondata su una fortissima immediata sensazione di ripugnanza».
(A proposito dell’Esposizione, in Diario di uno scrittore).

Lo spazio che i pittori hanno dipinto è diverso: in Russia non ci sono montagne, una grande piana sta al confine con l’Europa, e ci si sposta facilmente, ciò che ha contribuito alla formazione di un grande paese. Passare dai quaranta gradi d’estate ai venti sottozero d’inverno porto naturalmente al nomadismo: nulla è solido in Russia: il nomadismo è una “condizione delle spirito”. La steppa russa non è una peculiarità geografica bensì una dimensione esistenziale, come nel racconto di Anton Čechov, La steppa, dove tutto accade, dove tutti i personaggi esistono e vivono. In una lettera del 5 febbraio 1888, l’anno della pubblicazione, l’autore appunta: «In Europa occidentale gli uomini periscono perché la vita è troppo angusta e soffocante, da noi invece perché la vita ha troppo spazio […]. Tanto spazio che il piccolo uomo non ha la forza per orientarsi».

La relazione di similitudine e differenza, di attrazione e ripulsione fra Russi ed Europei emerge costantemente nelle opere e nelle lettere dell’ingegner Dostoevskij, il quale subisce il fascino della steppa durante la prigionia: «C’era qualcosa di angoscioso, qualcosa che spezzava il cuore in quel paesaggio selvaggio e deserto. Ma forse più penosa era la sensazione che si provava quando sull’infinita coltre bianca della neve brillava vividamente il sole; si era presi dalla voglia di volar via in quella steppa che cominciava sull’altra riva e si stendeva verso sud come una tela ininterrotta, per circa mille e cinquecento verste» (Memorie di una casa di morti). E nell’Adolescente: «È una specie di nostalgia che vi assale, Makar Ivanovič, la nostalgia della libertà, della strada maestra; ecco tutto il vostro male; avete perduto l’abitudine a vivere a lungo nello stesso posto. Non siete voi un cosiddetto pellegrino? La vita del vagabondo diventa per il nostro popolo una specie di passione. Il nostro popolo è vagabondo per eccellenza» (Parte terza, cap. secondo, III).

Per opposizione alla vastità della steppa, nei romanzi ambientati a Pietroburgo l’ingegner Dostoevskij costringe i suoi caratteri russi in viuzze e mezzanini, quattro mura che imprigionano, come la stanza del sognatore in Notti bianche, e soprattutto la stanzetta di Raskòl’nikov in Delitto e Castigo, una cella angusta nella quale si dibattono le angosce dell’individuo moderno («E devi sapere, Sonja, che i soffitti bassi e le camere soffocanti opprimono anche l’anima e la mente! Oh, come odiavo quel buco! E tuttavia non ne volevo uscire»: Parte quinta, cap. IV). Finestre da cui sbirciare, fessure, scorci, spazi d’intimità dietro tramezzi e paraventi, fenditure e voragini, che reprimono e inghiottiscono, che terrorizzano e affascinano… tutto è rinchiuso dentro quella città, Pietroburgo, definita nelle Memorie del sottosuolo la più “meditata” e “astratta” al mondo.

Lo spazio plasma il pensiero. La concezione dello spazio impatta sulla concezione della vita. Nello spazio aperto ci si sposta da nomadi (qualcosa di simile c’è con gli Stati Uniti e il mito del Far West); si attraversa lo spazio senza volerlo controllare, senza bloccarlo nelle città; scarsa è importanza dell’idea di “progresso”, come possibilità di un cambiamento controllato. Il futuro è nell’aldilà, non il futuro da costruire con razionalità e previsione nel presente storico; l’identità formata dal passato è più forte dello sguardo al futuro. Perciò l’anima russa è esposta ai venti, non ha la corazza dell’anima europea, la difesa nel mezzo dell’imperscrutabile mondo. Nomadi contro cavalieri, tende contro città; spazi infiniti contro griglie di vie. Senza cartine l’anima russa si rivolge istintivamente all’immensità; senza urbanistica, si è esposti all’infinito.

In tale groviglio di similitudini e diversità si relazionano Europa e Russia, come sosia reciproche – ll Sosia è un racconto dell’ingegner Dostoevskij (1846), e tema ricorrente nei suoi romanzi – in una contaminazione di opposti che incessantemente si ammirano e rifuggono, si affermano e rinnegano, si amano e odiano, senza poter mai trovare un equilibrio definitivo, poiché è proprio in questa tensione insanabile che sta la loro ragione di esistenza. Europa e Russia sono fenomeni accaduti nel mondo, comprendenti coscienze e desideri, volontà e sentimenti, in uno specchiarsi caotico, tragico, magmatico ad altissima temperatura.

Un russo non sarà mai “tiepido”, come nella frase dell’Apocalisse di Giovanni in cui si riconosce Stavrogin. Infatti nel cristianesimo ortodosso non esiste il Purgatorio, nato invece in Europa nel Medioevo, come colonizzazione dell’aldilà, in una specie di urbanizzazione dello spirito; invece in Russia non esistono intermedi ma soltanto poli opposti, tremendamente nitidi ed estremi. Nei Demoni, nella confessione di Stavrogin a padre Tichon, viene citato il passo dell’Apocalisse: «Conosco le tue opere: tu non sei né freddo né caldo. Magari tu fossi freddo o caldo! Ma poiché sei tiepido, non sei cioè né freddo né caldo, sto per vomitarti dalla mia bocca» (Apocalisse, 3:15-16). È l’ammissione di non sapere essere né caldo né freddo, di non poterlo essere, di non poter essere nulla, se non il degenerarsi in un essere tiepido senza dignità né scopo, perennemente indefinito, disperso.

E nello spazio della steppa, nel richiamo o nella necessità al nomadismo, matura la sensibilità nel rapporto con il grande, al limite con l’immensità, con l’eternità. Non a caso fra i testi più suggestivi della mistica russa c’è Resoconto sincero di un pellegrino al suo padre spirituale, d’autore sconosciuto, pubblicato a Kazan nel 1881, che narra di un pellegrino che viaggia nell’Asia centrale, solo con una Bibbia, in un percorso di formazione alla ricerca di sé e di Dio in mezzo agli esseri umani; preghiera e avventure, fra alberi, lupi e steppa, incontri con briganti, guardaboschi, giudici, donne, monaci, contadini.

In questo senso si sviluppa il rapporto di “sosia” fra il cristianesimo romano, che è la civiltà europea, stanziale, col bisogno della città di Roma dove radicarsi, e il cristianesimo ortodosso, che non ha bisogno di una capitale, né di un suo papa che vi risiede alla maniera di un sovrano. Il cristianesimo ortodosso non ha una struttura del genere, è acefalo, con una rete più diffusa di potere, fra stati, popoli, regioni; gli starec sono l’autorità a cui i fedeli si riferiscono; loro sono gli esempi, le controfigure di Cristo in Terra, da imitare, attraverso ogni contraddizione e ogni dolore, ogni eccesso e ogni redenzione. Non è una gerarchia da rispettare, bensì un’autorità di coscienza; non legale, ma morale; non è l’appartenenza a un’infrastruttura esteriore, bensì il misurarsi con certi afflati interiori, che sempre intorno a Cristo si propagano, secondo il più originario senso e la più originaria potenza del Vangelo.

Due riflessioni conclusive sullo spazio visto da Russia ed Europa.

Prima. In Russia dal XVIII secolo si sviluppano spedizioni di astronomi ed esploratori verso est, visto che i territori oltre gli Urali sono conosciuti principalmente sulla carta. Nel XVIII secolo sono cinque le grandi spedizioni che raggiungono il circolo polare articolo a nord o a est le isole intorno al Giappone. Le spedizioni vengono sempre accompagnate da scienziati, fondendo gli obiettivi scientifici con quelli più politici e amministrativi; gli scienziati effettuavano misurazioni a latitudini diverse, ampliando le conoscenze. La figlia dell’ingegner Dostoevskij, Ljubocka, racconta che, durante la prigionia, il padre a volte scortava missioni scientifiche che viaggiavano in Siberia su mandato del governo. Tutto ciò porta alla formazione di un impero immenso in Asia, accanto alla Russia affacciata sull’Europa.

Seconda riflessione, sulla vastità vista dall’Europa, sul “contatto con il grande”, nelle parole di uno dei suoi romanzieri principali del XIX secolo, Gustave Flaubert. È una lettera che riflette sui pescatori di Trouville:

«Un brav’uomo di quassù, che è stato sindaco per quarant’anni, mi diceva che in quel lasso di tempo non aveva visto che due condanne per furto nella popolazione, cioè su più di tremila abitanti. Mi pare lampante: i marinai sono d’una pasta diversa… Per che ragione? Credo la si debba attribuire al contatto col grande: un uomo che ha sempre sott’occhio tanto spazio quanto lo sguardo umano può seguirne deve ritrarre da questa comunanza una serenità sdegnosa… Credo che in questo bisogni cercare la moralità dell’arte. Essa sarà quindi moralizzatrice come la natura per la sua altezza virtuale, ed utile per il sublime che comporta. La vista del campo di grano allieta il filantropo più della vista dell’oceano, poi ch’egli si convince esser l’agricoltura una spinta verso i buoni costumi. Ma che uomo meschino è il carrettiere accanto al marinaio! L’ideale è come il sole, assorbe tutte le lordure della terra. Si è qualcosa soltanto in virtù dell’elemento che si respira… Credo che se si guardassero sempre i cieli si finirebbe con l’aver le ali».
(lettera a Louise Colet, agosto 1853).

Gli autori

Marco Pozzi

Marco Pozzi, laureato in Ingegneria Gestionale e dottorato in Storia della Scienza al Politecnico di Torino, si occupa di trasmissione della memoria e della conoscenza, studiando l’informatica come strumento di organizzazione del sapere umano. Ha curato gli otto libri "Incontri con la macchina" pubblicati dall’editore Mimesis, con oltre 200 scritti meta-scientifici di dottorandi che hanno frequentato i corsi di “Epistemologia della macchina” e “Antropologia della tecnica”, tenuti dal prof. Vittorio Marchis. È appena uscita la seconda stagione del podcast “Incontri con la macchina”, tratta dai libri citati, realizzato in collaborazione con la webradio del Politecnico, OndeQuadre. marco.pozzi@polito.it.

Guarda gli altri post di: