L’asse Roma-Berlino che non mi piace

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«Sento puzza di guerra». Quando il 3 ottobre del 1990 la notizia dell’unificazione tedesca fece irruzione nella redazione del manifesto, con un filo di voce Luigi Pintor sussurrò questa frase che persino tra noi redattori creò qualche stupore. Poi, Luigi mi chiese di accompagnarlo al bar di fronte alla redazione in via Tomacelli, il bar Antille, purgatorio di umori, tensioni, entusiasmi di molti di noi. A metà baby – il mezzo whisky, compagno di interminabili pomeriggi di lavoro e adrenalina indispensabile per costruire il giornale dell’indomani – mi disse: «Se almeno avessero evitato di fare Berlino capitale… se almeno avessero cambiato l’inno nazionale, quello che fa ‘Deutschland Deutschland über alles’». Luigi, gappista, fratello di Jaime saltato su una mina mentre attraversava la linea del fronte per raggiungere i partigiani del Lazio, era stato arrestato il 14 maggio del ‘44 dai nazisti. Finito nelle mani della famigerata “banda Koch”, era stato interrogato e torturato per otto giorni. Condannato a morte, riacquistò la libertà poco prima che la sentenza capitale venisse eseguita solo grazie all’ingresso a Roma delle forze alleate, all’inizio di giugno. Difficile per Luigi, anche dopo decenni, mettere da parte ricordi, sentimenti, immagini terribili e indelebili: «Non so che farci – ha scritto – se sento parlare tedesco alle mie spalle ho un sobbalzo e adocchio il primo portone dove imbucarmi».

Per un pezzo di generazione – quello di chi ha combattuto contro fascisti e tedeschi garantendo un riscatto dell’Italia e la nascita di una vita nuova radicata nella Costituzione – dimenticare è stato impossibile. Il partigiano Nuto Revelli ha impiegato una vita e una lunga e appassionata bibliografia prima di scrivere “Il disperso di Marburg” alla ricerca, infine, di un “tedesco buono”. Un amico e compagno di Nuto, anche lui partigiano nelle formazioni di Giustizia e Libertà, si chiamava Bartolo Mascarello. Non firmava articoli, non scriveva libri ma ha firmato le migliori bottiglie di Barolo mai prodotto nelle Langhe. Lo conobbi grazie a Nuto, e grazie a lui conobbi anche il suo vino. Un giorno andai a trovarlo dopo che in una enoteca di Alba tutte le sue bottiglie erano state sequestrate dalle forze dell’ordine perché sull’etichetta c’era scritto: “No barrique, no Berlusconi”. In quella circostanza, indicandomi la vigna subito sopra la cantinetta dove venivano accolti i clienti, mi spiegò la sua Weltanschauung: «Quando arriva un ipotetico cliente tedesco a comprare il mio vino, lo accompagno lì sopra e gli dico: “Vede questa collina? Io scappavo come una lepre inseguito da un soldato tedesco che cercava di abbattermi a colpi di fucile, forse quel soldato era suo padre. Ecco perché non le vendo il mio barolo”».

Vecchie storie, ricordi incanutiti, vecchie interviste spesso irrintracciabili nei miei disordinati scaffali. A volte basta un titolo, una parola, un’immagine per riportarli in vita. Luigi, Nuto, Bartolo sono riapparsi all’improvviso davanti ai miei occhi alla lettura di un titolo di giornale: “Patto Meloni-Merz” e sotto l’elenco della presente e futura collaborazione, un nuovo “asse Roma-Berlino” basato sul riarmo comune. Un’altra picconata a una già esangue Unione Europea. Carri armati di ultima generazione targati Leonado-Rheinmetall legati in una affettuosa joint ventures, obiettivo costruire una difesa comune resa quanto mai necessaria dalle minacce di un nemico alle porte (Putin) e da un amico che è peggio perdere che trovare (Trump). Poi c’è la cooperazione nel settore aerospaziale. In campo per l’Italia Leonardo, Iveco, Oto Melara. Poi c’è l’azienda tedesca che produce in Sardegna esplosivi e munizioni ad alto volume specializzato in testate belliche, munizioni aeronautiche e sistemi di controminamento. Si chiama Rwm Italia. Via Italia, per saltare i veti tedeschi alla vendita di armi a paesi in guerra, ha armato (solo per fare un esempio) il terribile confitto in Yemen che ha visto contrapposte Arabia Saudita e Iran.

Si dirà: se è vero che l’Unione Europea non esiste, c’è l’euro e c’è la guerra comune contro i migranti ma non c’è l’Europa politica priva persino di una Costituzione, è normale che i paesi forti o presunti tali si mettano insieme a danno di altri paesi forti, meglio ancora se deboli. Di qua la Germania – «Avremo l’esercito più potente d’Europa», promette Friederich Merz alla Conferenza di Monaco sulla sicurezza – con la protesi italiana – Meloni in mimetica fa quel che può da gregaria povera – e di là c’è la Francia. Un film già visto, con tanto di Conferenza di Monaco e nemico russo, che non avremmo voluto mai più rivedere. Magari l’”Asse Roma-Berlino”, in attesa di un segnale da Tokyo, è solo una suggestione, meglio dire un incubo, un flash back. Anche perché in epoca di sovranismi o anche solo di nazionalismi le alleanze si creano e si distruggono in un amen, è nella loro natura stessa. Gli Stati Uniti, tanto più in era Trump, insegnano. Nazionalismi e sovranismi hanno un solo esito certo: la guerra. Gli Usa sono al primo posto nella spesa bellica, la Germania in quattro anni ha raddoppiato la sua. Per fare la guerra bisogna armarsi, le armi costano e i soldi vanno presi dalla sanità, dall’istruzione, dal welfare in generale. Mica dai super-ricchi, dalle banche e dalle multinazionali. Il modello dell’Europa sociale non è più esportabile semplicemente perché è moribondo e la sua agonia trascina con sé la democrazia che diventa prima illiberale, poi democratura.

L’asse Roma-Berlino, come dimostra l’intemerata di Merz contro Trump alla Conferenza di Monaco, è fatto di un legno troppo tenero per resistere e può spezzarsi al primo scossone. Giorgia Meloni sta con Merz, ma non può non stare con il suo amico Trump. Per l’Europa è meglio schierarsi con il primo o con il secondo? E per Meloni è meglio far fare agli italiani gli attendenti dei tedeschi o degli statunitensi? I primi potrebbero tornare utili per aumentare l’occupazione mandando le nostre tute blu a lavorare nelle fabbriche d’armi di Berlino, è già successo una novantina d’anni fa. I secondi potrebbero graziosamente concederci una riduzione dei dazi sul barolo. Tertium non datur. Ma chi l’ha detto? Se invece di un incubo facessimo un sogno: invece di una Unione Europea armata fino ai denti per competere con il nemico di turno, un’Italia e un’Europa neutrali che si battano per il diritto internazionale, la diplomazia, la pace? Chissà cosa direbbero oggi Luigi, Nuto e Bartolo.

Gli autori

Loris Campetti

Loris Campetti è nato a Macerata nel 1948. Laureato in chimica, già nella seconda metà degli anni Settanta è passato al giornalismo. A “il manifesto” fino al 2012, ha ricoperto tutti i ruoli e si è occupato prevalentemente di lavoro e lotte operaie. Ha scritto molti libri di inchiesta e due mesi fa è stato pubblicato da Manni il suo primo romanzo, “L’arsenale di Svolte di Fiungo”.

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