Russi ed Europei secondo l’ingegner Dostoevskij

Download PDF

Il web prima del web: non in forma digitale ma materiale, un paio di secoli in anticipo. Le Esposizioni Universali ‒ evoluzione dell’antica fiera, dove s’incontrano popoli diversi, e gente, mercanti e banchieri commerciano fra commedianti, giocolieri e saltimbanchi ‒ sono un fenomeno ben radicato nella società europea del XIX secolo. Lo testimonia il numero di visitatori, dai circa sei milioni della prima edizione a Londra nel 1851, fino al picco del 1900 a Parigi con oltre cinquanta milioni per 83.047 espositori da 58 paesi. Numeri straordinari, che in passato neppure le guerre erano state in grado di raggiungere. Le Esposizioni sono un portale dove ammirare le meraviglie della tecnica, che appaiono come miracoli improvvisi, rappresentando il vanto dei paesi: i padiglioni sono un’equivalente dei siti web, una vetrina dove presentarsi al mondo.

L’ingegner Fëdor Dostoevskij visita l’Esposizione Universale a Londra nel 1862 e ne lascia alcune riflessioni in Note invernali su impressioni estive, che pubblica l’anno dopo: «Sì, l’Esposizione Universale è qualcosa di sbalorditivo. Vi percepite una forza tremenda che ha lì riunito in un unico gregge tutto quell’incalcolabile numero di persone giunte da ogni parte del mondo. Voi avete coscienza d’un pensiero immane: percepite che lì qualcosa è già stato raggiunto, che lì è la vittoria, lì è il trionfo. Cominciate persino come a temere qualcosa. […] Tutto questo è a tal punto solenne, vittorioso e fiero, che cominciate a sentir un peso sul cuore. Guardate queste centinaia di migliaia, questi milioni di persone che docili sono affluite qui da tutte le parti del globo terrestre: persone giunte con un unico pensiero, che si affollano tranquillamente, con ostinazione e in silenzio in questo palazzo colossale, e percepite che lì si è realizzato e si è concluso. È una sorta di quadro biblico, un’evocazione di Babilonia, una specie di profezia dell’Apocalisse quella che si va realizzando davanti ai vostri occhi». Una forza spirituale emana dal gigantesco Crystal Palace, costruito per la prima Esposizione a Londra, nel 1851. In quel punto preciso si concentra una potenza che nel secolo industriale si sta dispiegando nell’intera Europa; le macchine non sono soltanto meccanismi che funzionano, ma, proprio nel loro funzionamento, cambiano il mondo intorno a loro, la maniera in cui le persone agiscono, pensano, comunicano; cambiano i sentimenti, le paure, i desideri: cambiano le fedi. Ci voleva uno scrittore a cogliere la mutazione e fissarla nei suoi romanzi, che ancora oggi, secoli dopo, ci esprimono qualcosa sulla nostre specie. Ci voleva uno scrittore russo che guardasse l’Europa dall’esterno, da un’altra società, un’altra civiltà dove invece le Esposizioni non si tenevano.

L’ingegner Dostoevskij compie il suo primo viaggio all’estero nel 1862. In due mesi e mezzo, dal 7 giugno fino a metà settembre, visita Berlino, Dresda, Wiesbaden, Baden-Baden, Colonia, Parigi, Londra, Lucerna, Ginevra, Genova, Firenze, Milano, Venezia e Vienna. Nell’inverno scrive Note invernali su impressioni estive, in cui appunta: «Non vedevo l’ora di andarci quasi dalla prima infanzia, già quando, nelle lunghe serate d’inverno, non sapendo leggere, ascoltavo, spalancando la bocca e restando immobile per la gioia e per il terrore, i miei genitori leggere prima di andare a letto i romanzi di Radcliffe, a causa dei quali deliravo poi nel sonno per l’agitazione. Finalmente, sono riuscito ad andare all’estero a quarant’anni».

Berlino somiglia a Pietroburgo, «Parigi è la città più morale e virtuosa di tutto il globo terrestre», dove «accumulare una fortuna e possedere la maggior quantità possibile di cose: questa è diventata la principale norma di moralità, il catechismo del parigino». A Londra tutto è “colossale” e «ogni contraddizione, ogni contrasto convivono accanto al loro opposto, e avanzano ostinati mano nella mano, smentendosi a vicenda ma, a quanto pare, senza mai negarsi l’un l’altro in alcun modo. Come se ogni cosa si stesse difendendo tenacemente e vivesse così, secondo le proprie eleggi, senza tuttavia dare impaccio alle altre, almeno in apparenza. Ma al tempo stesso, anche qui c’è quella medesima lotta ostinata, sorda e ormai irrimediabile, quella lotta mortale tra il principio personale dell’occidente tutto e la necessità di vivere non importa come, purché insieme, di costruire, non importa come, una comunità, e d’organizzarsi in un unico formicaio». Londra è enorme, notte e giorno, con rumori metallici, i fischi delle ferrovie che si sviluppano voracemente intorno alle case, avvolte da una nebbia costante, una fuliggine perpetua, tra carrucole, ganci, scale, bracci metallici. Sembra il luogo dove si sono realizzati tutti i sogni più moderni degli ingegneri. Il sabato mezzo milione di persone si riversano in città a bere e ubriacarsi sino al mattino festeggiando la fine del lavoro: birrerie come palazzi, strade affollate di taverne, ubriachi in strada, donne e uomini, in mezzo i bambini. Forse è proprio a Londra, fra i sobborghi e l’Esposizione Universale, che l’ingegner Dostoevskij ha l’illuminazione terribile di quale fosse il punto d’arrivo della società europea industriale che stava dilagando senza tregua: la fede dell’umanità europea, il Paradiso travestito da Inferno, l’incarnazione della divinità nei metalli e nelle meraviglie più idolatrate dell’ingegneria? Da qui forse germogliano le parole che Ivan Karamazov rivolgerà al fratello Alëša, nel «posto vicino alla finestra riparato da un paravento», in una squallida trattoria: «Perché la preoccupazione di queste misere creature non è soltanto quella di cercare qualcosa davanti a cui si possa inchinare l’uno o l’altro di loro, ma è quella di trovare qualcosa in cui tutti credano e davanti a cui tutti si inchinino, tutti quanti insieme. Proprio questo bisogno di comunione nell’atto di adorare è il più grande tormento di ogni uomo singolo e dell’umanità intera, fin dal principio dei secoli» (Parte seconda, libro quinto, V).

Se l’ingegner Dostoevskij conosce inferno/paradiso europeo della Rivoluzione industriale durante i suoi due lunghi viaggi nel continente, per un periodo simile, circa quattro anni, già aveva conosciuto un altro inferno, quello della prigionia, che specularmente gli aveva permesso di penetrare nell’animo russo. Al pari di Note invernali su impressioni estive per l’Europa, per la Russia è Memorie di una casa di morti, pubblicato sulla rivista “Vremja” tra il 1860 e il 1862: una sorta di reportage, con fatti e riflessioni, episodi e psicologia, tormenti fisici e tormenti interiori; tra ufficiali e frequenti perquisizioni, tra estati e inverni, ore di lavoro e interminabili serate rinchiusi nel dormitorio, fra recite teatrali a Natale e visite in infermeria. Una durezza non solo fisica, ma morale: la pena: il delitto: il castigo: la coscienza: l’espiazione: la redenzione. In tale vastità l’ingegner Dostoevskij conosce quei caratteri russi che avrebbe poi raccontato nei grandi romanzi. Fin dalla prima lettera dopo la liberazione, inizio 1854, dichiara al fratello con entusiasmo e solennità: «Credimi, vi sono caratteri profondi, forti, bellissimi ed era un piacere cercare l’oro sotto la rozza scorza. E non uno o due, ma parecchi. […] Ho vissuto insieme a loro e perciò credo di conoscerli abbastanza. Quante storie di vagabondi, di briganti, di esistenze oscure, dolorose, disgraziate. Basterà per interi volumi. Che gente straordinaria. In generale non è stato tempo per me perduto. Se non ho conosciuto la Russia, il popolo l’ho conosciuto bene; così bene come forse sono in pochi a conoscerlo. Questo è il mio piccolo amor proprio! Spero che mi si perdonerà».

Le tante esperienze e i materiali raccolti in questi due periodi di studio, questi due Erasmus dentro la modernità del tempo, saranno il concime per creare i personaggi dei suoi grandi romanzi, che sbocceranno successivamente a Memorie del sottosuolo (1864). Sono due Erasmus di circa cinque anni che ricordano il famoso viaggio sul brigantino Beagle che Charles Darwin aveva compiuto in cinque anni per il mondo, dal 27 dicembre 1831 al 2 ottobre 1836, accumulando evidenze sperimentali in forma di fossili e appunti, in enorme abbondanza, che avrebbe rielaborato per anni dopo il ritorno, con lo scopo ultimo di organizzare i singoli dati dentro un sistema di conoscenza che includesse tutte le specie.

Allo stesso modo l’ingegner Dostoevskij raccoglie materiale sull’Europa e sulla Russia, e sistematizza le idee e i principi dentro le trame dei romanzi, dove i personaggi costantemente rappresentano similitudini e differenze, attrazione e repulsione, fra europei e russi. Lui stesso, che «non vedeva l’ora di andarci» e che sui romanzi europei s’era formato come scrittore, vive dentro di sé la tensione. «Io sono russo, il mio cuore è russo, le mie idee sono russe», scrive in una lettera appena tornato in libertà. Ma allo stesso tempo emerge l’impossibilità d’integrarsi. In un appunto del 1861: «Adesso sappiamo come possiamo essere europei, che non siamo in grado di entrare in una delle forme di vita europee, forme sopravvissute elaborate dall’Europa, di princìpi nazionali che ci sono estranei e contrari, allo stesso modo come non potremmo portare un vestito altrui, che non fosse tagliato per la nostra misura». E in Diario di uno scrittore: «L’errore della politica negli ultimi due secoli è stato far credere all’Europa che siamo veri europei […] È tempo di abbandonarli. Il nostro avvenire è in Asia».

Queste sono soltanto alcune delle tante sue parole che trattano il rapporto fra Europa e Russia, fra Europei e Russi. Nella profondità delle invenzioni narrative, con metodo d’ingegnere e caos d’artista, costruisce ogni romanzo come sistema di conoscenza, quasi scientifici nella fusione di osservazione sperimentale e teorizzazione delle idee, molteplici Origine delle specie dove riconoscere sé stessi; fra l’allegoria del formicaio e la cronaca dell’Esposizione, rileggerli oggi può aiutare a comprendere qualcosa di più anche della nostra confusa attualità, sempre più simile a «una specie di profezia dell’Apocalisse».

Gli autori

Marco Pozzi

Marco Pozzi, laureato in Ingegneria Gestionale e dottorato in Storia della Scienza al Politecnico di Torino, si occupa di trasmissione della memoria e della conoscenza, studiando l’informatica come strumento di organizzazione del sapere umano. Ha curato gli otto libri "Incontri con la macchina" pubblicati dall’editore Mimesis, con oltre 200 scritti meta-scientifici di dottorandi che hanno frequentato i corsi di “Epistemologia della macchina” e “Antropologia della tecnica”, tenuti dal prof. Vittorio Marchis. È appena uscita la seconda stagione del podcast “Incontri con la macchina”, tratta dai libri citati, realizzato in collaborazione con la webradio del Politecnico, OndeQuadre. marco.pozzi@polito.it.

Guarda gli altri post di: