Le molte ragioni del NO: contro il paradigma Meloni

Il referendum del 22-23 marzo non riguarda solo la magistratura, ma il paradigma di governo perseguito senza interruzione da Giorgia Meloni che aspetta di essere completato con il premierato e con una riforma elettorale ancora più maggioritaria. Tocca a noi decidere – il 22 e 23 marzo – se favorire la centralizzazione, le gerarchie e la privatizzazione dello Stato oppure difendere la democrazia, l’uguaglianza, il pubblico.

La fantageopolitica di Giorgia Meloni

Le comunicazioni alla Camera della Presidente del Consiglio dell’11 marzo sulla situazione internazionale hanno un che di surreale. Giorgia Meloni infatti, dopo aver quasi totalmente evitato di nominare Stati Uniti e Israele, ha riscritto la storia, riportando l’inizio dell’ineffettività del diritto internazionale all’invasione russa in Ucraina, omettendo le guerre in Jugoslavia, in Iraq, in Afghanistan, in Libia, in Siria.

A proposito di Sigonella: da Craxi a Meloni

La leggenda esalta il decisionismo di Meloni. Una dote in verità smentita dall’ambiguità delle dichiarazioni della premier sull’aggressione israelo-americana all’Iran. Ci sarà a breve un banco di prova, quando si dovrà decidere sull’uso da parte delle forze armate Usa della base di Sigonella, con riferimento alla quale (non Craxi) ma un giovane sottotenente seppe salvaguardare, nel 1985, la nostra sovranità e indipendenza.

Le politiche spaziali e la subalternità di Meloni a Musk

Il Governo Meloni si dichiara a ogni piè sospinto ipernazionalista. Ma l’approvazione della legge n. 89/2025 e la successiva Relazione annuale sulle politiche spaziali del Governo segnano l’accettazione della subalternità strategica dell’Italia a interessi privati stranieri, in particolare delle società di Elon Musk. E ciò benché la sovranità tecnologica sia fondamentale per la democrazia del XXI secolo.

Il sogno di Meloni e Salvini: sovranità illimitata

«Fuori della Costituzione e del diritto non c’è la sovranità, ma l’arbitrio popolare, non c’è il popolo sovrano, ma la massa con le sue passioni e con la sua debolezza»: sono parole di un maestro del diritto costituzionale incomprensibili per Salvini e Meloni, convinti che la vittoria elettorale legittimi tutto (anche le più clamorose violazioni di legge). Questa ignoranza-insensibilità è il maggior pericolo per la Repubblica.

La comunicazione tossica di Giorgia

Il discorso di Giorgia Meloni all’assemblea nazionale della Cisl è, insieme, un proclama politico e un modello di comunicazione. In esso, infatti, non c’è solo l’investitura della Cisl come sindacato amico e la conferma della Cgil come principale avversario. C’è anche un sapiente uso di diversi registri comunicativi ed emotivi in grado di alimentare la polarizzazione ideologica e affettiva dei suoi sostenitori.

L’Università, il Governo e il Grande fratello

Nella postdemocrazia cara a Donald Trump e a Giorgia Meloni le Università, in quanto luogo di pensiero libero e critico, sono da considerare un nemico. Di qui il loro depotenziamento e la loro privatizzazione. Non basta. Una norma del disegno di legge “sicurezza” introduce una inedita collaborazione degli atenei con i servizi segreti, con invito a concorrere alla schedatura di docenti e studenti “irrequieti”.

Le fonti di Giorgia

Nel discorso conclusivo della kermesse di “Atreju”, la presidente del Consiglio, gonfiando le vene del collo, ha urlato: «I centri in Albania fun-zio-ne-ran-no!». La sua fonte è un vecchio libro di Giovanni Guareschi, “Lo zibaldino”, che svela il metodo: gridare forte equivale a dire, a bassa voce, il contrario. Una divertente stramberia, ma meno stramba della speranza che i centri albanesi prima o poi funzioneranno.

Meloni, l’amerikana

Con artifici verbali e molta demagogia la presidente del Consiglio cerca di tenere insieme un postfascismo ruggente e una servile subalternità all’establishment italiano e statunitense. Così, concludendo la festa, genuinamente fascista, di Atreju, attacca Romano Prodi contestandogli di avere condotto l’Italia nell’euro: unico fatto che consente oggi una qualche, seppur esile, indipendenza dell’Europa dagli Stati Uniti.