Sandra Burchi è assegnista di ricerca presso il Dipartimento di Scienze Politiche dell’Università di Pisa. Scrive di donne, lavoro, femminismo. È autrice di “Ripartire da casa. Lavori e reti dallo spazio domestico” (Franco Angeli, 2014) e con Teresa di Martino di “Come un paesaggio. Pensieri e pratiche tra lavoro e non lavoro” (Iacobelli, 2013).
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Il discorso di Giorgia Meloni all’assemblea nazionale della Cisl è, insieme, un proclama politico e un modello di comunicazione. In esso, infatti, non c’è solo l’investitura della Cisl come sindacato amico e la conferma della Cgil come principale avversario. C’è anche un sapiente uso di diversi registri comunicativi ed emotivi in grado di alimentare la polarizzazione ideologica e affettiva dei suoi sostenitori.
A Pisa, con una giunta di destra al secondo mandato, prosegue l’opera di ridefinizione di quel che è ormai diventato accettabile e di quello che ancora muove un minimo di reazione. Succedono cose strane, apparentemente piccole ma di grande importanza: tra folklore e goliardia, il termine fascismo sparisce dai documenti ufficiali e le librerie che espongono libri all’esterno sono multate per oltraggio al decoro.
Abbiamo perso. Scrivo all’indomani delle elezioni di Pisa a cui, per la prima volta, ho partecipato come candidata e dove ho toccato con mano che c’è chi vota a destra per trasgredire il dover essere di una sinistra usurata, che ha bisogno di ritrovare il contatto con emozioni e affetti. Da questa consapevolezza occorre ripartire.
Il finanziamento di associazioni che promuovono iniziative contro l’aborto approvato nelle scorse settimane dal Consiglio comunale di Verona non è un fatto locale e isolato. C’è in esso il disegno di ripristino di un ordine patriarcale nel quale si nega la libertà conquistata della donna, quella di sapere decidere e dire di sé.