Giovanna Lo Presti, ricercatrice, si occupa di Letteratura italiana e del rapporto tra sistema scolastico e società.
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La scuola italiana attraversa una stagione, ormai lunga, di crisi. Ciò che sfugge ai più, peraltro, è che la crisi non è “tecnica”, ma politica. Si sono progressivamente – e in modo bipartisan – coltivati la “modernità”, la meritocrazia, il concorso del privato, il rapporto con il mondo del lavoro ma si è dimenticato che la scuola è il luogo in cui i giovani vanno indirizzati alla cultura, alla percezione di sé e al pensiero critico.
Che fare, di fronte all’arroganza ammantata di vittimismo in ambito politico? C’è una strada: essere presenti in piazza; riprendere il dialogo, pur nell’eterogeneità delle posizioni; coltivare la coesione tra generazioni; recuperare le forme della protesta nonviolenta; cogliere le occasioni che consentono di aprire brecce nel sistema.
Il lavoro può anche uccidere indirettamente. Per stanchezza, in un incidente stradale, tornando a casa dopo una notte in fabbrica. Eppure il lavoro notturno ha spesso una motivazione esclusivamente economica ed esprime l’essenza del lavoro alienato. Occorre, dunque, partire da lì, abolendo o riducendo al minimo la turnazione notturna come prima tappa per modificare l’attuale organizzazione del lavoro.
Il passaggio dalla scuola per pochi alla scuola di massa non ne ha cancellato la natura di classe. Adesso, nell’era di Valditara, lo smascheramento è i totale, ma già 50 anni fa Pier Paolo Pasolini lo aveva denunciato, aggiungendo che per un reale cambiamento della scuola ci vuole un altro modello economico e sociale. Quanto aveva ragione!
Era il 1969 e Luciano Bianciardi, in una graffiante corrispondenza da Tel Aviv, svelava con la consueta lucidità l’operazione in atto di annientamento della Palestina. Solo gettando l’ancora nel passato si può capire il presente e magari scoprire che – come sostiene Daniel Baremboim – l’umanesimo è l’unica (e l’ultima) resistenza che abbiamo contro le pratiche disumane e le ingiustizie che sfigurano la storia umana.
Le orrende carneficine di cui siamo spettatori hanno alla base l’idea che la guerra va condotta contro ogni forma di vita. Ciò è evidente nell’aggressione israeliana alla popolazione palestinese, sterminata – donne, vecchi, bambini compresi – perché ogni casa, ogni scuola, ogni ospedale “potrebbe essere un covo di Hamas”.
Le parole di Calcago, capo dei Caledoni, sulla pace secondo i Romani, riportate da Tacito alla fine del primo secolo d.C., sono tragicamente attuali. Pace a Gaza, per Israele e per gli Stati Uniti, significa “occupare Gaza e colonizzarla, e non lasciare lì un solo bambino”. Così come la pace all’esito della seconda guerra mondiale fu distruggere la vita a Hiroshima. E farlo impunemente. Fino a quando qualcuno si ribellerà.
Ha fatto scalpore, nelle scorse settimane, la scelta di una decina di studenti di fare scena muta all’esame orale di maturità. Il fatto, a ben guardare di limitata entità, ha provocato reazioni spropositate e lasciato in secondo piano la questione di sostanza. Che è l’insostenibilità di una scuola che forma alla competizione, alla sconfitta e allo schiacciamento dell’altro, anziché alla coabitazione e alla comprensione.
Al centro della crisi che attraverisamo c’è lo stato dell’educazione, che vive «un processo di ottundimento delle coscienze e delle intelligenze» contro il quale non c’è stata resistenza tra «i pedagogisti autorizzati». Contro questa realtà occorre – ci ha insegnato Goffredo Fofi – essere irrequieti, scontenti e pronti a difendere i più deboli.
Fu un referendum, 40 anni fa, a decretare l’inizio delle politiche di austerità che hanno eroso reddito dei lavoratori e democrazia. Oggi può essere un referendum ad aprire una stagione opposta. Teniamolo presente. Ricordando l’esortazione di Enrico Berlinguer che, nel suo ultimo comizio, invitò i tanti che lo ascoltavano a convincere chi è perplesso, casa per casa, azienda per azienda, strada per strada.