Gian Giacomo Migone ha insegnato Storia dell'America del Nord e Storia delle relazioni Euro-Atlantiche nell’Università di Torino dal 1969 al 2010. Senatore della Repubblica per tre legislature (tra il 1992 e il 2001), eletto nelle liste del Pds e poi dei Ds, collabora attualmente con numerose riviste e quotidiani. Nel 1984 ha contribuito a fondare “L’Indice dei libri del mese” di cui è tuttora membro del Comitato editoriale e del Consiglio di amministrazione.
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L’ostilità degli Stati Uniti verso un’Europa più unita e autonoma – oggi al centro della politica di Trump – ha una lunga storia, intrecciata alla Guerra fredda e al declino americano. Prenderne atto e uscire dall’attuale subalternità agli Stati Uniti consentirebbe di lavorare per un’Europa diversa, dotata di un proprio posto in un mondo multipolare più pacifico e di contribuire alla fine della Guerra fredda.
La distruzione e il massacro di Gaza continuano e si intensificano, a dispetto delle risoluzioni dell’Onu e della pressione internazionale. Per fermarli c’è un’unica soluzione: l’interposizione di caschi blu delle Nazioni Unite, deliberata dall’Assemblea generale iche aggiri il veto degli Stati Uniti. Ma occorre volerla!
L’ostilità verso un’Europa politicamente ed economicamente integrata è una risalente caratteristica della politica di Washington, che Trump si è limitato a esplicitare in modo brutale. La trasformazione dell’Ue in un grande Stato federale sconvolgerebbe, infatti, ogni residua ambizione bipolare degli Usa. Ma l’Europa subisce, incapace di un’iniziativa politica diversa da un assurdo riarmo.
Con artifici verbali e molta demagogia la presidente del Consiglio cerca di tenere insieme un postfascismo ruggente e una servile subalternità all’establishment italiano e statunitense. Così, concludendo la festa, genuinamente fascista, di Atreju, attacca Romano Prodi contestandogli di avere condotto l’Italia nell’euro: unico fatto che consente oggi una qualche, seppur esile, indipendenza dell’Europa dagli Stati Uniti.
Il tema decisivo nelle elezioni, negli Stati Uniti come in Occidente, è quello del non voto. Mentre l’estrema destra riesce a portare alle urne la propria riserva di astensionisti, non altrettanto riesce a fare il centrosinistra. Se Kamala Harris ed Elly Schlein non si decidono a motivare il non voto potenzialmente alla loro portata, la loro partita è persa.
Mentre le lacerazioni della campagna elettorale per le presidenziali svelano il declino democratico degli Stati Uniti e l’Europa, priva di identità e autonomia, è ulteriormente fiaccata dalla vittoria di una destra autenticamente fascista, qualche segnale di ripresa democratica, pur eterogenea, viene dal Sud del mondo (Brasile, India, Messico…).
Un antisemitismo antico, diffuso nel mondo, ha accompagnato e favorito l’Olocausto, che ricordiamo nel Giorno della memoria. E numerosi sono stati gli esempi di reticenza e di implicita connivenza nei confronti dell’eccidio degli Ebrei. Oggi, per un atroce paradosso, il veleno antisemita riemerge, veicolato dal Governo di Israele con l’eccidio che si sta consumando nella striscia di Gaza.
Mentre la guerra insanguina l’Europa, la crisi della democrazia statunitense si interseca con l’ombra lunga di un golpe annunciato in Brasile in caso di vittoria di Lula e con la fine del compromesso costituzionale su cui si fonda lo stato indiano. Un quadro meno fosco può venire solo dall’avvento di un sistema internazionale multipolare in cui i sistemi democratici competano pacificamente con il colosso cinese.
La guerra che insanguina l’Ucraina rivela la conflittualità connivente tra la Russia e gli Stati Uniti, potenze imperiali ancor più pericolose perché in declino. Ad esserne vittima, con l’Ucraina e i suoi abitanti, è l’Europa, che si vorrebbe ricondotta sotto il tallone della NATO, dipendente da risorse energetiche fornite dagli Stati Uniti, riarmata nel quadro dell’Alleanza atlantica senza un strategia propria.
Quella del capo dello Stato non è una carica puramente notarile o di rappresentanza, e una scelta sbagliata sarebbe un grave pericolo per le istituzioni. Occorre, dunque, una personalità super partes ma non asettica né sprovveduta. Le regole insite nella Costituzione impongono la scelta di una donna (o di uomo) dalle impeccabili credenziali democratiche