A proposito di Sigonella: da Craxi a Meloni

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Leggenda vuole che Giorgia Meloni sia leader politica coerente e decisa, ma la sua coerenza è già stata messa a dura a prova nel traumatico passaggio dall’opposizione al governo mentre il suo decisionismo mostra più di una crepa proprio in queste ore. Non sembra, infatti, improntato a ferma determinazione l’oscuro giudizio che, dopo giorni di silenzio, ha dato della “guerra preventiva” voluta dalla coppia criminale Netanyahu-Trump: “non condivido né condanno”. E neppure ieri in Parlamento la premier è parsa in grado di dire qualcosa di definitivo sull’uso che, nelle circostanze, potranno fare gli USA delle basi militari in Italia mentre nei giorni scorsi – come è già stato accertato – droni americani sono partiti da Sigonella diretti verso le coste nord-orientali dell’Iran con compiti di sorveglianza e di intelligence.

Così in queste ore si torna a parlare della grande base militare a 15 chilometri di Catania, con qualche apprensione per la sicurezza di chi vive in quelle zone e potrebbe essere esposto a eventuali ritorsioni iraniane. A proposito di Sigonella c’è un’altra leggenda da sfatare, quella del premier Bettino Craxi che nell’ottobre del 1985 seppe garantire la sovranità del nostro Paese negando a Ronald Reagan la consegna dei terroristi palestinesi che si trovavano a bordo di un Boeing 737, intercettato e costretto all’atterraggio nella base siciliana dopo il dirottamento della nave da crociera Achille Lauro al largo delle coste egiziane. In realtà le cose non andarono esattamente così. Lo hanno ampiamente documentato Salvo Fleres, ex senatore della Repubblica, e Paolo Garofalo, già sindaco di Enna e fondatore del Centro Studi Med. Mez. Napoleone Colajanni, in un saggio pubblicato qualche mese fa e che avrebbe meritato maggiore attenzione da parte dell’opinione pubblica (Sigonella quarant’anni dopo, Officina della stampa, Catania 2025).

La notte fra il 10 e l’11 ottobre 1985 ufficiale di guardia nella base aerea militare di Sigonella era un giovane sottotenente di leva, Giuseppe Gumina, ventenne di Librizzi, comune dei Nebrodi. Poco prima della mezzanotte il responsabile del controllo del traffico aereo, il tenente Mario Passaro, lo avvisò di un velivolo in rotta di avvicinamento che chiedeva l’autorizzazione per l’atterraggio senza però comunicare gli estremi del volo. Gumina attivò le procedure previste in questi casi e dichiarò lo stato di emergenza della base facendo armare tutti i militari italiani presenti, compresi quelli non in servizio. Dispose, quindi, l’invio di mezzi per bloccare la pista e fece circondare dai suoi uomini il velivolo egiziano. Qualche minuto dopo giunse a luci spente anche un elicottero americano contornato da alcuni furgoni carichi di militari armati di tutto punto cui si aggiunsero altri uomini appena sbarcati da due Lockheed C-141, atterrati senza aver ricevuto autorizzazione. Queste forze si disposero attorno agli italiani e un ufficiale, che si saprà poi essere il generale Carl Stiner, chiese perentoriamente che gli venissero consegnati i palestinesi a bordo del Boeing.

Il giovane sottotenente mostrò allora un coraggio davvero sorprendente intimando a sua volta all’americano di non compiere alcuna azione in attesa del comandante della base, il colonnello Ercolano Annichiarico, della cui incessante ricerca aveva incaricato il centralino della base. La conversazione assunse toni così accesi che Gumina, per non recedere di un millimetro dall’obbligo che aveva di far rispettare la giurisdizione italiana dal momento che l’aereo egiziano aveva toccato il suolo italiano, diede ordine ai suoi di inserire il colpo in canna. È a questo punto che Stiner, dopo essersi consultato per telefono con un imprecisato interlocutore, bloccò l’operazione evitando le gravissime conseguenze che potevano derivare da quell’inatteso braccio di ferro. Poco dopo giunsero anche i carabinieri da Catania e da Siracusa (che, su indicazione di Gumina, si disposero attorno ai militari americani così da creare un triplo cerchio con al centro l’aereo egiziano) e, solo un quarto d’ora dopo l’una, il comandante Annicchiarico. Gumina non era più solo ma per oltre un’ora aveva impedito, senza aver ricevuto ordini ma rispondendo con fredda determinazione soltanto agli obblighi del suo mandato, che gli americani si impadronissero dell’aereo egiziano e delle persone che si trovavano a bordo.

Vero è che nelle ore successive il Governo italiano resse lo scontro politico con gli americani dichiarando che non ci si poteva esimere dal rispettare le decisioni della magistratura italiana sulla richiesta di espatrio, ma quando Craxi afferma di essere stato lui ad aver autorizzato l’atterraggio e di essere stato costantemente informato di quello che stava accadendo alimenta una leggenda che non ha riscontro nella realtà. Stretta fra la prona obbedienza all’alleato americano e le attese del suo elettorato sovranista anche per Giorgia Meloni il tempo delle leggende sta probabilmente per concludersi.

Gli autori

Pino Ippolito Armino

Pino Ippolito Armino, ingegnere specializzato in economia e informatica, è membro dell'Officina dei Saperi e dell'Istituto Ugo Arcuri per la storia dell'antifascismo e dell’Italia contemporanea. È autore di numerosi saggi e collabora con “il manifesto” e “Left”.

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One Comment on “A proposito di Sigonella: da Craxi a Meloni”

  1. Vorrei precisare, a scanso di equivoci, che non c’è alcun accostamento possibile fra la postura ferma e dignitosa di Craxi nei confronti dell’alleato americano (indipendentemente dal giudizio politico e morale che più ampiamente si voglia dare di lui) e lo squallido servilismo di Meloni

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