Costruire un’alternativa o inseguire il centro?

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Quale può essere il contributo di un’ipotetica forza centrista di cui tanto si parla (con un frullato di nomi, da Salis a Madia, da Renzi a Onorato a Ruffini) alla coalizione di centrosinistra? Tra Pd, 5 Stelle e Avs ci sono alcuni punti programmatici comuni (salario minimo, sanità), alcune differenze in politica estera e ancora un grosso punto interrogativo sul fisco, che significa cioè dove trovare le risorse per politiche espansive e redistributive. È possibile che, sulla scia della convention dei progressisti a Barcellona, dominata dallo slogan Tax the rich, le tre forze riescano a immaginare una riforma fiscale in grado di prendere le risorse là dove si sono indebitamente accumulate, per dare ossigeno a una stagione di redistribuzione non fondata su nuovo debito.

È possibile ma non scontato, visto che finora Schlein e Conte sono stati molto prudenti sul tema, preferendo il leader 5s concentrare le sue coperture sul taglio delle spese militari e quella del Pd puntare sul taglio dei sussidi ambientalmente dannosi. Oppure (entrambi) sulla tassazione degli extraprofitti dei giganti dell’energia. Di certo c’è che per presentare un’alternativa reale, i progressisti non possono pensare di governare mantenendo lo status quo con qualche caritatevole concessione ai più bisognosi. Quello lo ha già fatto Meloni, con scarsi risultati. Per rimettere in piedi scuola e sanità pubbliche, e per alzare i salari da decenni tra i più bassi d’Europa, serve una scossa reale. Che non può evadere il tema cruciale delle tasse, finora pagate quasi solo da lavoratori dipendenti e pensionati.

Su questo tema, così come sulle politiche contro la precarietà e sul riarmo, i centristi hanno idee molto diverse: quando hanno governato hanno regalato alle aziende tutta la flessibilità richiesta, e non si sono mai sognati di far pagare di più ai più ricchi, visti anzi come dei modelli da imitare. Con Renzi e soci il superamento della Terza via e di tutte le sue ricette fallimentari è difficilmente realizzabile. Il tema dunque non è come allargare al fantomatico centro la coalizione, cosa che poteva funzionare negli anni Novanta. Ma come dare forza e credibilità a un progetto alternativo capace di cambiare realmente la vita delle persone e tirare fuori dalle incertezze e dalla precarietà milioni di italiani.

Nell’autunno del 2024, Conte pose il veto all’alleanza con Italia viva in alcune regioni al voto, a partire dalla Liguria. Il concetto era semplice: «Non mi alleo con chi ha fatto cadere il mio governo». In altre regioni come Emilia-Romagna e Umbria i candidati di Iv furono diluiti in liste civiche. Due anni dopo, quel veto sembra essersi liofilizzato: Renzi si considera parte integrante del centrosinistra, Conte non cita più il tema per ragioni di realpolitik: in una fase in cui la destra è in crisi, non sarebbe popolare annunciare di voler scaricare alcuni potenziali alleati.

Ma il nodo politico resta: quale capacità riformista (intesa nel senso di fare vere riforme sociali) avrebbe una coalizione con dentro dei frenatori, o addirittura dei potenziali sabotatori, pronti a far cadere il governo per interessi di bottega? E quasi certamente intenzionati a frenare riforme coraggiose su temi come fisco, lavoro, riarmo o ambiente? La questione va affrontata il prima possibile. Assai più del destino di alcuni parlamentari o pezzi di ceto politico.

L’articolo è tratto da il manifesto del 9 maggio

Gli autori

Andrea Carugati

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One Comment on “Costruire un’alternativa o inseguire il centro?”

  1. Campo largo? No grazie! Pensare di votare per mantenere in vita Renzi (quello che se perdeva il referendum si ritirava dalla politica) e Calenda (quello che non vuol saperne di un’Ucraina rappacificata con la Russia – tanto al macello ci vanno i giovani ucraini) mi viene già il voltastomaco. Sensazione analoga sapermi governato dal PD, dove c’è di tutto e di più. Gli amici del genocida Israele, Delrio e Fiano (che non disdegnano di equiparare antisionismo e antisemitismo), la russofoba Picierno e il guerrafondaio Guerini (nomen omen). Tenere insieme una tale accozzaglia significa durare si e no un paio di anni, sfornando al massimo qualche pannicello caldo, per passare poi la palla all’ennesimo governo tecnico lacrime e sangue. Se l’Italia vuole sperare di levarsi dal pantano economico, politico e sociale in cui si trova lo può fare solo con una radicale svolta a sinistra. Non chiamerei “riforme coraggiose” ma “riforme di giustizia” un salario minimo non inferiore ai 15 euro, un forte rilancio dell’edilizia popolare, un deciso taglio alle spese militari insieme all’uscita dalla NATO, un corposo rifinanziamento della sanità e della scuola accompagnato da assunzioni di infermieri, medici e insegnati con relativo adeguamento della busta paga, ritorno ad una tassazione progressiva per scaglioni, patrimoniale per scaglioni dal milione di euro in su, abbandono delle fonti fossili… e una seria lotta all’evasione fiscale (la tecnologia lo permette).

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