Quando il nazionalismo divide e uccide: dai Balcani al Kurdistan

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Ho letto in questi giorni il libro di Clara Usón La figlia, pubblicato alcuni anni fa, nel 2013, da Sellerio. Il romanzo ha molti personaggi, forse troppi, ma i più importanti sono due: Ana Mladic e suo padre, Ratko Mladic, il generale serbo protagonista della terribile guerra dei Balcani. Mi ha profondamente colpito la sensibilità di Ana, pur troppo debole nei riguardi del padre. Ana, infatti, quando viene a sapere la verità, cioè che suo padre ha massacrato migliaia di persone e ha mandato a morire anche il suo ex-fidanzato, invece di affrontarlo, sceglie il suicidio come fuga da una realtà troppo difficile da affrontare. Il padre è, per Ana, un eroe (e lo capisco perché, anche per me, mio padre è stato molto importante e mi ha insegnato a essere sincera, ad amare la natura e le persone). Pure per Ratko la figlia è il più grande affetto e quando viene a sapere del suicidio grida il suo dolore, ma non dimostra alcuna empatia con il dolore degli altri e ordina l’uccisione di tanti giovani. Ana viene a sapere delle azioni criminali del padre sentendo i discorsi delle amiche mentre sono a Mosca. All’inizio non ci crede, ma poi legge un articolo di giornale che descrive gli orrori della guerra e le colpe del padre. Infine legge i suoi diari. E apre gli occhi. Il personaggio di Ratko è complesso: buono e affettuoso in famiglia; duro, crudele, senza pietà nella vita politica. Come molti uomini che dicono di essere democratici e di rispettare i diritti delle donne, mentre nella loro vita non lo fanno. Viene alla mente il concetto di “banalità del male” che dà il titolo al famoso libro di Hannah Arendt. Il romanzo affianca i personaggi reali e la loro vita privata con descrizioni, riflessioni politiche e storiche sulla terribile guerra dei Balcani, l’assedio di Sarajevo e il massacro di Srebrenica.

Il libro fa riflettere sui mali del nazionalismo. Al tempo del Maresciallo Tito, la Jugoslavia era un paese solo che univa e controllava popoli, lingue e culture diverse secondo il principio “fratellanza e unità”. C’erano però nazionalismi nascosti che, dopo la morte di Tito, cominciarono a manifestarsi con violenza. Per comprendere le cause delle guerre in Bosnia-Erzegovia e in Serbia è necessario comprendere le fasi della disintegrazione del socialismo reale. Il potere dominante era lo Stato, in particolare la burocrazia. Mancava la democrazia, c’era il divieto di esprimere idee diverse, i candidati per le elezioni erano scelti dal centro del partito. Nonostante la pretesa di risolvere la questione nazionale attraverso una federazione e un’autonomia politica e culturale, il nazionalismo restò sempre vivo e non si realizzò mai una mentalità sovranazionale basata su valori condivisi. Ci fu anche un atteggiamento rozzamente materialista verso la fede e la religione, che rimasero, peraltro, nascoste nei cuori delle persone. Dopo il crollo dello Stato socialista i conflitti religiosi esplosero proprio perché i popoli non erano stati abituati a condividere idee e credenze.

Anche oggi vediamo la nascita e la crescita di nazionalismi che sono la causa di tante guerre e conflitti che insanguinano il mondo. Il nazionalismo si basa sul sistema capitalista, sull’importanza dei cosiddetti confini nazionali, sul dominio dello Stato nazione. Gli accordi di Dayton firmati nel 1995 stabilirono la nascita della Bosnia-Erzegovia come Stato unico con all’interno divisioni etniche precise. Tuttavia la Serbia non fu punita per i suoi crimini e ottenne metà del territorio. La regione è tuttora instabile a causa del nazionalismo, in particolare quello serbo, e dell’influenza esterna di Russia, Cina, Ungheria e Turchia. I popoli balcanici avevano sempre condiviso il loro destino con gli altri paesi europei. Dopo la seconda guerra mondiale, invece di promuovere processi di integrazione nell’Unione Europea, sono state alimentate le divisioni etniche. Senza riforme istituzionali, dialogo interetnico e volontà politica, la stabilità rimarrà fragile e nuove tensioni continueranno a incombere su chi vive in questa regione ancora cosi segnata dal passato.

Il nazionalismo viene spesso confuso con l’amore per la patria e utilizzato per mettere un popolo contro l’altro. Nella mia città turca, Urfa, vivono insieme turchi, curdi, armeni, arabi: senza problemi, ognuno con la sua lingua, la sua cultura e la sua religione. Ma lo Stato-nazione turco vuole imporre una sola lingua, il turco, una sola religione, l’Islam, una sola cultura e arriva a proibire l’uso di altre lingue. Così facendo crea problemi di convivenze che prima non esistevano e che possono causare grandi conflitti. L’umanità è un mosaico di lingue, di culture e di arte che formano la sua ricchezza e il suo patrimonio da conservare. La Turchia, da dove provengo, e altri stati nazionali della regione hanno vietato ogni espressione dei curdi, il popolo più antico e radicato del Medio Oriente, in particolare la loro lingua e cultura. Anche gli animali hanno una loro lingua, ma le politiche kemaliste degli stati nazionali vietano a noi curdi di parlare la nostra. Gli armeni erano numericamente pochi e sono stati sterminati; i curdi, invece, sono molti – 25 milioni in Turchia e 50 milioni in tutto il Medio Oriente (il quarto gruppo etnico dopo arabi, persiani e turchi) – e, non essendo possibile eliminarli tutti, sono sottoposti a genocidio culturale.

Il Medio Oriente è un mosaico vivente, una regione intessuta di innumerevoli culture, credenze, tribù e tradizioni. Al suo interno, il Kurdistan si erge come una comunità a se stante, una terra in cui popoli e religioni diversi hanno condiviso per secoli la stessa patria, hanno resistito alle stesse tempeste e ora cercano la stessa pace. La delicata interazione di questi popoli incarna la sfida e la promessa di ricreare la pace. In Medio Oriente, da una parte c’è chi cerca la pace, dall’altra molti dei nuovi governi sono di tendenza fondamentalista. Con l’avvento dei talebani in Afghanistan tutto è cambiato in pochissimo tempo e le donne hanno perso tutti i loro diritti. Con l’ascesa al potere in Siria di Al Jolani, burqa neri sono stati distribuiti alle donne per le strade di Damasco e di Aleppo e i posti a sedere sugli autobus sono stati separati per uomini e donne. In paesi come il nuovo Afghanistan, la nuova Siria e la nuova Libia, sono state rapidamente promulgate leggi che limitano i diritti delle donne e l’approccio nei loro confronti è conservatore e oppressivo. Le guerre da essi innescate portano ai popoli e, in particolare, alle donne violenza, stupri, omicidi, distruzione e una paura profonda che non sarà mai dimenticata. Questi conflitti all’interno dei popoli in Medio Oriente stanno facendo sprofondare la società nell’oscurità.

I principi che hanno protetto per migliaia di anni i valori e la cultura dei popoli di questa regione vengono ora sistematicamente violati. I popoli e le donne, indipendentemente da età, professione, nazionalità, colore della pelle o posizione sociale, sono vittime delle guerre alimentate dal sistema capitalista. Il 2025 è stato segnato dai più alti livelli di violenza. I massacri di drusi e alawiti in Siria, le guerre in corso a Gaza, in Ucraina e in Sudan hanno ulteriormente aggravato la spirale di violenza che sta travolgendo il mondo. Il bilancio delle violenze e dei massacri ha superato di gran lunga, anche prima della fine dell’anno, quello degli anni precedenti.

Le guerre continuano ad essere alimentate dai rappresentanti del sistema capitalista e dagli stati nazionali. Mentre un bambino su quattro in Turchia va a scuola affamato, le madri rovistano tra i rifiuti per sfamare i propri figli; mentre il presidente Öcalan si impegna con tutte le sue forze per una pace onorevole, le spese per la guerra del Governo Erdogan superano di molto quelle per l’istruzione, la sanità e lo Stato sociale. Tutte le sofferenze dei popoli, delle donne e dei bambini sono opera di questo sistema dominato dal capitalismo e dai maschi. Opporsi alle guerre significa proteggere e difendere l’umanità, il lavoro, il pane, i bambini, la nostra natura, la nostra aria, la nostra acqua e il nostro futuro. Come dice il popolo sudanese, colpito da una terribile guerra civile, “non importa quale parte vinca, abbiamo perso tutti: questa guerra non è la nostra guerra”.

Gli autori

Ayney Öcalan

Ayney Öcalan è nipote di Abdullah Öcalan, figlia di suo fratello Mehemet.

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