Le note che seguono cercano di analizzare alcune delle possibili conseguenze dell’eventuale imposizione di forti dazi sulle merci straniere da parte del nuovo presidente Usa, in particolare su quelle della Cina, del Messico, del Canada, nel quadro delle nuove strategie complessive della nuova presidenza Usa di reindustrializzazione del paese. L’incertezza sulle mosse effettive di Trump rispetto ai proclami appare peraltro molto elevata, così come molto elevata appare l’incertezza sui risultati finali che risulterebbero dall’applicazione effettiva delle sue minacce, anche se essi sarebbero in ogni caso molto negativi per il mondo e per gli stessi Stati Uniti. L’analisi che segue è condotta facendo riferimento a molti commenti in proposito apparsi sulla stampa internazionale, occidentale e asiatica.
I precedenti storici. Tra i precedenti delle mosse di Trump viene ovviamente alla mente il periodo della grande crisi del 1929. Il presidente Herbert Hoover nel 1930 fece votare la legge Hawley-Smoot che aumentava del 20% i diritti di dogana per le importazioni di prodotti agricoli nel paese, imposizione che sarà poi estesa a tutti i settori. Gli europei, che non erano ancora soggetti agli Stati Uniti e si sentivano ancora forti, replicarono imponendo a loro volta dei dazi. Gli scambi tra le due aree diminuiranno così di due terzi, il commercio mondiale crollerà e la crisi economica si aggraverà (Albert, 2024). In tempi molto più vicini, durante la prima presidenza Trump viene avviata l’imposizione di dazi ed altre misure punitive verso la Cina. Gli stessi cinesi ci ricordano che alla fine i danni di tali provvedimenti furono più pesanti per gli Stati Uniti che per il paese asiatico (Ulubel, 2024). Tra il 2018 e il 2019 Trump impone in effetti dei dazi su 370 miliardi di dollari di merci. Nel 2020 si arriva ad una fragile tregua con la quale i cinesi si impegnavano a comprare più merci Usa e gli Stati Uniti cancellavano i dazi su una serie di prodotti. Nel frattempo molte imprese Usa avevano cercato di spostare una parte almeno delle loro produzioni dalla Cina verso altri paesi asiatici, ma si scontrarono con dei rilevanti colli di bottiglia, mentre i cinesi reagirono imponendo restrizioni su molti prodotti agricoli del paese rivale, ciò che provocherà la collera degli agricoltori Usa, mentre i consumatori dello stesso paese dovettero affrontare una rilevante crescita dei prezzi.
Ma il deficit commerciale Usa con la Cina è rimasto a circa 340 miliardi di dollari; peraltro molte merci del paese asiatico passano da allora per un paese terzo per poi essere riesportate negli Stati Uniti. Intanto gli importatori statunitensi, per non incorrere nelle ire del governo, truccano i dati sottostimando le importazioni dalla Cina. Alla fine della presidenza Trump il deficit della bilancia commerciale Usa con il resto del mondo era aumentato invece di diminuire, mentre il surplus commerciale cinese è più che raddoppiato sino a 820 miliardi di dollari (The Economist, 2024). Ora i quotidiani cinesi in lingua inglese, il China Daily e il Global Times, fanno capire che la Cina è preparata ad affrontare le politiche di Trump e ricordano anche che non ci sono vincitori nelle guerre dei dazi (Asia Financial, 2024).
I dazi difficilmente funzionano. Il fatto che l’imposizione di dazi nei casi indicati non possa funzionare molto bene sembra poter essere confermato dalle analisi di molti esperti. Mentre in effetti il loro aumento potrebbe ridurre qualche importazione, crescerebbe anche il costo delle parti e dei componenti importati delle imprese Usa, oltre che quello dei prodotti finiti, ciò che significherebbe alla fine prezzi più alti per i consumatori, riduzione dei consumi e perdita di competitività per gli esportatori (Basu, 2024). Se poi le importazioni si riducono più delle esportazioni il tasso di cambio si modifica per bilanciare offerta e domanda con una rivalutazione che ridurrebbe ulteriormente la competitività. Il risultato finale per l’economia Usa, considerando anche le rappresaglie degli altri paesi, sarebbe molto dannoso. In ogni caso non ci sarebbe alcuna garanzia che si salverebbe l’occupazione (Krueger, 2024). Le cattive prospettive di crescita economica del paese saranno danneggiate poi anche dalla dichiarata volontà del nuovo presidente di cancellare o di ridurre molti dei provvedimenti espansivi di Biden, dall’Inflation Reduction Act, al Chip Act ed altro. L’analisi di Krueger è confermata anche da Martin Wolf, il più autorevole commentatore del Financial Times (Wolf, 2024). Le sue conclusioni in proposito sono che probabilmente i risultati delle politiche di Trump, se portate avanti più o meno come annunciato, porterebbero ad un aumento dei livelli di inflazione, ad un conflitto con la Riserva Federale e ad una perdita di fiducia nel dollaro, in relazione al forte aumento del debito pubblico. Trump, per altro verso, afferma Wolf, con i dazi vuole ridurre l’offerta e nello stesso tempo stimolare la domanda, attraverso anche una forte riduzione delle tasse. Ma questo, mentre porterà a un aumento dell’inflazione, peggiorerà la bilancia commerciale invece di migliorarla. Le importazioni, invece di venire dalla Cina, verranno da altri paesi. Contemporaneamente il livello del debito federale avrà una crescita esplosiva, minacciando la fiducia nel dollaro e tendendo tra l’altro a risucchiare una fetta molto consistente del risparmio mondiale. Parallelamente si accelererebbe nel mondo la spinta in atto per utilizzare monete alternative al dollaro.
Messico e Canada. Trump ha minacciato di imporre dazi del 25% su tutte le importazioni di merci dal Messico e dal Canada sino a che almeno i due paesi non avranno bloccato il passaggio del confine di droga e immigrati. Da sottolineare che, con la Cina, essi sono i tre principali partner commerciali degli Stati Uniti, mentre i primi due sono amici stretti degli Stati Uniti (Roy, 2024). Ma bisogna ricordare che le economie di Usa, Messico e Canada sono strettamente legate. Per esempio, metà delle auto prodotte in Canada lo sono da parte delle imprese Usa, mentre la metà dei componenti che vanno nelle stesse auto vengono da fornitori statunitensi, così come la metà delle materie prime impiegate. L’imposizione di dazi sarebbe devastante, oltre che per le imprese Usa, anche per l’occupazione sia in Canada che negli Stati Uniti, afferma un politico canadese (Swanson, Stevis-Gridneff, Romero, 2024). Il ministro dell’economia messicana poi ha dichiarato che se gli Usa metteranno dei dazi, il paese reagirà con dei dazi. La presidentessa messicana, Claudia Sheinbaum, ha scritto una lettera a Trump (Vigna, 2024); in essa gli ricorda che i più importanti esportatori dal Messico verso gli Stati Uniti sono General Motors, Ford e Stellantis. Essi occupano diversi milioni di messicani, mentre sono già in difficoltà con la concorrenza cinese. I loro profitti precipiterebbero.
La strategia cinese. Intanto già nell’agosto del 2024 la Cina ha imposto controlli all’export di gallio e germanio, poi quelli su antimonio e grafite, tutti materiali strategici. Peraltro sino ad oggi tali materiali continuavano ad essere esportati, ma nel dicembre sempre del 2024 il governo cinese, in risposta a nuove restrizioni Usa nel settore dei chip, mette in opera un vero blocco per i primi tre prodotti, nonché dei maggiori controlli sulla grafite; dal primo dicembre sono poi avviati controlli all’esportazione di circa 700 articoli dall’uso duale, civile e militare. Si tratta di un potenziale attacco al cuore dell’industria militare degli Stati Uniti. Peraltro per il momento la Cina non ha intenzione di privare le catene di fornitura degli Stati Uniti di tale secondo elenco di prodotti (Yong Jian, 2024), ma aleggia la minaccia di farlo. Altri blocchi potrebbero seguire, come nel settore farmaceutico (The Economist, 2024). Intanto il presidente Xi Jinping insiste sempre più sulla necessità di ricercare l’autonomia scientifica e tecnologica del paese. Tra le mosse ulteriori prevedibili da parte del paese asiatico (Thibault, 2024; Goldman, 2024) c’è intanto la spinta a far aumentare i consumi interni, anche attraverso importanti aumenti dei salari, anche non mancherà qualche difficoltà. Poi, le imprese cinesi stanno aumentando fortemente i loro investimenti diretti e le esportazioni verso l’estero, in particolare verso i paesi del Sud del mondo che sono in forte crescita; per lo sviluppo delle esportazioni verso gli stessi paesi i cinesi saranno anche aiutati da una svalutazione plausibile della moneta. Ovviamente cercheranno ancora di spingere come in passato con le triangolazioni, mentre si presentano comunque sempre pronti al dialogo.
Conclusioni. Trump, come ha scritto qualcuno, con le sua minacce sui dazi è un seguace delle soluzioni semplicistiche e rapide per delle questioni che sono invece molto complicate. Noi non sappiamo quante di esse verranno attuate; ma nel caso che lo fossero esse produrranno solo caos. Certo la rivalità tra Usa e Cina potrebbe andare fuori controllo. Ma molti pensano (o sperano) che le minacce potrebbero servire soltanto per negoziare accordi favorevoli agli Stati Uniti, impresa peraltro difficile come quella, immane, che egli promette, di reindustrializzare gli Stati Uniti (L’Unido prevede che fra non molti anni la Cina avrà nei suoi confini il 45% dell’industria mondiale contro l’11% degli Stati Uniti). Forse la migliore soluzione per i tre paesi minacciati, come suggerisce qualcuno, è quella di wait and see e pronti a reagire agli eventi. In tutto questo si pone il grande problema dell’Europa, pure minacciata di dazi. L’UE ha da qualche tempo avviato una guerra commerciale tout azimut contro la Cina, ubbidendo peraltro agli ordini Usa, guerra che stenta comunque a portare avanti. Ma può essa reggere ora la guerra su due fronti? Al di là delle questioni commerciali, per il Nobel dell’economia 2024 Daron Acemoglu appare molto inquietante il progetto trumpiano di deregolamentazione dell’economia, in particolare dell’Intelligenza Artificiale (che, mal regolata, può produrre dei guasti seri; senza controlli, le manipolazioni di ogni tipo dei consumatori come dei cittadini potrebbero esplodere, afferma l’economista) ed inoltre e forse soprattutto delle istituzioni statunitensi. Intanto una parte almeno della stampa internazionale più qualificata, dal Financial Times al New York Times, segnala che l’ordine mondiale, che era emerso dopo la fine della guerra fredda e che mostrava già da tempo grandi difficoltà a reggere, con la rielezione di Trump minaccia di accelerare il suo declino, se non di renderlo del tutto irrilevante.
Testi citati
– Albert E., Le protectionisme, oui, mais avec précaution, Le Monde, 27 novembre 2024
– Asia Financial, Chinese media to Trump: “there are no winners in tariff wars”, www.asiafinancial.com, 27 novembre 2024
– Basu K., Perché i dazi creeranno danni soprattutto negli Usa, Domani, 20 novembre 2024
– Goldman D. P., How China could strike back at Trump’s tariffs, www.asiatimes.com, 25 novembre 2024
– Krueger A. O., A better alternative to Trump’s tariffs, www.project-syndicate.org, 25 novembre 2024
– Roy D., China’s thinking class weight Trump 2.0 pain to come, www.asiatimes.com, 26 novembre 2024
– Swanson A., Stevis-Gridneff M., Romero S., Trump plans tariffs on Mexico, Canada and China that could cripple trade, www.nytimes.com, 27 novembre 2024
– The Economist, With a vengeance, 7 dicembre 2024
– Thibault H., La Chine s’est préparée au choc, Le Monde, 28 novembre 2024
– Ulubel Y., Who won the Trump tariff war? China or US?, www.chinadaily.com.cn, 13 novembre 2024
– Vigna A., Une économie mexicaine totalement imbriquée avec celle des Etats-Unis, Le Monde, 28 novembre 2024
– Wolf M., Why Trump’s trade war will cause chaos, www.ft.com, 19 novembre 2024
– Yong Jian, China sharpen trade war tools ahead of Trump’s arrival, www.asiantimes.com, 1 dicembre 2024

Su questo articolo di stampo economicistico e consumistico ci sarebbero mille commenti da fare e mille domande da porre, ma lo spazio riservato ai commenti non lo consente. Sicché mi limito a una: in questi ultimi 25 anni che cosa abbiamo lottato a fare contro la globalizzazione se poi, quando questa scricchiola, ci si leva a difensori dell’ “ordine mondiale che era emerso dopo la fine della guerra fredda”, allineandosi alla posizione della “stampa internazionale più qualificata [!!], dal Financial Times al New York Times” ? Ma qual’è questo “ordine” cui l’autore si mostra così attaccato? Quello dell’Iraq e dell’Afghanistan, di Gaza, della Siria, di Dick Cheney, Rumsfeld & co? Se poi con le mosse protezionistiche di Trump si “accelererebbe nel mondo la spinta in atto per utilizzare monete alternative al dollaro”, bè, anche questa non mi sembra certo una prospettiva per la quale strapparsi i capelli.
evidentemente c’è stato un equivoco e forse esso è dovuto al fatto che non sono stato sufficientemente chiaro: non sono affatto un difensore dell’ordine mondiale attuale e anzi in molti miei scritti sono sostenitore di un ordine mondiale nuovo che sta cercando tra molte difficoltà a farsi avanti; l’indebolimento del dollaro, da questo punto di vista, poi, sarebbe un passo indispensabile in tale direzione
Vincenzo Comito