Woke all’italiana. A proposito di un “allarme” di Giuseppe Conte

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Forse non sono il solo ad aver pensato: “Ma che c’azzecca?” (prendo a prestito da Antonio Di Pietro) dopo aver letto l’intervento di Giuseppe Conte su la Repubblica del 21 agosto scorso. Il leader del Movimento 5 Stelle denuncia gli «eccessi della cultura woke rimbalzati dagli Stati Uniti», accusando la sinistra italiana di offrire un’immagine politica «indisponibile a mettere in discussione i privilegi delle fasce sociali più avvantaggiate e a farsi realmente carico delle urgenze delle fasce più deboli della popolazione». Molti italiani si saranno chiesti: che vuol dire woke? Chi ha studiato un minimo di inglese sa che è participio passato di wake, in italiano svegliare o svegliarsi, e chi la sa davvero lunga sa anche che il termine è nato in America e che stay woke! (resta sveglio o svegliati!) è stata la parola d’ordine di chi combatte il razzismo e oggi, per estensione, di chi si batte contro ogni forma di discriminazione. Conte pone allora una questione che potremmo così riassumere: la politica dei diritti civili sottrae risorse, energia e tempo, alla difesa dei diritti sociali ben più urgenti e cogenti? Qui, ora, in Italia. Anche così, però, si fa fatica a capire.

Il femminicidio e le violenze contro le donne sono una piaga che non si riesce a estirpare. In molte parti del nostro territorio l’interruzione volontaria di gravidanza (legge 194/1978) è di fatto ostacolata dalla indisponibilità di sanitari e di strutture. Si moltiplicano gli episodi di maltrattamento e di violenza nelle carceri italiane da parte della polizia e degli agenti carcerari (e nonostante questo nel marzo del 2023 alcuni parlamentari di Fratelli d’Italia hanno presentato una proposta di legge per l’abolizione del reato di tortura). Oltre un milione sono i minori nati o cresciuti in Italia con genitori stranieri cui è negato l’accesso alla cittadinanza e, conseguentemente, ad alcuni fondamentali diritti civili (Amnesty International 2026). Il nostro Paese è trentaseiesimo su 49 stati europei nella tutela dei diritti delle comunità LGBTI (Ilga Europe, l’associazione che rappresenta gli interessi di lesbiche, gay, bisex, transessuali e intersessuali); non riconosce, in particolare, il matrimonio egualitario mettendo le coppie dello stesso sesso in condizioni di disparità giuridica rispetto a quelle eterosessuali. Insomma in Italia c’è ancora tanto da fare. Non è, tuttavia, neppure questa la ragione principale dello sconcerto (ma che c’azzecca?). Meno impegno sui diritti civili in cambio di maggiori diritti sociali? Qui non si vede proprio né la contrapposizione né la possibilità di uno scambio. Norberto Bobbio ha sufficientemente spiegato che la libertà da (libertà positiva) è complementare alla libertà di (libertà negativa) e che entrambe sono irrinunciabili in uno Stato di diritto.

Saremmo, comunque, ingenerosi verso il leader pentastellato se non aggiungessimo che egli stesso nel suo intervento riconosce che la cultura woke ha avuto il merito di contrastare varie forme di discriminazione, dal razzismo al sessismo. Ma per buona parte della sinistra, aggiunge, questo è divenuto l’argomento unico e totalizzante, che ha messo in secondo piano la necessità di combattere il capitalismo finanziario e quello di sorveglianza indotto dalle Big Tech, di redistribuire la ricchezza prodotta nel Paese, di frenare la corsa al riarmo che trasferisce risorse dal welfare alla spesa militare. Non c’è dubbio che parte della sinistra italiana abbia smarrito gli obiettivi così lucidamente elencati da Conte. Sorprende piuttosto che egli motivi questa imperdonabile distrazione o rinuncia con l’affermazione anche in Italia del politically correct (o meglio dei suoi grotteschi eccessi) e non con l’adesione della sinistra ai paradigmi neoliberisti, che l’hanno di fatto equiparata alla destra moderata. Il riferimento è a quelle degenerazioni, la cancel culture (cultura della cancellazione), che negli USA hanno portato alla sospensione di alcuni docenti perché manifestavano opinioni controverse o all’abbattimento di statue di Colombo durante le proteste seguite alla morte di George Floyd. Anche in Italia abbiamo assistito a episodi di questo genere e che hanno finito per fornire l’immagine di una sinistra non più interessata a occuparsi dei problemi dei ceti sociali più deboli e svantaggiati? A me non pare e Conte, comunque, non ne fa cenno. Gli esempi di cancel culture che riporta per suffragare la sua tesi sono: le proposte per l’abolizione della festa del Thanksgiving e l’equiparazione di Omero e Cicerone a suprematisti bianchi; quest’ultima con riferimento alla notizia, diffusa nell’aprile del 2021 e poi destituita di fondamento, che la Howard University avesse deciso di chiudere il Dipartimento di studi classici perché Omero e Cicerone, ma anche Socrate e Platone, sarebbero tutti uomini, bianchi e suprematisti.

Occorre invece rilevare, ma giusto per fare qualche esempio, che nel 2012, con soldi pubblici della Regione Lazio, ad Affile è stato inaugurato un sacrario dedicato a Rodolfo Graziani, dichiarato dall’ONU criminale di guerra per la sua condotta in Etiopia; e a Belmonte Calabro non si è mai (fortunatamente) neppure tentato di abbattere l’imponente monumento eretto negli anni Trenta e dedicato a Michele Bianchi, uno dei quadrumviri della marcia su Roma. In Italia l’allarme lanciato da Conte sembra del tutto infondato. Semmai il metodo della cancellazione storica e della gogna è stato prevalentemente usato a destra. Il caso più eclatante è probabilmente quello avvenuto nel maggio del 2010, quando al grido di “Garibaldi boia, Anita è la sua troia!”, un variegato gruppo di ex missini e di leghisti, come Mario Borghezio, si presentarono all’ingresso del museo Lombroso a Torino accusandolo (senza fondamento) di razzismo antimeridionale (pensate un po’ Borghezio!) e di propagandare la teoria dell’atavismo criminale. Al coro di questo poco nobile e disinformato gruppo si unirono più tardi anche Beppe Grillo e l’allora deputato di Italia dei Valori Domenico Scilipoti.

In definitiva a me pare che, nella comprensibile ansia di distinguersi dalle altre componenti del “Campo Largo”, Conte abbia trasferito in Italia, ma senza fondamento, una presa di posizione dell’esponente dei democratici americani Alexandria Ocasio-Cortez che ai primi di agosto in una trasmissione televisiva aveva definito “crazy” (“folle”) la cultura woke degli albori (woke 1.0), pur riconoscendone l’importanza e i buoni risultati che aveva prodotto. Sono affermazioni che in bocca alla socialista democratica (così lei stessa si definisce) Ocasio-Cortez possono avere un significato che, però, totalmente svanisce se riportate in Italia. Assai più proficuo seguire le indicazioni di Francesco Pallante che, nei giorni scorsi, ha qui opportunamente richiamato l’articolo 3 della Costituzione – che nel primo comma, senza poter prevedere l’attuale affermazione del termine woke, vieta ogni forma di discriminazione sia essa di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni, di condizioni personali e sociali – e ha invitato la coalizione di centro-sinistra a farne un vessillo della sua propaganda politica.

Gli autori

Pino Ippolito Armino

Pino Ippolito Armino, ingegnere specializzato in economia e informatica, è membro dell'Officina dei Saperi e dell'Istituto Ugo Arcuri per la storia dell'antifascismo e dell’Italia contemporanea. È autore di numerosi saggi e collabora con “il manifesto” e “Left”.

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2 Comments on “Woke all’italiana. A proposito di un “allarme” di Giuseppe Conte”

  1. quanta confusione mi mette addosso l’uso di certi termini extra italici. non per amor di lingua ma per possibilità di comprensione. se andassi per la strada e chiedessi cosa significa woke, credo che anch’io direi, la pentola orientale? vorrei dire solo, parliamo semplice se vogliamo essere capiti. ed anche diritti civili e quelli sociali. torniamo in strada: cioè, cosa vuole sapere, diritti o storti? impariamo a parlare alla gente che non legge e vede solo tv, chiediamo e chiediamoci cosa possono volere. chiediamoci cosa vorremmo cercare di trasmettere. e poi, come fare capire che siamo vicini. siamo, o meglio, sono quelli che si sentono alla guida, sono incapaci a spiegarsi, magari facendolo dopo essersi chiariti al proprio interno. insomma wake up.

  2. Purtroppo, però,io che frequento, per motivi di lavoro,tante persone,posso testimoniare che è diffusa l’opinione che quella che impropriamente viene chiamata sinistra si occupa più dei sacrosanti diritti civile che della situazione sociale: appoggia la guerra, non contrasta quel crimine che si chiama euro e poco dice sui giudeonazisionisti, ormai il popolo più disumano della terra

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