Dopo una serie di decisioni (parte di quello che è stato definito lo shadow docket) prese in via emergenziale e senza fornire spiegazioni, con le quali aveva assecondato la strategia di accentramento dei poteri che Trump ha perseguito con determinazione fin dal suo insediamento nel secondo mandato, venerdì 20 febbraio la Corte Suprema degli Stati Uniti ha inviato un primo forte segnale di senso opposto.
Il tema è quello dei dazi con i quali, com’è noto, Trump ha ricattato la gran parte degli Stati del globo al fine di ricavarne vantaggi commerciali di diverso tipo per gli Stati Uniti. Un tema assai caldo, anche perché riguarda da vicino la possibilità di mantenere in equilibrio un bilancio nazionale il cui debito ammonta alla stratosferica cifra di quasi 40 mila miliardi di dollari. Diminuite in via permanente le entrate – per via della stabilizzazione della riduzione delle tasse, in particolare alla fascia più abbiente della popolazione –, il crudele taglio al welfare, pure previsto in quella che è stata chiamata “la bella grande legge” (Big Beautiful Bill) e che strategicamente dovrebbe prendere il via dopo le elezioni di mid-term, non sarà infatti in grado di compensare le corrispondenti perdite. Nelle intenzioni dell’amministrazione Trump quel compito era, viceversa, stato assegnato alle entrate fiscali conseguenti proprio all’imposizione dei dazi.
È anche per questa ragione che la pronuncia della Corte Suprema – che dichiara l’incompetenza di Trump e della sua amministrazione a imporre dazi, laddove manchi una chiara delega del Congresso in tal senso – si presenta particolarmente significativa. A ciò si aggiunga il rischio di una grande confusione – sia globale che nazionale – che con essa la Corte si è assunto, a causa della difficoltà di prevederne i riflessi, tanto sul piano dei futuri accordi fra Stati quanto su quello degli eventuali rimborsi per i dazi pregressi, ora dichiarati illegittimi.
È insomma su un tema per nulla secondario – è questo il dato – che la Corte Suprema è intervenuta per effettuare un preciso richiamo al rispetto degli equilibri fra poteri previsti dalla Costituzione, che Trump fin da subito ha invece dimostrato di voler violare. Pur giustificando la propria conclusione in forza di differenti linee interpretative della legge – l’International Emergency Economic Powers Act (IEEPA) – cui il presidente ha fatto riferimento per imporre i dazi, i sei giudici che hanno condiviso l’opinione di maggioranza – fra cui ben due, Neil Gorsuch e Amy Coney Barrett, di nomina trumpiana – sono stati unanimi nell’indicare chiari limiti a un esecutivo che fino ad ora si è considerato onnipotente. Una presunzione peraltro indotta proprio da quella stessa Corte che – sia pure in via interlocutoria (con lo shadow docket per l’appunto) – più di una volta ha consentito a Trump di usurpare i poteri di penna e di borsa del Congresso e non ha ritenuto di doverlo limitare nell’applicazione di una politica anti-immigrazione lesiva dei principi più basilari del giusto processo e della dignità umana dei non cittadini.
Due sono allora gli interrogativi che a fronte di questa sentenza si pongono. Il primo è se si tratta di un segnale che la Corte Suprema, nelle future sentenze di merito su questioni che finora ha affrontato solo in via emergenziale e sempre a favore di Trump, intenda cambiare rotta e ristabilire in tutto e per tutto la separazione dei poteri o se invece abbia voluto soltanto mettere un paletto, sia pure importante, all’eccedenza dell’esecutivo. Il secondo attiene al tema relativo a quanto Trump sia disposto ad accettare di sottomettersi alle decisioni della Corte Suprema. Sull’onda delle sue precedenti pronunce interlocutorie sembra, infatti, essersi fatta strada presso la Corte la così detta teoria dell’esecutivo unitario (unitary executive theory), secondo cui tutto l’esecutivo è politicizzato e dipendente dal presidente, insieme al suo corollario per cui – in contrasto con la separazione dei poteri prevista dalla Costituzione e dall’Impoundment Control Act del 1974, ma in linea con la nuova interpretazione del dettato costituzionale che vuole un esecutivo fortissimo – il presidente può trattenere i fondi che il Parlamento ha invece deliberato di elargire, tutte le volte che ritenga il finanziamento contrario alla sua agenda politica. Si tratta della possibilità per l’esecutivo – peraltro già ampiamente messa in pratica se si considera che a fine anno fiscale 2025 le somme deliberate dal Parlamento e non allocate dall’amministrazione Trump ammontavano a circa 400 miliardi di dollari – di strumentalizzare a fini politici il potere di spesa. La minaccia del congelamento dei fondi federali per imporre una certa linea di pensiero alle Università, o più di recente per cercare di colpire cinque stati democratici attraverso il taglio dei fondi per l’assistenza ai più deboli o ancora per tentare di ottenere, come in Indiana, una ridefinizione delle circoscrizioni elettorali che avvantaggiasse il partito repubblicano, ne costituiscono i primi esempi concreti.
Dalle pregresse pronunce interlocutorie della Corte Suprema Trump ha poi ottenuto l’approvazione – sia pur temporanea – per una completa ristrutturazione dell’intero apparato amministrativo non più composto – secondo la volontà del Congresso – in grande misura da funzionari di carriera scelti per via della loro competenza, bensì da fedelissimi individuati invece dal presidente in ragione del loro credo politico. Ciò che se da un canto ha, per esempio, significato cancellare l’indipendenza delle agenzie amministrative nate nell’intenzione del Parlamento per limitare gli abusi delle corporation ai danni dei cittadini e del pianeta, dall’altro ha pure voluto dire annullare quell’imparzialità del dipartimento di giustizia che il Congresso aveva per legge cercato di ristabilire dopo gli eventi del Watergate.
Brandito come un’arma per l’implementazione della sua agenda politica, Trump e la sua amministrazione hanno usato quel dipartimento per colpire i nemici politici e aiutare gli amici, ordinando in quest’ultimo caso l’archiviazione di imputazioni sostanziate da prove schiaccianti, quali quelle contro il sindaco di N.Y. Eric Adams o contro il così detto “zar delle frontiere” Tom Homan. L’esecutivo forte è andato poi oltre, permettendosi non soltanto di incoraggiare gli agenti dell’immigrazione a perpetrare gravissimi abusi – tra cui rapimenti, pestaggi e omicidi – garantendo loro l’immunità assoluta, ma addirittura di esercitare (o tentare di esercitare) l’azione penale nei confronti delle vittime di quegli abusi, come è accaduto, fra gli altri, nel caso della moglie di Renee Good, uccisa a Minneapolis da un agente dell’Immigration and Customs Enforcement o ICE (ciò che per inciso ha portato alle dimissioni di quei pochi funzionari rimasti, che ancora cercavano di seguire le regole deontologiche che li vorrebbero imparziali). Nella nuova ottica di persecuzione della protesta e del dissenso, perfino i giornalisti che cercano di documentare la risposta popolare al terrore disseminato dagli agenti mascherati dell’immigrazione vengono perseguiti penalmente. E quando i giudici si rifiutano di arrestarli e rinviarli a giudizio per mancanza di elementi da cui dedurre la commissione di un reato, l’uso spregiudicato delle regole della procedura penale conduce i prosecutor federali al servizio della nuova politica repressiva governativa a cercare vie inedite per ottenere il risultato, quale la richiesta di formulazione dell’imputazione a un grand jury (è il caso del giornalista Don Lemon che, insieme ad altri sette, è imputato di diversi reati per aver cercato di documentare la protesta in una chiesa il cui parroco lavora per l’ICE). Come se non bastasse, assecondando il grido trumpiano secondo cui “chi salva l’America, non può violare la legge”, il dipartimento di (in)giustizia a lui asservito viola sistematicamente gli ordini impartiti dalle Corti che ritiene di non voler rispettare. È sufficiente osservare come di recente il giudice capo federale del Minnesota abbia severamente criticato l’ICE per non aver ottemperato – con l’incoraggiamento e la copertura dal dipartimento di giustizia – a quasi 100 ordini del tribunale volti a limitare l’aggressività della repressione messa in atto da quella agenzia nello suo Stato, nonché per aver disobbedito a più direttive giudiziarie solo nel mese di gennaio di quante “alcune agenzie federali ne abbiano violato nella loro intera esistenza”. Quando poi i giudici emettono decisioni contrarie ai desiderata dell’amministrazione, non soltanto i loro ordini non vengono rispettati, ma essi vengono coperti da insulti, minacciati di impeachment e, come accaduto al distretto federale del Maryland – che seguendo il dettato costituzionale aveva osato prevedere che agli immigrati che cercavano di contestare la loro espulsione di fronte ai tribunali federali del Maryland venisse automaticamente concesso un rinvio di due giorni prima della loro espulsione – perfino raggiunti da una causa civile.
È questo il quadro di fronte a cui si staglia oggi la decisione sui dazi della Corte Suprema. Anche questa volta Trump ha pesantemente redarguito e delegittimato pubblicamente i giudici che hanno osato votare contro di lui, mentre non si è dato per vinto di fronte alle restrizioni impostegli. Non solo, infatti, ha subito istituito nuovi dazi, in via globale e sia pure in misura in molti casi ridotta rispetto a prima, richiamandosi a una diversa normativa (la sezione 122 del Trade Act del 1974), che tuttavia limita nel tempo la sua azione. Ha anche rinnovato l’obbligo di pagare una tassa sui pacchi in entrata del valore inferiore agli 800 dollari emanato – in contrasto con una legge del Congresso – lo scorso luglio e basato in parte proprio sullo stesso provvedimento legislativo parlamentare (lo IEEPA) che la Corte, con la decisione di venerdì 20 febbraio, gli ha precluso dall’utilizzare. Siccome, poi, i nuovi dazi imposti per ora al 10 per cento a tutti gli Stati per i prossimi cinque mesi consentiranno di recuperare per il 2026 una minima parte delle entrate che i precedenti dazi hanno permesso di accumulare nel 2025 (meno di 33 miliardi a fronte dei 133 recuperati nell’anno precedente), il progetto è di far leva all’uopo su altre normative sulla costituzionalità del cui richiamo da parte di Trump la Corte Suprema non si è per ora pronunciata. Il risultato, ha già annunciato il segretario del tesoro Bessent, si tradurrà in un gettito tariffario sostanzialmente invariato rispetto a prima.
La battaglia per un ripristino dello Stato di diritto e del principio della separazione dei poteri negli Stati Uniti è appena all’inizio, o potrebbe addirittura non essere neppure cominciata.
