Fin dalle fasi iniziali del conflitto che la Russia di Vladimir Putin ha scatenato contro l’Ucraina quest’ultima ha dominato in un particolare campo di battaglia: quello dello sberleffo e della satira. L’ex-attore comico televisivo e “presidente per caso” Volodymyr Zelenskyj – eletto a furor di popolo dopo aver capitalizzato politicamente il successo di una serie televisiva contro la corruzione – ha sfruttato le sua esperienza per indirizzare ironicamente la narrazione dei media sulla complessiva disorganizzazione dell’esercito russo. Si pensi ai video e meme, alcuni dei quali diventati virali, di mezzi militari e carri armati abbandonati dopo essere rimasti a secco, così “confiscati” dai trattori ucraini guidati da orgogliosi contadini. Rientrava in questa strategia la formale lettera di ringraziamento che il presidente dell’Agenzia anticorruzione ucraina ha inviato il 10 marzo 2022 al Ministro della difesa della Federazione Russa, Sergei Shoigu, elogiato insieme ai suoi ufficiali “per la partecipazione al metodico, sistematico, prolungato saccheggio di fondi della Federazione russa destinati al settore militare”. Il dileggio al nemico per il suo contributo a una corruzione endemica – eredità diretta di un esercito ancora dominato dal rigido modello post-sovietico – che ne ha depotenziato le capacità belliche si è rivelato particolarmente efficace come strumento di propaganda. Al tempo stesso, questa prospettiva fornisce una chiave di lettura non banale sulle possibili cause delle difficoltà tuttora incontrate da uno dei più potenti eserciti del mondo, sulla carta un apparato militare soverchiante, nello sbaragliare le resistenti difese ucraine. La comunicazione sarcastica dell’Autorità anticorruzione ucraina venne corredata da evidenze fotografiche: poderosi carri armati le cui protezioni esterne consistono in imballaggi per uova; giubbotti antiproiettile dati in dotazione alle truppe e consistenti in cartone pressato, facilmente perforati da proiettili. Come ineccepibilmente sottolineava il presidente dell’Autorità anticorruzione ucraina, esiste un conflitto d’interessi quando si utilizzano al fronte materiali bellici difettosi: ad esempio, i giubbotti antiproiettile di cartone fanno sì “che l’interesse privato del soldato russo a salvare la pelle entri in conflitto con gli interessi bellici che scaturiscono dagli ordini del suo comandante”. Di qui l’esortazione al soldato russo mandato allo sbaraglio a gettare le armi telefonando alla madre accompagnato in un video su youtube, disponibile in lingua ucraina, inglese e russa, dallo slogan: “La corruzione in Russia è proprio una gran cosa!”.
In Italia una sensazione di dejà vu accompagna questa narrazione. Gli esiti tragici della spedizione militare italiana in Russia nella Seconda guerra mondiale, l’Armir, furono amplificati dall’inadeguatezza dei materiali dati in dotazione alle truppe, fino ai leggendari “scarponi con la suola di cartone”. La morte per congelamento di migliaia di soldati va imputata anche alla corruzione imperante e alla rapace voracità dei vertici politici e militari del regime mussoliniano, come evidenziato nel volume Il fascismo dalle mani sporche, curato da P. Govannini e M. Palla (Laterza, 2019). Per questo la feroce ironia dell’Autorità anticorruzione ucraina tocca corde profonde. Al tempo stesso, è rivelatrice di come negli sviluppi del conflitto stia assumendo un peso significativo il livello di corruzione di quei sistemi politici, in quanto fattore capace di incidere negativamente su quantità e qualità delle attrezzature belliche disponibili. Un indicatore della sua incidenza sulle capacità belliche di un paese, oltre che sul morale dei militari e della popolazione, è l’indice di percezione della corruzione nell’azione di governo.
Nelle classifiche internazionali di Transparency International, elaborate annualmente, Russia e Ucraina mostrano altissimi livelli di corruzione percepita, ma con traiettorie diverse dall’inizio del conflitto. Nel 2022 la Russia era al 136esimo posto, per sprofondare nel 2024 al 154esimo posto su 180 paesi considerati. L’Ucraina invece dalla 122esima posizione del 2022 è risalita alla 105esima del 2024. Se la guerra non è che la continuazione della politica con altri mezzi – per citare Von Clausewitz – forse ha più probabilità di vincerla, o almeno di non soccombere, quel paese il cui la politica è meno corrotta.
In termini generali, il legame tra spesa bellica e corruzione nel settore militare è estremamente complesso. Uno studio finanziato dal Fondo Monetario Internazionale mostra che alti livelli di corruzione sono correlati in modo statisticamente significativo a una maggiore spesa nel settore degli armamenti – sia in termini assoluti che in relazione al PIL: “l’evidenza suggerisce […] che i paesi percepiti come più corrotti tendano a spendere maggiormente nel settore militare”. Il perché è facilmente comprensibile. Profitti enormi, mancanza di trasparenza, segretezza e irresponsabilità caratterizzano il settore delle forniture militari, un terreno estremamente fertile per intermediazioni occulte e transazioni sottobanco. La ricerca di canali clandestini per interagire con i decisori è un esito prevedibile della feroce competizione tra pochi grandi produttori di armamenti e altro materiale bellico che lottano per soddisfare una domanda abbondante ma sporadica, formulata in modo monopolistico da apparati politici e burocrazie militari, seguendo criteri e procedure spesso impenetrabili ai controlli per motivi di sicurezza nazionale. I criteri di selezione dei fornitori, tanto arbitrari quanto opachi nelle loro motivazioni, risultano comunque inappellabili, rendendoli facilmente influenzabili dai “mercanti d’armi” più spregiudicati e agili.
Nel 1919, Ralph Pulitzer, editore e figlio del celebre Joseph Pulitzer — fondatore del prestigioso premio giornalistico-letterario — utilizzò la metafora del “triangolo di ferro” per descrivere il legame simbiotico tra industria bellica, militari e politici opportunisti. Una fusione di interessi che avrebbe prevalso sulla volontà dei popoli, contribuendo al fallimento della “sinistra pace di Versailles”, la conferenza che concluse la Grande guerra. L’influenza sotterranea esercitata dai settori burocratico-militari e dagli industriali ha avuto un ruolo cruciale nel condurre l’umanità verso la catastrofe del secondo conflitto mondiale. Pochi ricordano che nel 1938, solo un anno prima dell’inizio delle ostilità, Hitler conferì all’industriale americano Henry Ford la medaglia dell’Ordine dell’Aquila Tedesca, la massima onorificenza per uno straniero, per aver prodotto mezzi blindati nella sua filiale tedesca in virtù di un finanziamento ottenuto grazie a un prestito del governo statunitense, in una spericolata triangolazione di interessi finanziari, industriali, bellici e geopolitici. Se la logica del profitto sostituisce le aspettative di sicurezza, le avventure belliche e le politiche di riarmo possono essere comprese più facilmente, al di là delle esplosioni nazionalistiche o dei presunti “scontri tra civiltà”. Identificare chi trae profitto è relativamente semplice: basta gettare uno sguardo ai bilanci delle imprese multinazionali coinvolte nel fomentare e capitalizzare tensioni belliche, con profitti in vertiginosa crescita proprio in virtù dei molti inestinguibili conflitti contemporanei e di quelli – potenzialmente inesauribili – paventati in futuro.
Diversi potentissimi attori sono all’opera dietro le quinte della rappresentazione democratica. Mentre i grandi fondi d’investimento americani acquisiscono quote crescenti delle aziende belliche occidentali, i conglomerati dell’industria militare russa, controllati da oligarchi vicini a Putin, hanno assorbito nel 2024 oltre il 30% del bilancio statale. Anche la ricerca scientifica ha evidenziato l’influenza delle pressioni sistemiche e dei condizionamenti occulti dell’industria bellica sulla sfera politica. Questo va oltre la dimensione delle semplici mazzette incassate per le forniture militari difettose, come quelle ironicamente lodate dall’Autorità anticorruzione ucraina. Si può considerare come una forma di corruzione istituzionalizzata — e di fatto legalizzata — la capacità del “complesso militare-industriale” di influenzare le politiche di riarmo e difesa, alterando la narrativa sulla definizione di “sicurezza nazionale” accettata dall’opinione pubblica. Dai conflitti mondiali alla guerra fredda, dal Vietnam all’Ucraina, l’interesse collettivo per una kantiana “pace perpetua” tra i popoli è stato sistematicamente sopraffatto dal valore dividendi degli azionisti dell’industria delle armi. Risuona più che mai attuale il monito contro il “complesso militare-industriale” lanciato nel 1961 non da un sognatore pacifista, ma dall’allora presidente statunitense Dwight Eisenhower, repubblicano, nel suo discorso di addio alla nazione. Da ex-generale, conosceva bene i rischi della “congiunzione tra un vasto apparato militare e una grande industria delle armi”, capace di compromettere i processi democratici e le libertà individuali. È una domanda legittima, che però ben pochi si sono posti, quanto abbiano pesato quegli interessi nell’efficace azione di lobbying che ha condotto al varo del piano europeo Re-Arm Europe, poi ribattezzato più soavemente Readiness-2030. Un piano di riarmo europeo finanziato a debito pari a circa 800 miliardi di euro, lasciando così alle generazioni future il conto da pagare. Il ferreo rigore fiscale dell’Unione europea continuerà a valere nei vincoli di bilancio degli stati membri per le politiche e gli investimenti in settori come sanità, istruzione, infrastrutture, lotta alle disuguaglianze, mentre la spesa nel settore bellico potrà derogarvi, seguendo così una corsia privilegiata. In virtù dell’accordo stipulato nel giugno 2025 dal vertice NATO i 32 paesi membri sono vincolati a raggiungere nel prossimo decennio una spesa militare pari al 5 per cento del PIL. In prospettiva la loro spesa bellica complessiva nel settore militare finirebbe per assommare a 969 miliardi di dollari l’anno.
Come nel gioco dell’oca, torniamo al punto di partenza, il conflitto russo-ucraino. L’autorità anticorruzione ucraina, proprio in virtù della propria indipendenza, ha finito per pestare piedi di soggetti influenti anche nel proprio paese. Nel luglio 2025 il presidente Zelenskyj ha tentato con un colpo di mano legislativo di destrutturarla, di fatto togliendole ponendole sotto un controllo politico. Solo un’ondata sorprendente di proteste popolari in piazza, del tutto inusuali in un paese in guerra da oltre tre anni, lo ha indotto a una frettolosa marcia indietro. Soltanto pochi mesi dopo l’arresto di figure di vertice dell’esecutivo, a lui vicine, ha chiarito i retroscena dello scontro istituzionale. Non soltanto in Russia, ma anche in Ucraina l’inizio del conflitto ha coinciso con l’istituzione di uno schema di corruzione sistemico e informalmente regolato – le percentuali di tangenti erano codificate, raggiungendo fino al 15 per cento del valore dei contratti – nelle aziende statali che hanno gestito i miliardi di dollari di aiuti internazionali destinati all’acquisto di forniture belliche. Il danno reputazionale del governo ucraino sulla scena internazionale ha così dato fiato alle voci di chi avversa gli aiuti economici al paese, sommandosi all’indignazione popolare dei cittadini ucraini. Questi ultimi stanno soffrendo da quasi quattro anni ormai gli immensi costi umani e materiali del conflitto, proprio mentre vengono alla luce i frutti di una corruzione rampante, accumulati da pochi “oligarchi” letteralmente sulla pelle dei loro soldati: ville lussuose in campagna, bagni d’oro, montagne di contanti. Un esito forse evitabile, se solo Zelenskyj avesse riascoltato e preso sul serio il sé stesso attore di dieci anni prima, quello che nella serie tv “Servitore del popolo”, impersonando un oscuro professore di storia, inveisce contro la casta politica ucraina. Ripreso di nascosto da un suo studente in un video che diventa virale, avvia nella finzione quella che poi sarà la sua incredibile parabola politica, diventando quasi suo malgrado Presidente: “Questi politici sono matematici, sanno solo sommare e moltiplicare la propria ricchezza. Prendono il potere e rubano, rubano, rubano. Se soltanto governassi per una settimana farei finire i loro cortei, i loro privilegi, le loro ville al mare”.
