Oggi, più che mai, a ottant’anni dalla Liberazione, dovere morale degli italiani dovrebbe essere evocare le parole vive dei poeti che vissero la Resistenza, «nella speranza – scrive Giovanni Tesio nell’introduzione alla sua nuova antologia 25 poesie per il 25 aprile. I testi più belli, appena uscito per Interlinea – che non sia un buio futuro a smentirne i tratti essenziali, le conquiste costate lacrime e sangue». E ciò sebbene già ne La primavera hitleriana – cioè nella lirica montaliana che non a caso fa da esergo alla silloge – alcuni versi mettano profeticamente sull’avviso: «l’acqua seguita a rodere / le sponde e più nessuno è incolpevole». Anche tra i liberatori, diremmo ai giorni nostri; persino tra i liberati.
A leggerle con l’attenzione che meritano, quelle parole appaiono come tenuissimo raggio di sole nella densa caligine del presente, al quale manca in effetti quella resilienza, quella tipica ostinazione femminile che è maggiore dello sgomento. È l’ostinazione che Giorgio Caproni colse nelle donne durante la veglia di alcuni partigiani uccisi. Non per nulla, infatti, alla ferma tenacia femminile si oppone oggi l’assurda demenza maschile che inclina a travolgere i delicati equilibri raggiunti nel recente passato con il sacrificio di molte vite umane, comprese naturalmente quelle spezzate dagli spregevoli femminicidi.
Attualmente si vive nella consapevolezza di aver perso quella ostinazione, quella forza, quella specifica capacità femminile di saper reagire a ogni trauma. Viviamo soprattutto nell’incertezza e nel timore di non saperla e di non poterla più fondare su quelle verità che i nuovi dementi, nella loro fanatica distruttività, cercano di far saltare in aria, tentando così di minare (con dinamite non solo politica) le fondamenta della civiltà e dell’umanità, ossia i palazzi di vetro costruiti con somma fatica dopo la Seconda guerra mondiale, polverizzando e incenerendo per di più, specie ad oriente, le macerie generate dalle loro stesse bombe, macerie di case e di esseri umani, alla cui sorte solo un Penderecki saprebbe forse dar voce. Quale accanimento può essere più selvaggio e mortifero, più primitivo e barbarico se non quello che continua a infierire sulle macerie stesse? Ma non potrebbe essere diversamente in una temperie in cui l’imperialismo colonialistico è diventato spudorato come all’epoca dell’ancien régime, feroce come al tempo della conquista del “posto al sole”, disumano come quello espresso avidamente durante i due conflitti mondiali e durante la guerra fredda, irresponsabile e folle come quello imposto nell’attuale terza guerra mondiale. In maniera più evidente che mai, una volta fallito il sogno della globalizzazione, il mondo oggi è ridiventato – pensiamo al titolo del recente film di Jonathan Glazer – una cosmica zona d’interesse, difendibile solo con le armi, a tutto vantaggio ovviamente dei signori della guerra e dei loro amici.
Sì, diremmo con Umberto Saba, la casa della verità sta per essere demolita, ma i ragazzi di allora sono ancora lì. Pronunciato sull’oggi, però, questo ancora esprime quel timore speranzoso che resta non solo incredulo e indignato per via del dilagare della demenza generale, ma anche impotente e rassegnato a causa dell’inevitabile venir meno di quei ragazzi. A tal proposito già negli anni Settanta il maestro indiano Osho constatava: «la terra è così falsa e le persone sono così assorbite dalle loro bugie, che la verità non può restare qui a lungo».
Certo, osservava Salvatore Quasimodo, la morte non genera ombre e incertezza dentro di noi quando viene vissuta come immanente alla vita, cioè come parte della vita, e quindi come vita essa stessa. Nelle tenebre dell’oggi, però, in questo mondo alla rovescia, la vita viene assorbita passo dopo passo nel cono d’ombra della morte. Questo costante e quotidiano, normale e superficiale assorbimento della vita nella morte non suscita infatti luce e certezza, perché, a differenza di quanto caratterizzava l’esistenza dei ragazzi di allora, il vivere al giorno d’oggi non viene affatto vissuto come un luminoso e incoraggiante appartenere alla morte. Quella pura luce di speranza e di giustizia – metafora di uno vero e proprio stile di vita, secondo Pasolini –, quella luce che dopo la guerra questo giovane poeta vide concretizzarsi in un’alba nascente e nella storia, nel nostro tempo va estinguendosi giorno dopo giorno; anzi è proprio questa coscienza e questa storia di luce e di alba nascente che le contemporanee forze dell’oblio e delle tenebre vogliono definitivamente spegnere.
Sulle colline dove era stato sparso il sangue del giovane col pugno chiuso, invano oggi ci attenderebbe la donna di cui parla Cesare Pavese. E dinanzi all’orrore che perdura ottuso nel presente, la speranza di Alfonso Gatto dorme un sonno senza sogni nei cuori di quei tanti cittadini/consumatori che da tempo ormai scambiano il supermercato per la casa o per un confortevole luogo d’incontro. Quando talvolta sognano, rivivono il sogno della forza di allora. Ma anche questo allora, questo avverbio speranzoso, è diventato proprio ciò che impedisce al sogno di trasformarsi in verbo, di tradursi in azione viva.
Era poi nel giusto Primo Levi quando diceva che per i vecchi partigia non ci può essere congedo. Ma quando li esortava a ritrovarsi e a ritornare in montagna era quant’altri mai pessimista, perché – dice, ricordando forse Buna – essendo trascorso molto tempo da allora, essi si guarderanno e non si riconosceranno, e ciò susciterà in loro quella diffidenza che si prova verso un possibile nemico. «Quale nemico?» si chiedeva amaramente. «Ognuno è nemico di ognuno, / Spaccato ognuno dalla propria frontiera, / La mano destra nemica della sinistra. / In piedi, vecchi, nemici di voi stessi: / La vostra guerra non è mai finita. Dopo circa quarant’anni» (Levi scrive la poesia nel 1981), questa sua esortazione poteva avere ancora un senso, ma oggi, dopo ottant’anni, quasi più nessuno di quei partigia può rialzarsi né tanto meno ritornare in montagna, anche solo per indicarne e svelarne agli altri i sentieri segreti. Rimangono pertanto la diffidenza verso gli altri e l’inimicizia verso se stessi. Resta in ogni caso una lacerazione, una ferita insanabile – Levi lo sapeva bene, più di altri –, una piaga sulla quale dal nostro presente si continua a gettar sale a piene mani, per farla esulcerare e possibilmente putrefare.
Anche ai nostri giorni, come allora – diremmo insomma riprendendo alcuni versi di Giovanni Arpino – le nostre speranze d’amore e d’amicizia scoppiano come mine nel buio. La philía, cioè l’amicizia e l’amore, come pure l’elpís, la speranza, oggi, in questo tempo di guerra e di ricorso neo-nazionalistico, ritornano bensì, ma solo come tracce nostalgiche di quanto abbiamo perduto. La storia umana in effetti non sembra affatto una anagenesi, un’evoluzione progressiva, bensì una catagenesi, una involuzione o regressione, un ricorso vichiano, una evoluzione regressiva. «Come avere ancora ideali – diceva l’insonne Cioran in Al culmine della disperazione – quando su questa terra ci sono ciechi, sordi o folli?». «Che t’aggia di’» – scrive quasi a mo’ di rimando Erri De Luca nella sua poesia su L’estate del ’43 – «’a guerra è ’na carogna / e ’o fascismo ci aveva incarogniti». Ha proprio ragione. La guerra è sempre una carogna ancora oggi e ancora oggi il fascismo continua a incarognirci.
Ma non ci sarebbero da scomodare i poeti della Resistenza e nemmeno lo stesso poeta di Satura per capire per l’ennesima volta che la storia non è affatto magistra e men che meno di vita. E ciò al punto che, direbbe lo stesso Montale, non servirebbe alla storia medesima averlo saputo, capito e confermato. La storia poi, secondo questo poeta, non è nemmeno risolutrice dei contrasti, giacché con la sua costitutiva irresolutezza non fa che esacerbare, incistare, infettare, rincrudire e aggravare gli enigmi, sia quelli individuali sia quelli generali, sia quelli esistenziali sia quelli sociali. Anzi, come se nulla di grave fosse mai accaduto, essa procede in modo da assumere come proprio fine e come regola non già quanto di positivo potrebbe eventualmente o per prodigio delinearsi al suo orizzonte, bensì tutto il negativo che riesce a produrre, a sintetizzare e a capitalizzare con i suoi incistamenti e le sue suppurazioni.
Ancora oggi come allora, le primavere non fioriscono. Per di più le roventi estati bruciano le ortensie in giardino e gli inverni le congelano arse. Un continuo autunno è quello che ci resta. Vince il male. La ruota non s’arresta. Si slitta. È il tempo in cui si slitta – diceva il poeta nei Satura – perché le arterie principali delle nostre città non sono state soltanto asfaltate: sono state anche appaltate, nel senso che la malta è stata resa un po’ alla volta una sorta di palta, di melma, dalla quale si stanno eliminando tutte le pietre miliari o i valori, senza i quali le ruote della storia non possono che slittare, non possono più far presa per procedere e per risalire la china. Si slitta e si scivola, all’indietro. In pratica le ruote della storia sono ferme, girano a vuoto, diffondendo nell’aria già tossica solo tanto fumo. La nostra felicità oggi è diventata quella del sughero abbandonato alla corrente. L’attende il gorgo, il buco nero alle sue spalle.
I decenni trascorsi a nutrire la pancia hanno finito con il partorire un’ottusità bulimica. Abbiamo bisogno di poco pane e di molto cibo per la mente. Oggi ce ne avvediamo. Ora soprattutto lo sentiamo sulla nostra pelle. Solo in apparenza le ferite erano guarite. Il filo per la sutura non era stato stretto a sufficienza dai provati chirurghi della storia. A certuni basta quindi ben poco – un gesto, una mezza parola, un urlo –, basta solo sfiorare quella piaga infiammata per farci sussultare, per ridestare nelle convalescenti repubbliche democratiche la memoria di quel male dal quale credevano di essere salve per sempre. In questo tempo di nuove bufere, il poeta degli odorosi limoni continuerebbe a ripetere che la più difficile delle virtù dovrebbe essere la «decenza quotidiana», ossia il saper vivere in modo «semplice e silenzioso», «secondo onestà e secondo giustizia» diceva il saggio ateniese. Ma oggi si è come condannati a nutrirci di rumorosa e soprattutto di rancorosa indecenza quotidiana.
In homepage, Gino Covili, Partigiano sotto il Castagno, acquaforte
illustrazione raccolta sonetti di Renata Viganò, Biblioteca Anpi Nazionale, Roma
