Ha Insegnato per due decenni filosofia e storia presso il Liceo scientifico "A. Gramsci" di Ivrea. La sua riflessione si muove tra filosofia (Aporia, 2004), memorialistica (concentrazionaria e resistenziale) (Lettera da Mauthausen e altri scritti sulla Shoah, 2004; A scuola di Resistenza, 2006), esegesi biblica (Giobbe e gli altri, 2016; Il Luogo della Vita. Riflessioni sul Vangelo di Tommaso, 2018) ed estetica (letteraria e musicale) (Tolstoj, Flaubert, Rilke, Proust, Ibsen, Pergolesi, Vivaldi, Beethoven, Rachmaninov, Mahler). Tra le riviste che hanno ospitato i suoi scritti: Testimonianze, Fenomenologia e Società, Paradigmi, Interdipendenza, Nuova Rivista Musicale Italiana, Israel, Historia Magistra...
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Il 27 gennaio si è celebrata la Giornata della memoria. Fino al 26 c’è stato il regno dell’oblio che è ricominciato, incontrastato, dal 28. Eppure l’oblio non si contrasta a comando ma coltivando la memoria ogni giorno. E mettendo in pratica la lezione di Auschwitz, invece di agire come se Auschwitz non fosse mai stato.
In Palestina le vittime diventano carnefici e si ridisegna la Storia che ci siamo sforzati di cancellare. Ciò accade anche perché la memoria della tragedia è spesso rituale e non si trasforma in pentimento. Eppure c’è una speranza, seppur piccola e in prospettiva: se, dopo tanto odio, è intervenuta, tra tedeschi ed ebrei una solida amicizia, lo stesso può accadere, in un futuro da costruire, anche tra israeliani e palestinesi.
Viviamo una stagione di stravolgimento etico e ideale. La democrazia è considerata una breve parentesi, una noiosa avventura dello spirito, un errore, una deviazione. La sintesi di questo sovvertimento è il genocidio di Gaza. È la demenza della storia, la tremenda tragedia che le vittime fanno vivere ad altre vittime, alle loro vittime.
Oggi, più che mai, a 80 anni dalla Liberazione, dovere morale degli italiani è evocare le parole vive dei poeti che vissero la Resistenza, «nella speranza – scrive Giovanni Tesio nell’introduzione all’antologia “25 poesie per il 25 aprile. I testi più belli” – che non sia un buio futuro a smentirne i tratti essenziali, le conquiste costate lacrime e sangue».
La follia si ripete. Nelle società contemporanee si è di nuovo alla ricerca del nemico e si persegue alacremente l’odio verso l’altro (il non identico a sé, il diverso, l’antagonista, l’oppositore, il non integrabile). Così, con un insopprimibile ghigno, si ricomincia a parlare di deportazione e di campi di concentramento, di muri e di filo spinato.
C’è, al fondo dell’annientamento del popolo palestinese, un che di culturale, che riporta l’ebraismo alle radici, al sacrificio, da parte di Abramo, del figlio Isacco. Ma allora Dio inviò un angelo a impedire quel sacrificio insensato mentre oggi, in questo martoriato angolo di mondo, di angeli non se ne vedono e tanto meno divinità capaci di sventare disastri. Si consumano così un’assurda tragedia e il suicidio di Israele.
Il gioco dei mimi, in cui un giocatore fa capire a gesti, con difficoltà, quel che non può dire a parole, è proprio anche della politica. Ma a volte si arrota su se stesso: quando le idee cui corrisponde la realtà dei gesti sono lapalissiane gli attori si dimenano attorno a un segreto di Pulcinella. È il caso del nostro Paese, in cui c’è al governo un giocatore che non può dire “sono antifascista” e mostra anche con i gesti di non esserlo.
Il racconto di Primo Levi “La sfida della molecola” è folgorante. C’è un fenomeno chimico (il congelamento precoce della vernice) che non dovrebbe succedere. Eppure accade e lascia il segno. Per Levi – come per Heidegger – l’irreversibilità e l’irrimediabilità di eventi inattesi, in cui l’irrazionale materico ha la meglio sul razionale spirituale, rappresentano un pericolo che può cancellare del tutto il nostro futuro.
Al di là delle apparenze e di alcuni giudizi superficiali, Ibsen è uno tra i pochi intellettuali europei della seconda metà del XIX secolo impegnato, sul piano letterario, per la causa del nascente movimento femminista. Nel suo ampio arazzo drammaturgico, popolato da soggetti falsi, sfumati e imperfetti, infatti, la donna rappresenta sempre, pur in diverse forme, l’elemento inverante e autentificante.
Vale la pena rileggere, mezzo secolo dopo, il ritratto del ragionier Gilberto Gatti di Primo Levi: per rilevarne la straordinaria veggenza circa i semi distopici insiti nell’utopia del progresso e cogliere l’egoismo di tanti uomini “normali” che mettono a repentaglio la vita degli altri solo per vedere che effetto fa un certo esperimento.