Io non so se sia più inattuale festeggiare la Liberazione o il lavoro. Quanto alla prima è stato già scritto tutto. Io aggiungerei – a posteriori – solo un paio di considerazioni che mi tornano utili rispetto a ciò che vorrei dire della festa del 1° Maggio. Innanzitutto, mi pare chiaro che quella della Brigata ebraica, del deputato piddino Emanuele Fiano e così via sia soltanto una provocazione (e non ho intenzione di rispondere con la stessa moneta, per cui volutamente non farò riferimento al fatto che un giovane abbia sparato a degli innocenti proclamandosi della Brigata ebraica). Un progetto di autopromozione mediatica che puntava semplicemente ad avvelenare i pozzi. Perché ci mancherebbe altro che in questo momento storico a un corteo contro il nazifascismo non sia considerato perlomeno fuori luogo sventolare le bandiere d’Israele. E questo non per considerazioni antisemite, ma esattamente per il contrario. Perché il rispetto che si deve alle vittime ebree di quegli anni contiene in sé la necessità di non dimenticare la lezione. Non sono stati contestati da antisemiti, ma semplicemente da persone che hanno recepito per bene la lezione di Primo Levi. Però questa piccola – anche in senso morale – storiella ci ammonisce quanto lo sforzo fondamentale che oggi ci tocca fare è legato semplicemente a riportare la realtà alla sua evidenza, riscattandola da forzature, retoriche, rovesciamenti, rimozioni, dinieghi. Non si può non ricordare la liberazione dal nazifascismo insieme agli amici di confessione ebraica, non si può però ricordare la liberazione dal nazifascismo insieme ai complici di uno Stato genocidario. Questa è l’evidenza, tutto il resto è falsificazione. In secondo luogo, la verità è che oggi l’opposizione di diritto e di fatto tra fascismo e democrazia non vale più. Per cui è serenamente possibile non prendere congedo dalle proprie origini fasciste e al contempo dichiararsi democratici. Il motivo è molto semplice e non ha a che vedere col ritorno del fascismo storico ma con la trasformazione della democrazia in un guscio vuoto che fa a meno proprio di quei caratteri antifascisti che la sostanziavano. Quindi anche la Meloni può festeggiare a buon diritto la democrazia, se la democrazia è questa. Un simulacro svuotato di senso che non contraddice il fascismo né ci protegge da esso. Si limita a introiettarlo, demolendo le garanzie costituzionali, l’uguaglianza del diritto, la separazione dei poteri, ogni tratto anti-elitario, il controllo della tracotanza capitalistica e così via. Cose che sappiamo e che scriviamo da anni, ma che forse dobbiamo ricordare ancora meglio nei giorni di festa della Liberazione. La democrazia che ci ha salvato dal fascismo è stata distrutta da se stessa. È questa democrazia contro se stessa il fascismo dei nostri tempi.
Perché ricordo tutto ciò il giorno della festa del lavoro? Fondamentalmente per un motivo: perché essa è davvero il residuo evolutivo per eccellenza di quella democrazia che la democrazia contemporanea ha dismesso. È inutile persino ricordarlo: il 1° maggio festeggiamo la democrazia del lavoro, quello straordinario e brevissimo esperimento sociale e politico che in pochi decenni si reggeva su un’idea fondamentale e concretissima: che ciò che poteva salvare la società dalla sua dissoluzione era il lavoro. Attraverso il lavoro il figlio del contadino avrebbe potuto ambire ad altra vita rispetto a suo padre, avrebbe guadagnato una nuova identità sociale, avrebbe fatto parte di un mondo comune ad altri compagni (la classe, il partito ecc.), avrebbe persino avuto accesso a tutte le forme di protezione sociale che oggi sono rappresentate dalle vestigia di quella democrazia: gli ospedali abbandonati a se stessi, le fabbriche dismesse, le scuole che cadono a pezzi. Tutte istituzioni totali che si reggevano sull’utopia del lavoro come fatto fondamentale per sviluppare la dignità sociale e individuale.
Questa democrazia del lavoro oggi non c’è più. Non è stata attaccata dal di fuori, ma dal di dentro. È implosa, non è esplosa. Perché si reggeva – come è noto – su un compromesso, quello fondato sulla necessità del capitalismo di estendere la società dei consumi e di “addomesticare” le rivendicazioni sociali dei lavoratori. Un compromesso che era anche un’aporia logica. Il peccato mortale – ma anche la nobiltà utopica – dell’esperimento sociale della democrazia del lavoro consisteva nella presunzione di cercare di rafforzare e sviluppare forme di vita emancipata a partire dal luogo sociale che per definizione conteneva l’alienazione, lo sfruttamento da cui ci si doveva emancipare. Il lavoro è stato questa cosa qui: una paradossale scialuppa di salvataggio da se stesso. Quando al capitalismo tutto questo non è servito più, lo sfruttamento ha dismesso l’emancipazione, il lavoro capitalistico ha dismesso se stesso, come la democrazia si è suicidata da dentro. Ecco perché le due feste hanno la stessa inattualità: perché festeggiamo qualcosa cercando di salvarla da un nemico esterno, mentre è il nemico interno ciò che le ha consumate e portate alla morte.
Una delle prime ad accorgersi della minaccia immanente alla società del lavoro fu Hannah Arendt. Con un’immagine assai evocativa e disperata, la filosofa a un certo punto prevede che presto sarebbe arrivata «una società di lavoratori senza lavoro». Poco importa che ella si riferisse agli effetti perversi della tecnologia sul lavoro. Che, sia detto per inciso, è ancora oggi uno degli argomenti ideologici che servono come diversivo rispetto all’evidenza delle cose. Che è molto semplice – esattamente come lo è il rapporto tra liberazione dal nazifascismo e ripudio di ogni logica genocidaria. Non è la tecnologia che ha fatto fuori il lavoro, ma il capitale. Che usa anche la tecnologia per portare a termine la dismissione del lavoro come esperienza sociale di dignità e di emancipazione, per lasciare solo il tratto servile e produrre eserciti di riserva del capitale su larga scala. Prendersela con la tecnologia e non col capitale è come indicare il dito e non vedere la luna.
È in questa genealogia neocapitalista che dobbiamo leggere la crisi attuale del lavoro. Se non nelle intenzioni, la Arendt aveva ragione quanto alle conseguenze. Siamo ancora una società di lavoratori, nel senso che non abbiamo inventato un altro fatto sociale a cui affidare la nostra necessità di emanciparci insieme, di costruire istituzioni comuni, di contestare il potere ai potenti rendendolo almeno formalmente a portata di tutte e tutti. La nostra identità sociale è ancora quella dei lavoratori. Ma siamo lavoratori atomizzati, senza alcuna possibilità di accedere a protezioni sociali (l’imperdonabile effetto delle sinistre neoliberali), con aspettative intatte che rimangono senza alcuna soddisfazione. E il capitale non fa che ricordarcelo attraverso i suoi imbelli complici, i politici attuali. Che ci ricorderanno anche oggi – facendo finta di festeggiare con le loro facce serie e ipocrite – che il lavoro non basta a sopravvivere, figuriamoci se serve a comprare una casa e dare stabilità ai nostri sogni sentimentali. Quella profezia di Arendt è diventato il loro programma politico: non permetterci di pensarci socialmente in altro modo che come lavoratori, ma sottrarci il lavoro. Costringendoci alla fame e togliendoci il cibo.
Eppure anche noi – che ci opponiamo a questa democrazia che non si scandalizza di diventare fascista e si cura soltanto di distruggere se stessa – dobbiamo chiarirci le idee per ciò che riguarda il lavoro da festeggiare. Non ho ben capito infatti cosa vogliamo davvero. Da un lato c’è la sinistra postmoderna, che esulta di fronte alla dismissione della democrazia del lavoro e esorta a uscire dal lavoro, a coltivare una società postlavorista. Che certamente è un modo per uscire dal capitalismo, dal momento che il capitalismo è una sanguisuga che sopravvive sfruttando il lavoro. Ma qual è il prezzo da pagare rivendicando questa uscita dalla società del lavoro? Ho come l’impressione che alla fine coloro che propugnano la fine della società del lavoro lo possano fare solo se le loro vite sono ben salde grazie a quella stessa società del lavoro. Sono professori universitari come me, che hanno uno stipendio fisso grazie al quale possono proclamare che non abbiamo più bisogno di uno stipendio fisso; sono pensionati che hanno accumulato risparmi durante gli anni d’oro del compromesso tra capitale e lavoro e che adesso suggeriscono alle nuove generazioni che possono anche fare a meno dei diritti sociali grazie ai quali possono permettersi ancora di parlare. Prova a dirlo a un precario, a un rider, a un lavoratore povero, a un lavoratore senza lavoro. Prova a suggerirgli di farsi da parte e di disertare il conflitto col capitale. Ti guarderà senza capirti e si chiederà per quale motivo deve ritrarsi dal rivendicare quei diritti che hanno tutelato noi attempati che abbiamo pure il coraggio di chiedergli di farne a meno.
La verità è che dobbiamo scegliere come porci e non possiamo continuare a far finta di niente. Siamo quelli che riconosciamo nella democrazia del lavoro nient’altro che un esperimento storico che è stato utile allo sviluppo dal capitale? Oppure siamo quelli che scendiamo in piazza per difendere ancora i diritti e le istituzioni fondamentali che sono stati conquistati proprio attraverso le mobilitazioni che hanno innervato quella stessa democrazia del lavoro? Chi siamo noi? Cosa stiamo festeggiando, oggi? Io non ho una risposta, ma so per certo che non possiamo continuare a far finta di nulla e a schivare la domanda. Democrazia e lavoro si sono alla fine dimostrate due trappole che sono servite a dismettere spietatamente se stesse. Ma, se sono delle trappole, è forse soprattutto perché non possiamo più farne a meno, nonostante il disincanto. Io non so se sia più inattuale la festa della liberazione o quella del lavoro. Entrambe non appartengono più al nostro presente. Certamente appartengono al nostro passato. Ma la questione è se sono strumenti utili per immaginare anche il nostro futuro. Più liberato, più emancipato di così. Io credo di sì, ma dobbiamo con urgenza discuterne insieme.

Voglio affidare la mia riflessione alla questione Brigata ebraica a questi due articoli
https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-spari_del_25_aprile_larresto_di_eithan_bondi_e_il_cortocircuito_del_mainstream_sulla_brigata_ebraica/45289_66602/ https://www.pressenza.com/it/2026/04/corteo-a-milano-il-25-aprile-uninsopportabile-pentola-a-pressione/ Io neanche sapevo che esistesse questa Brigata ebraica e ho trovato, come spesso accade, divergenze profonde tra la cosiddetta informazione mainstream e quella non “allineata”. Forse anche altri potrebbero trarre giovamento dai due articoli.
Per quanto riguarda se sia ancora attuale festeggiare la Liberazione e il Lavoro, d’istinto mi vien da dire di si. Non fosse altro per non dimenticare il prezzo pagato da chi ci ha preceduto. Per non dimenticare che diritti e democrazia svaniscono nel momento stesso in cui li diamo per acquisiti. D’altro canto le perplessità sollevate dal professore non si possono liquidare facilmente. Lo sviluppo tecnologico avrebbe dovuto liberare dal lavoro (o almeno dalla sua fatica) e invece lo ha reso solo più precario e ricattabile, riversando interamente il plusvalore ottenuto sul capitale, tanto per cambiare. Questo processo ha portato con sé uno sgretolamento dei diritti e della democrazia. E’ evidente che non si può soprassedere. Sicuramente si deve cominciare tenendo occupato quel che di diritto e democrazia rimane. Adesso vado in piazza a sostenere la Global Sumud Flotilla…
mi sembra un po forte affermare che il lavoro é sparito. una societa postlavoro mi pare da film di fantascienza o da salotti annoiati della ztl.
il lavoro é oggi piu che mai al centro della nostra societa: passiamo la maggiorparte della nostra giornata a lavorare, e anche della nostra vita. il tempo libero é sempre piu sfumato. il lavoro é per la stragrande maggioranza delle persone l unica fonte di reddito. certo, questo non vale per rentier, elite e altre categorie che il lavoro lo vedono solo alla festa del 1 maggio.
il lavoro é oggi certamente piu svalutato, meno rispettato. non consente piu una vita decente. uno stipendio non é piu garanzia di relativo benessere. non solo per il rider, ma anche per la classe media addirittura per chi ha una laurea. il buon lavoro lo trovi solo se hai una sorella importante, altrimenti in italia te lo scordi.
gli stipendi sono fermi da 30 anni, al lavoro si richiede comunque di produrre sempre di piu (a stipendio invariato). adesso la situazione é oggettivamente insostenibile. con uno stipendio normale affitti una stanza.
i sindacati sono da rottamare e rifondare. sono diventati delle holding con attivita redditizie di vario genere, a partire dai CAF. si occupano di tutto eccetto dei diritti di chi lavora. e si occupano della festa AUTOREFERENZIALE del primo maggio.