Giovani e violenza. Se la forza riscrive il mondo

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L’uccisione di Abanoud “Aba” Youssef, accoltellato a morte da un compagno di classe all’interno della scuola Einaudi-Chiodo di La Spezia, il 16 gennaio scorso, ha innescato in tempi rapidi la consueta risposta securitaria. È del 28 gennaio la notizia che il Comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza di La Spezia ha deciso di intensificare i controlli delle forze di polizia davanti alle scuole, da effettuare anche con l’uso mirato di metal detector portatili. Quasi in contemporanea, i ministri dell’Istruzione Giuseppe Valditara, e dell’Interno, Matteo Piantedosi, hanno adottato di comune accordo una direttiva mirata a consentire, nelle situazioni più gravi, «l’impiego di strumenti di controllo all’ingresso degli edifici, incluso il ricorso a dispositivi manuali di rilevazione di oggetti metallici, qualora ritenuto necessario per prevenire il possesso o l’introduzione di armi». In apertura di circolare si legge un motto divenuto, in questi tempi, caro anche a buona parte della sinistra: «La sicurezza è la condizione dell’autentica libertà». Il riflesso condizionato della repressione era già scattato nell’immediatezza della tragedia, con la ripresa della discussione sull’iniziativa di legge per l’abbassamento a tredici anni dell’età dell’imputabilità e l’aggravamento delle pene per il porto di armi da taglio.

Non bisogna certo sottovalutare la reazione di rassicurazione che tali provvedimenti possono avere presso i genitori, i ragazzi e le ragazze (più presso i primi, a dire il vero) e le persone che, a qualsiasi titolo, lavorano nelle scuole. È in parte comprensibile, a livello emotivo, l’idea di poter contare sulla costruzione di una sorta di rifugio sicuro. Si tratta, però, di una scorciatoia ingannevole e distraente. L’omicidio di La Spezia, così come gli altri episodi di violenza giovanile, non pone un tema di ordine pubblico, ma un immenso problema pedagogico e culturale. Un problema che non riguarda solo gli intellettuali, la scuola e gli specialisti della formazione e dell’educazione, ma anche la politica, intesa come esperienza sociale prima che istituzionale. Potremmo condensare la questione in poche parole: la violenza ha ripreso a dominare le relazioni umane.

Da questa constatazione, però, scaturisce un interrogativo decisivo: è la natura ancestrale degli esseri umani a prendere di nuovo il sopravvento? La risposta affermativa satura il dibattito pubblico. La lettura trova alimento in una galleria ormai stabile di figure-mostro, continuamente evocate sia nello scenario internazionale sia in quello domestico: il tiranno, il delinquente, il branco. Archetipi che richiamano metafore tradizionali di ferinità, stratificate nelle culture popolari e riattivate da una tradizione narrativa – dalle fiabe in poi – spesso assunta in maniera superficiale. È una visione quasi sempre assistita da un doppio-standard e già questo basterebbe a far dubitare della bontà della teoria: il despota, preda di primordiali deliri imperiali, è incarnato da Putin, ma non da Netanyahu (disdicevole è l’esclusione del secondo); il criminale, dominato da una violenza atavica e incorreggibile, è sempre uno ‘straniero’, saldamente collocato al di là di un confine fisico, economico-sociale o morale (il migrante, il tossico, il mafioso). Il riemergere, anche nella discussione colta, del ‘dato di natura’ è il frutto di una rappresentazione ideologica che mira a occultare la cause reali della violenza, un po’ come accade, in relazione agli eventi atmosferici, con il negazionismo dell’azione dell’uomo sul clima.

Il vizio di fondo della tesi, utilizzata anche per spiegare la violenza giovanile, lo ha descritto in maniera esemplare Fabio Dei, antropologo attento ai temi della formazione: le concezioni della ‘belva umana’ interpretano «la violenza come un vuoto di cultura (i ragazzi ‘con la testa vuota’), laddove occorre capirla come un prodotto della cultura, come ‘piena’ di significati» e, soprattutto, come strettamente collegata «ai meccanismi di produzione del potere» (F. Dei, Antropologia della violenza nel XX secolo, 2006, pp. 30-31). A partire da questo rovesciamento – osservare i sedimenti culturali, non naturali, che stanno sotto la violenza – può essere utile rispolverare le importanti categorie storiografiche di “brutalizzazione delle coscienze” e “brutalizzazione della politica”, gradualmente affinate da George Mosse. Al contrario di quello che può apparire, le intuizioni di Mosse non rimandano a un rigurgito di istintualità pre-storica, ma descrivono un processo culturale e politico ben preciso, collocato subito dopo la Prima guerra mondiale: l’assuefazione collettiva, prodotta e normalizzata dall’esperienza bellica, alla violenza estrema; l’abitudine al degrado della vita, dei diritti e della dignità della persona umana, non solo del nemico.

Mi sembra che questo scenario si ripeta ai giorni nostri, rendendo più che mai attuali le parole dello storico tedesco-statunitense: «L’effetto di brutalizzazione sviluppatosi nel periodo tra le due guerre fu di eccitare gli uomini, di spingerli all’azione contro il nemico politico, oppure di ottundere la sensibilità di uomini e donne di fronte allo spettacolo della crudeltà umana e della morte» (G. Mosse, Le guerre mondiali. Dalla tragedia al mito dei caduti, tr. it. 2005, p. 175). Non è soltanto lo splendore della crudeltà, per parafrasare Foucault, ad alzare il livello di violenza socialmente tollerato, ma il pensiero – indotto anche dalla ripresa della storia d’amore tra neolibersimo e destre estreme – che la violenza sia diventato l’unico legittimo strumento di relazione, di partecipazione e di risoluzione dei conflitti, siano questi ultimi individuali, collettivi o internazionali; l’idea, diffusa capillarmente, che la forza non subisca più, e non debba subire, i limiti delle regole, delle mediazioni, delle parole, dei giudici, delle carte dei diritti. È questo che raccontano le guerre permanenti condotte in spregio di ogni diritto internazionale, il genocidio impunito (e ancora impronunciabile) di Gaza, le uccisioni di ICE, le deportazioni, più o meno legali, dei migranti in America ed Europa, il rifiorire del colonialismo. Oggi come allora, la guerra non rimane segregata al fronte, ma permea i linguaggi, le emozioni e l’intero discorso pubblico, trasformando la violenza in criterio di legittimazione dell’azione politica e, ancora prima, in principio costitutivo dell’essere umano. La pura forza viene elevata a dispositivo di produzione e ri-produzione del potere e di produzione della soggettività. È questa la logica che, per la gioia del capitalismo, guida il riarmo e l’educazione al riarmo.

Persino l’opposizione a questo stato di cose finisce spesso per essere guidata dal mito della forza. Sulle pagine di “la Repubblica” del 5 marzo 2025, Antonio Scurati, in un articolo dal titolo Dove sono ormai i guerrieri d’Europa?, ha auspicato, per contrastare il tradimento di Trump nei confronti degli alleati europei, l’irrobustimento di una Europa ormai imbelle, fiaccata da otto decenni di pace che hanno prodotto «un avanzare regressivo verso forme di vita che estendono a ogni età le cure amorevoli risevate all’infanzia». La difesa della civiltà europea, prosegue lo scrittore, dovrebbe trovare linfa nella ripresa dello spirito combattivo, in una sana idea di guerra. E «per fare la guerra, anche soltanto una guerra difensiva, c’è bisogno di armi adeguate, ma resta, ostinato, intrattabile, terribile, anche il bisogno di giovani uomini (e di donne, se volete) capaci, pronti e disposti a usarle». Parole da ‘radiose giornate’, simili a quelle con le quali il professor Kantorek convince i diciottenni tedeschi di Niente di nuovo sul fronte occidentale ad arruolarsi. Lo stessa logica della forza come unica strada proficua, anche di difesa, si applica a scenari locali di lotta al crimine. In parte, si spiega così l’enorme successo (misurato, naturalmente, in milioni di visualizzazioni) dell’ex pugile e youtuber romano Cicalone, che, telecamera e microfono in mano, insegue borseggiatori sulle metropolitane di Roma e nelle periferie italiane. Una ronda premiata dai social perché più immediata rispetto alle lungaggini, alle presunzioni di non colpevolezza e alle complesse mediazioni dei processi e perché esibisce un atteggiamento muscolare (pure qui tendenzialmente rivolto ad alcuni soggetti: stranieri e rom). Anche in questo caso, non pare di avere a che fare con una deviazione folkloristica, ma con un prodotto coerente, espressione di una società che ha rimesso al centro il tema della necessità della forza, anche come strumento di difesa.

Se questo è il clima, è lecito dubitare che adolescenti e giovani ne rimangano immuni o possano rimuovere – scotomizzare, direbbero gli psicologi – la dimensione collettiva, culturale, di contesto. Se vivono in un mondo dove gli adulti, con responsabilità di classe dirigente, incensano un presidente americano che dichiara di non avere altro limite se non la sua moralità, è probabile che finiscano per misurare la realtà sulla base di questo metro e che interiorizzino la logica della forza per agire o per difendersi. A fronte di queste considerazioni, la strategia dei metal detector davanti alle scuole e, più in genere, la stretta securitaria rivelano da un lato la loro inutilità – non possono fermare l’ingresso delle mentalità assorbite da realtà esterne, anche mediatiche – e, dall’altro, la colpevole attitudine a perpetuare lo stato delle cose, impedendo di affrontare gli snodi culturali di cui si è parlato. Il risultato è quello di iniziare a trasformare anche le scuole, come altri edifici pubblici delle città e gli stessi centri storici, in qualcosa di simile a bunker assediati e controllati.

Su quest’ultimo aspetto, il grande tema della sorveglianza, è necessario svolgere qualche considerazione finale. Dire degli effetti profondi della cultura della forza sulle giovani generazioni non deve indurre a commettere l’errore di pensare che esista una sola, omogenea ‘cultura giovanile’ e che le ragazze e i ragazzi non sappiano percorrere la strada della sottrazione alle ideologie dominanti e del dissenso. Le piazze per la Palestina, in Europa come in America, le manifestazioni contro ICE e l’attivismo politico e sociale dimostrano una ritrovata capacità dei giovani di praticare il conflitto politico e sociale. Non può non avvertirsi, a questo punto, come i sistemi di sicurezza e controllo, inadeguati a rispondere ai fenomeni di violenza, si rivelino invece efficaci e utilissimi per sorvegliare, scovare e prevenire il dissenso, in ultimo reprimerlo. È un aspetto che, se si vuole affrontare seriamente il tema delle culture giovanili (meglio declinarle al plurale) non può essere eluso. Il rischio, contrariamente a quanto scritto nella direttiva di cui si è detto all’inizio, è ottenere una sicurezza che non è condizione di libertà, ma solo di controllo.

Gli autori

Riccardo De Vito

Riccardo De Vito, è giudice al Tribunale di Nuoro. Già presidente di Magistratura democratica, è componente del comitato di redazione della rivista Questione giustizia.

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