Una rapina chiamata libertà

È stata la parola d’ordine della Rivoluzione francese, dei popoli che cercavano di liberarsi dal colonialismo e l’ideale della lotta contro fascismo e nazismo. Che tristezza vedere la parola libertà usata come bandiera dai privilegiati per giustificare il diritto di opprimere, di portare armi, di arricchirsi sulle spalle degli altri, di fare affari che creano miseria o devastano il pianeta. Abbiamo bisogno di riaprire il concetto di libertà.

Proteste deboli in movimento

Il Novecento è stato fecondo di soggetti molteplici che si sono posti il tema della trasformazione con una carica e una speranza utopica elevata. Sconfitti, hanno lasciato un’eredità pesante di interrogativi e un bisogno di trovare nuovi soggetti per soddisfare desideri politici e/o utopici. Questo complesso e articolato percorso è l’oggetto di un libro di Alessandro Barile dal significativo titolo “La protesta debole”.

Gaza. Chiamare il genocidio con il suo nome

Dobbiamo chiamare genocidio il genocidio. Per onorare i morti: uccisi anche in culla solo perché palestinesi. Nascondere questa terrificante evidenza non è difendere la memoria dei sei milioni di ebrei assassinati dal nazismo. Al contrario. Ci siamo detti che se Auschwitz fosse stato sotto gli occhi del mondo, il mondo sarebbe insorto. Oggi accade di nuovo: senza che il mondo insorga e nella complicità dei nostri governi.

Il referendum sulla cittadinanza non è stato un errore

Il referendum sulla cittadinanza non ha raggiunto il quorum e il Sì i è fermato al 65% dei votanti, mostrando opposizione o diffidenza anche nell’elettorato di centrosinistra. Non è una sorpresa date le difficoltà economiche del paese e l’inesistenza di un dibattito pubblico accettabile. In questo quadro il referendum ha avuto il pregio di porre una questione che non può essere ignorata.

Referendum: come disarmare l’astensione

La sconfitta referendaria impone una riflessione sulll’orientamento della società e sullo stato di salute del sindacato. Ma anche sui meccanismi dell’istituto referendario, snaturati da una astensione strutturale. Per combatterla basterebbe prevedere che il referendum è valido e la proposta approvata se i Sì sono almeno un quarto più uno del corpo elettorale (com’è ora), indipendentemente dal numero dei votanti.

Con il voto ai referendum inizia la nostra rivolta

Fu un referendum, 40 anni fa, a decretare l’inizio delle politiche di austerità che hanno eroso reddito dei lavoratori e democrazia. Oggi può essere un referendum ad aprire una stagione opposta. Teniamolo presente. Ricordando l’esortazione di Enrico Berlinguer che, nel suo ultimo comizio, invitò i tanti che lo ascoltavano a convincere chi è perplesso, casa per casa, azienda per azienda, strada per strada.

Al voto! Per il lavoro e la cittadinanza; contro La Russa e la deriva autoritaria

Domenica e lunedì si vota per i referendum. Raggiungere il quorum è difficile ma non impossibile. In ogni caso, una valanga di voti aprirebbe dei varchi nelle politiche del lavoro e dell’immigrazione, darebbe una spallata imponente al Governo e indicherebbe all’opposizione la strada della radicalità e della riapertura del conflitto politico e sociale.