Patrizio Pacifico si occupa di sport e di politica. È allenatore professionista di pallamano e collabora anche con la nazionale italiana. Parallelamente, dopo un lungo percorso nei comitati studenteschi e nella sinistra antagonista, da quasi dieci anni è attivo nel Partito Democratico di Civitavecchia, città in cui ricopre l’incarico di delegato allo sport per il Comune, con un’attenzione particolare alle politiche inclusive, alla promozione dello sport giovanile e al rapporto tra sport, scuola e comunità.

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Lo sport tra vetrina e strumento di democrazia

Lo sport è una metafora della società. La sua essenza non è la prestazione ma la capacità di cogliere il senso della sconfitta e quello della vittoria. E, per questa via, di interrogare la società, di disturbare il potere, di difendere la complessità. La politica sportiva dovrà, dunque scegliere se usare lo sport come vetrina o riscoprirlo come strumento di civiltà, sapendo che non servono più stadi se non si formano cittadini.

Elogio del tempo lungo, ovvero la lezione dello sport

Viviamo in un’epoca che ha smarrito la lentezza. Una società che misura tutto in secondi, che pretende risultati prima ancora di iniziare, che confonde la velocità con la competenza e l’urgenza con il valore. Un’epoca in cui ogni gesto deve produrre un ritorno immediato, un effetto visibile, una gratificazione istantanea. Anche lo sport, che per secoli è stato scuola di tempo, di limite e di pazienza, ne è stato travolto.

Quando la destra si finge ferma

Altrove le destre marcianti mostrano il volto scoperto dell’autoritarismo: Trump, Bolsonaro, Milei, Orbán. In Italia, invece, il volto è coperto da una maschera di rispettabilità istituzionale. Ma il principio è identico: il potere come identità, la paura come collante, la semplificazione come linguaggio. La destra non ha vinto perché è forte. Ha vinto perché l’abbiamo lasciata parlare da sola.

Il corpo come campo politico

Oggi il corpo è il primo manifesto politico. In un tempo in cui i linguaggi sono saturi, e la parola pubblica è screditata, è sul corpo che si imprimono i messaggi. Il saluto romano non ha bisogno di spiegazioni. Il manganello agitato non ha bisogno di retorica. La camicia nera non ha bisogno di rivendicazioni. Il corpo è campo di dominio, ma può anche essere campo di liberazione. Di disobbedienza. Di contro-narrazione.