Alfonso Gianni, saggista e studioso di problemi economici, è stato parlamentare e sottosegretario allo Sviluppo economico nel secondo Governo Prodi. È attualmente direttore di "Alternative per il socialismo", rivista fondata da Fausto Bertinotti.
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Due mesi dopo la scalata di Intesa Sanpaolo al vertice dei gruppi bancari del Paese, Monte dei Paschi tenta una contromossa dalle incerte prospettive. In questo complesso scenario la politica naviga a vista: mentre il Governo appoggia Monte dei Paschi, ma con oscillazioni e crepe, la segretaria del Pd si spinge a dire che la politica deve evitare di intervenire nelle questioni bancarie e lasciar decidere al mercato. Incredibile ma vero.
Difficile dire se il processo di ristrutturazione e di centralizzazione del sistema bancario italiano – che vede coinvolti Banca Intesa, Unipol e Unicredit – porterà a una durevole pax bancaria. Ma certo in esso si intravede l’affermarsi del modello banco-assicurativo, che associa le operazioni bancarie classiche alla vendita di prodotti assicurativi, poggiando sulle reti digitali e su una strategica diffusione degli sportelli.
Tassare i grandi patrimoni? Guai a dirlo. Eppure si può e si deve: sotto il profilo economico, oltre che per ragioni di equità. Del resto fino alla fine degli anni ‘70, il capitalismo si sviluppò più di oggi pur in presenza di una tassazione per le maggiori ricchezze incomparabile con quella attuale (fino a un’aliquota marginale del 91% negli Usa). Nessuna rivoluzione, dunque, ma, almeno, un contenimento delle disuguaglianze.
Il summit dei BRICS di Rio de Janiero segna una svolta. Un blocco in forte crescita economica e alternativo all’Occidente promuove il suo progetto strategico per rafforzare il Sud globale, riformare istituzioni come il Consiglio di sicurezza dell’ONU, realizzare pace e sostenibilità climatica, intaccare il primato del dollaro negli scambi commerciali. Va preso sul serio in questa epoca di transizione egemonica globale.
La sconfitta referendaria impone una riflessione sulll’orientamento della società e sullo stato di salute del sindacato. Ma anche sui meccanismi dell’istituto referendario, snaturati da una astensione strutturale. Per combatterla basterebbe prevedere che il referendum è valido e la proposta approvata se i Sì sono almeno un quarto più uno del corpo elettorale (com’è ora), indipendentemente dal numero dei votanti.
Non è solo Stellantis. Tutte le industrie automobilistiche europee sono in crisi. Per uscirne non serve, come si continua a sostenere, rallentare la riduzione delle emissioni di CO₂. Occorre, più radicalmente, esplorare nuovi orizzonti, scrollarsi di dosso la sudditanza nei confronti degli Usa e aprire relazioni positive e accordi di collaborazione fra produttori con la Cina, l’Asia e l’alleanza dei Brics.
La vera novità politica dell’anno in corso, in Europa, è stata la vittoria della gauche in Francia, sulla base di un programma effettivamente di sinistra. Da quella lezione occorre partire, in un processo costituente aperto, rivolto ai movimenti e alle forze politiche organizzate, capace di stabilire percorsi comuni di ricerca e di lotta e di inventare nuove forme di organizzazione e di comunicazione senza ansie governiste.
I referendum non piacciono alla destra (e non ad essa soltanto). Mentre c’è chi si affanna a sostenere l’inammissibilità di una consultazione popolare sull’autonomia differenziata, altri mettono le mani avanti per aggiungere voti a quelli già pacifici per il premierato, in modo da evitare il referendum “confermativo”. Ma i “pontieri” intorbidano solo le acque. Sul premierato non c’è mediazione possibile.
Senza radicamento sociale la sinistra non esiste, ma cercare quel radicamento nei confini dei singoli Stati è illusorio e sbagliato. I grandi temi della sinistra, dalla pace alla lotta contro le alterazioni climatiche e il capitalismo che le produce, hanno una inevitabile dimensione sovranazionale. Lo stato di salute della sinistra in Europa è demoralizzante, ma non lo si cura senza pensieri lunghi e un po’ di utopia.
Il duo Meloni-Giorgetti tira un sospiro di sollievo. L’Italia è passata sotto le forche caudine del rating delle maggiori agenzie sostanzialmente incolume, anzi con qualche miglioramento. Ciò grazie a scelte di bilancio all’insegna dell’austerity, con una particolare cattiveria nei confronti dei pensionati e del settore sanitario. In parole povere, i pensionati salvano il rating del Paese ma non vengono premiati, bensì puniti.