Il referendum visto da fuori: come muore una democrazia

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Un silenzio che fa notizia

Quando il rumore cala, il silenzio può diventare più forte delle parole. A volte, in modo assordante. L’8 e 9 giugno, l’Italia ha votato su cinque quesiti abrogativi riguardanti diritto e sicurezza del lavoro, e cittadinanza. Ma più dei temi in sé o del risultato finale, a colpire è il quadro politico generale: un contesto opaco e disilluso, che lascia spiazzati anche molti italiani all’estero, spesso privi degli strumenti per raccontarlo.

Il referendum mirava a riallineare la legge a una visione più redistributiva e inclusiva della vita civica. Eppure, la partecipazione nazionale ha superato di poco il 30%. Una sconfitta grave, ma che non ha suscitato lo scalpore mediatico meritato. Da lontano – per esempio in Germania, dove vivo – l’immagine appare sfocata: non si vede come il sistema disincentivi il voto, ignorando il dato strutturale ormai consolidato dell’affluenza alle urne, stabilmente tra le più basse dell’Europa occidentale. Molto si è detto del boicottaggio operato dal Governo e della quasi totale assenza di copertura mediatica, che hanno condizionato la percezione pubblica e alimentato un astensionismo già diffuso. Il punto, però, non è solo che pochi hanno votato, ma che in troppi si siano convinti che votare non serva più. Che le regole non cambino. Che la voce non conti. Che partecipare sia un esercizio retorico, riservato a chi ha tempo, accesso e riconoscimento formale.

In questo scenario, l’astensione non è solo disillusione, ma il frutto di un clima sistemico. Anche chi vive all’estero si è trovato in difficoltà: come spiegare un referendum importante che sembra non interessare nemmeno a chi lo ha convocato? Vivere il referendum da fuori significa misurare con maggiore nitidezza una distanza normativa e culturale che, in occasioni come queste, si espande ad abisso. I quesiti riflettevano una battaglia per diritti civili che in molti altri Paesi europei è ormai storia passata. Mentre in Italia si discute ancora di come tutelare la precarietà della classe lavoratrice o riconoscere comunità fondamentali del tessuto sociale come soggetti giuridici, altrove queste risposte sono già parte della prassi quotidiana. È questo scarto, tra il presente degli altri e l’eterno ritorno dell’eccezione italiana, a rendere ancora più difficile raccontare e comprendere cosa sia davvero successo.

Il diritto di voto oltre il ricatto burocratico

Per chi vive all’estero, votare può essere paradossalmente più semplice che per chi risiede in Italia senza una residenza ufficialmente riconosciuta. Basta essere iscritti all’AIRE (Anagrafe degli Italiani Residenti all’Estero) per ricevere automaticamente la scheda elettorale al proprio domicilio. Nessun modulo, nessuna trafila, nessuna attesa: la scheda arriva direttamente nella buca delle lettere di un altro Paese.

Negli stessi giorni, molti italiani residenti “di fatto” ma non “per legge” hanno dovuto rinunciare al voto. Chi è tornato da anni senza riuscire a regolarizzare la propria posizione anagrafica, chi vive in alloggi precari o transitori, chi cambia città per lavoro. Tutti esclusi. A pagare il prezzo più alto sono soprattutto lavoratori e giovani che si spostano frequentemente lungo lo Stivale. L’anacronistica normativa sulla residenza si trasforma così in un impedimento strutturale alla partecipazione democratica. Il referendum ha finito per tagliare fuori molti dei suoi potenziali beneficiari. Come se il diritto di voto dipendesse non dalla cittadinanza, ma dalla capacità o possibilità di incasellarsi in una burocrazia che sembra fatta apposta per lasciare indietro chi non vi rientra perfettamente.

In prospettiva europea, si tratta di una complessa anomalia da spiegare a chi ha già interiorizzato certe tutele democratiche come diritti acquisiti. Laddove il diritto al voto è considerato un pilastro della cittadinanza e non un premio alla correttezza amministrativa, non esistono ostacoli simili. In Italia, invece, la residenza anagrafica è spesso l’ago della bilancia che decide chi ha accesso pieno alla democrazia e chi no. Anche quando si tratta solo di mettere una croce su una scheda. Questo sistema non solo esclude migliaia di persone in modo arbitrario, ma contribuisce ulteriormente a scoraggiare un elettorato già disilluso. In un clima di sfiducia diffusa, costringere chi vuole votare a una corsa a ostacoli burocratica non è solo sintomo di inefficienza: è una scelta politica. E come tale, ha conseguenze gravi.

Tuttavia, il divario tra politica e attenzione pubblica non può essere attribuito soltanto al meccanismo burocratico, alla complicità dei media o al sabotaggio istituzionale. Sì, il mutismo è stato calcolato, e ha funzionato. Ma dietro l’astensionismo si nasconde una stanchezza più corrosiva: anni di immobilismo politico hanno affievolito le aspettative e svuotato la fiducia civica.

Il fragore ed eco del silenzio

Guardando tutto questo da fuori, a debita distanza, si coglie forse con maggiore chiarezza il disegno che prende forma. Non si tratta solo di una crisi di partecipazione, ma di una strategia del potere: un modello che disarma il dissenso rendendo la partecipazione ininfluente.

Il potere logora chi non ce l’ha”. Una battuta celebre, cinica e ancora attuale. Perché chi il potere ce l’ha davvero, oggi come allora, sa che la forza non sta nel consenso, ma nella capacità di sopravvivere all’opposizione. Il collasso democratico del voto non è stato un incidente: è parte di un progetto più ampio. Lasciare che la delusione riecheggiasse nel vuoto ha fatto comodo. La partecipazione scarsa è stata, in silenzio, una vittoria. Un trionfo di un governo forte con i deboli e debole con i forti, a cui non è stato richiesto di confrontarsi davvero sul merito delle questioni. Più sottovoce se ne parlava, più saldo diventava il controllo. Mentre le principali forze di opposizione restano impantanate nei propri conflitti interni, chi governa stringe la presa senza sforzo apparente. Mors tua, vita mea.

Questa non è stata una battuta d’arresto isolata, ma sintomo di una patologia made in Italy: l’immobilismo come metodo politico. Radicato non nell’ideologia ma nell’inerzia stessa, il non fare nulla diventa la mossa più sicura. La democrazia viene gestita per logoramento, dissuasione e abbandono. Il silenzio in questione non è dunque assenza, ma un’espressione collettiva tragicamente orchestrata. Dall’immobile burocrazia italiana ai segnali ambigui del governo, dal blackout mediatico all’apatia stanca dell’elettorato, non è mancato il rumore. È stata una performance muta, coreografata. Sepolta sotto strati di rassegnazione, depistaggio e complicità istituzionale, l’Italia ha messo in scena un rituale di diserzione civica: un’erosione lenta, dove i cittadini non vengono più convinti, ma sedati. E ciò che resta non è un vuoto. È un insieme pieno, carico di segnali, paure, scelte. Non è assenza di politica, ma la sua espressione più radicale. Oggi, è al tempo stesso l’arma del potere e la ferita della cittadinanza. Non sussurra. Urla. E il suo eco risuona ovunque.

Così il mito del Bel Paese crolla su se stesso, nella coscienza di chi lo ha lasciato in cerca di fortuna. I cittadini italiani residenti all’estero faticano a raccontare la propria democrazia in modo credibile: come spiegare che, negli stessi giorni, molti hanno preferito seguire il percorso di Jannik Sinner al Roland Garros o temuto il rischio che la nazionale di calcio mancasse il terzo Mondiale consecutivo, piuttosto che prendere posizione per difendere i propri diritti sul lavoro o per legittimare una realtà multiculturale in evoluzione? Al di là dei confini, tutto questo sfugge: l’Italia resta una destinazione da sogno, alle porte di una calda estate. E chi non è immerso in queste dinamiche preferisce chiedere informazioni sulle località turistiche da visitare, piuttosto che provare a capire un silenzio che è difficile da spiegare.

Gli autori

Carlo Giordana

Carlo Giordana è laureato in Filosofia e Scienze Politiche presso University of Brighton. Dal 2019 vive a Berlino, dove ha conseguito il Master in Sociologia - Società Europee all’Università Libera.

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