Un uomo che ha commesso un delitto senza accorgersene, perché credeva di aver urtato un cervo, finisce per fare il giurato nel processo sulla morte della donna uccisa dalla sua automobile. Nelle scene precedenti a questa rivelazione, viene presentato come un brav’uomo: ama tantissimo sua moglie, che è incinta, è molto premuroso, bello, benestante e felice. Dopo pochi secondi dall’inizio del film, vediamo la giovane donna bendata, proprio come la Giustizia apparsa poco prima, e l’inquadratura soggettiva pare annunciare che anche noi, come lei, dovremo sopportare le notizie che giungeranno. Justin, nome prossimo alla Justice, deve subito affrontare ciò che sa, l’amaro vero. La colpa emerge piano piano, ma quando arriva alla piena consapevolezza, spicca in un modo che peserà sullo spettatore per tutta la durata del film.
Durante le prime fasi del processo, mentre viene descritta la serata in cui Kendall, la fidanzata dell’imputato, James, perde la vita, lui, col suo bel faccino candido, capisce che si trova stretto nell’angolo di un’ardua scelta. La verità contro la giustizia: ecco partire la riflessione, la tensione del dilemma morale. Decide di non confessare, e abbassa la testa quando il testimone oculare rivolge lo sguardo verso di lui. Preferisce tutelare il suo privato: la moglie incinta, il suo futuro di benessere familiare. La famiglia contro la verità, la famiglia contro la giustizia. Poi però cerca su Internet la definizione di “omicidio stradale” e va dall’amico, sponsor del gruppo degli alcolisti e avvocato, a vuotare il sacco. La risposta che riceve è terribile: non dire la verità. Nessuno ti crederà. Qui apprendiamo che Justin è stato un alcolizzato e che ha dovuto fare un percorso per mostrarsi come lo abbiamo conosciuto nelle prime scene del film, integro, onesto, uno che si convince sinceramente di aver colpito un animale, perché scende dall’auto e si trova davanti ad un cartello che mostra il pericolo del passaggio dei cervi. Ma la via della confessione è sbarrata, perché tutti crederanno che la colpa è dentro di lui, gli dice l’amico, e trent’anni di galera sono assicurati. Dunque è il caso di lasciar perdere; la vittoria della verità, con l’uomo probo che si batte il petto, non si realizza. Nessun fiat iustitia, pereat mundus, gli effetti potrebbero essere rovinosi, meglio ripensarci: come l’uomo della campagna del racconto di Kafka, vorrebbe accedere alla Legge, ma non ha la facoltà di varcare quella soglia.
Il colpevole Justin camminerà sul filo e la sua anima, ossia, cinematograficamente, il suo volto tormentato, sarà in bilico tra lo scorrere implacabile della condanna di un innocente e il tentativo di convincere gli altri giurati che forse sarà stato un altro, magari un introvabile pirata della strada. La giuria popolare è piena di persone che vorrebbero essere altrove e quelli che prendono sul serio il compito tutto sono fuorché neutrali. Sulla curiosità di sapere come finirà il processo, così come su alcune inverosimiglianze narrative, segnalate da chi tende a tralasciare il nodo filosofico, prevale il tema del travaglio della coscienza: il cittadino Justin sta aspettando una bambina, dopo aver perso due gemelli proprio nel giorno della morte di Kendall, ma deve anche far giudicare il suo desiderio di felicità dal suo stesso tribunale interiore. Da una parte, come direbbe Kant, la sua natura sensibile, dall’altra, la sua natura razionale e cioè la voce del dovere. Vincerà la verità a discapito del benessere familiare, oppure una modesta giustizia processuale che da qualche indizio ha fretta di saltare al giudizio di condanna?
L’avvocato d’ufficio del litigioso imputato James, pur sapendo che non si tratta di un santo, crede nella sua innocenza; dall’altra parte, l’accusatrice Faith, donna pragmatica e vecchia amica del difensore, sembra fare leva sul passato sporco dell’accusato per farlo condannare e potersene avvantaggiare per la sua candidatura a procuratore distrettuale. I due avvocati amici sembrano interpretare figure interne alla mente di Justin, il quale infatti si accusa e si difende, vuole salvare l’imputato, ma anche se stesso. Alla fine l’innocente James viene condannato all’ergastolo. All’uscita del tribunale, Faith, che solo dopo la sentenza riesce a capire tutto, affronta il vero colpevole su una panchina: questi le dice che il silenzio conviene ad entrambi. E così, macchiati entrambi, si salutano. L’omicida accidentale ha compiuto fino in fondo il suo percorso, assumendo machiavellicamente la colpa su di sé.
La verità ha perso, strangolata da due mani, quelle di Justin e Faith, ossia rispettivamente famiglia e carriera. Lui, che risolve la discordia interna con i fiori sulla tomba della ragazza, potrebbe assomigliare a quelli tra noi che, familisti amorali protettori del nido e dell’interesse egocentrico, lasciano che il falso trionfi e dilaghi, nelle più o meno decrepite democrazie, o, per così dire, pseudocrazie. Ma gli occhi di lei, il nuovo procuratore distrettuale, Toni Colett, quegli occhi severi degli ultimi secondi del film, di chi sono? Non sono gli occhi di una giustizia affidabile, ma quelli di una donna che ha costruito il suo successo sulla sventura altrui, la sua vittoria processuale ed il suo successo professionale su una sentenza sbagliata. Non possiamo fidarci della verità, non possiamo fidarci della giustizia, non possiamo fidarci delle banalità e delle prevenzioni dei giurati chiamati a decidere, quindi non possiamo fidarci della democrazia (non c’è più l’ottimismo di “La parola ai giurati” di Lumet): questa è la notte tempestosa in cui siamo soli e abbandonati, sul ciglio della strada. Però restano gli occhi della scena conclusiva. Che cosa stanno dicendo?
Quel finale sospeso ci permette di tornare a riesaminare ciò che prima era nell’ombra, anche noi responsabili dello sguardo, come i personaggi di questo film, che intravedono, scorgono e sentenziano, credono di vedere e poi in realtà non hanno davvero visto. Come il presunto testimone oculare, che in realtà ha confuso una persona con un’altra, o la moglie, all’inizio bendata, che spegne la luce lasciando solo il marito, come se se la dovesse cavare da solo ed in quell’oscurità scegliere dove andare, simile al bambino cieco in “Anatomia di una caduta”, anche lui sottoposto a un bivio dilemmatico. Le bende agli occhi sembrano averle anche i giurati, burattini del proprio stesso colpevolismo, accecati dal pregiudizio. Ed anche l’amico avvocato del protagonista è certo del pregiudizio dell’insuperabilità dei pregiudizi, come quello dell’alcolista=pirata della strada assassino. E lui, Justin, non ha visto il corpo della donna che stava camminando sotto la pioggia di notte.
Ma Eastwood, con la sua classicità da vecchia scuola, con la sua capacità di illustrare quel ragionevole dubbio che demolisce certezze e tribalismi, non chiude col pessimismo dell’accusa unilaterale, perché non conta se tu sia stato cieco o miope, ma come affronti questa miopia. L’avvocato Faith, infatti, ha il coraggio di combattere contro la sua stessa fede e rinsavisce, come il colonnello Picquart del caso Dreyfus, che tornò a leggere le carte del processo mettendo in questione i propri stessi bias di antisemita e contribuendo a riaprire il caso. Insomma, qui la notte continua, ma possiamo tenere gli occhi aperti.
