Luca Tedoldi, professore di filosofia e storia, insegna nel Liceo Banfi di Vimercate.
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Bossi se ne è andato e c’è chi lo considera uno statista. Dimenticando i fucili contro Roma, l’astio contro i terroni, il più rum meno rom, i “bingo bongo”, la garrota per gli omosessuali, le pallottole di gomma sugli immigrati travestiti da leprotti. Eppure in un tempo di genocidi e di guerre non si può ridurre al pittoresco questa spregiudicatezza. Non erano battute di un uomo in canottiera, ma ferite profonde alla democrazia.
Un emendamento a un progetto di legge vieta le attività di educazione all’affettività e alla sessualità nella scuola dell’infanzia e in quella primaria e secondaria di primo grado e le subordina, nelle superiori, al consenso delle famiglie. A quando l’indice dei filosofi proibiti e la censura, per il carattere “licenzioso”, dei testi, di Platone e di Epicuro?
La fantascienza distopica del nuovo film del regista di “Parasite” è già realtà: il protagonista è un lavoratore schiavizzato e ridotto a pezzo sostituibile, nient’altro che la cronaca più ovvia del nostro presente. Peccato che da questo tema di strettissima attualità Bong Joon-Ho ricavi solo buon intrattenimento, con appena una manciata di polvere di critica della società.
Un uomo che ha commesso un delitto senza accorgersene, perché credeva di aver urtato un cervo, finisce per fare il giurato nel processo per la morte della donna uccisa dalla sua automobile. La paradossale situazione innesta un conflitto a più facce che investe la verità, la giustizia, gli affetti: un conflitto che Eastwood, con la sua classicità da vecchia scuola, gestisce demolendo certezze e stereotipi.
Giorgia Meloni non è diversa dalla sua base. Non può esserlo. Perché, come dimostra ogni giorno, l’identità fascista è la sua identità e perché, oggi come cent’anni fa, il disegno reazionario di svuotamento delle democrazie dall’interno ha bisogno anche dei simboli, delle immagini, dei colori, degli slogan, delle canzoni e della paccottiglia semiotica esibita dai suoi epigoni.
La narrazione fantapolitica di “Civil War”, ultimo film di Alex Garland, non merita l’entusiasmo con cui gli spettatori riempiono le sale. Molti si sono mostrati entusiasti per il fatto che il film sciorina la devastazione bellica non fuori ma all’interno del territorio dell’Impero. Ma davvero basta questo per definirlo un film politico, mentre la guerra sembra tele-vista, congelata in un bel quadro e spettacolarizzata?
Dal film “Zona d’interesse” all’attualità. La bella famiglia del comandante di Auschwitz si cura dei figli e si gode il suo giardino ricolmo di fiori. Sa cosa sta accadendo al di là del muro, sotto le torrette, ma non avverte il tanfo dei propri privilegi. Qual è, oggi, il nostro muro? Le violenze chiuse nelle carceri, nelle fabbriche, nei cantieri, nel mare aperto, a Gaza sono lontane. Basta accusare di “buonismo” chi le evoca.