“La gioia”: indagine prima di un delitto

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Non cercate un thriller in La gioia, anche se è ispirato all’assassinio di Gloria Rosboch, mite professoressa di mezza età raggirata e uccisa da un suo ex studente. Nicolangelo Gelormini ne fa piuttosto un film di indagine sui costumi di provincia e, come in Madame Bovary, il fattaccio di cronaca è frutto dell’aspirazione piccolo borghese a una vita eccezionale, declinata in modo diverso – ma ugualmente letale – da ciascuno dei personaggi e dove i soldi giocano un ruolo di fondamentale importanza.

Alessio (Saul Nanni) ha un padre che se n’è andato di casa quando lui era un bambino e che non si è fatto più vedere, una madre cassiera di supermercato (Jasmine Trinca) che evidentemente spende tutto il suo stipendio in ritocchi estetici e vestiti, perché per pagare la spesa conta invece sul figlio, chiudendo tutti e due gli occhi sul fatto che li guadagni ballando nei locali vestito da donna e, soprattutto, prostituendosi (ha come pappone un parrucchiere cinquantenne amico della madre e innamorato di lui); intanto il ragazzo sogna scrollando su instagram i post degli influencer perennemente in vacanza. Con un simile profilo biografico, non stupisce sia un liceale svogliatissimo che, al professore che gli chiede se ci sia mai qualcosa che gli interessi, risponde: «i soldi!» e l’unico mezzo che concepisce per procurarseli è proprio il suo corpo.

Se il bell’Alessio ha una famiglia latitante, la brutta insegnante precaria Gioia (Valeria Golino) ne ha invece una decisamente troppo presente, con la quale vive ancora a quasi cinquant’anni. Solidi borghesi moderatamente benestanti e molto benpensanti, il padre invalido è mentalmente assente, mentre la madre le si rivolge come a una bambina di cinque anni («Gioia, lavati le manine!») ed esercita un controllo poliziesco su ogni minima mossa della figlia, che, come cantava Guccini, «nemmeno dentro al cesso possiede un suo momento»: un vero panopticon foucaultiano. Gioia sogna come una preadolescente degli anni Ottanta mai cresciuta: una vaga aspirazione all’amore ascoltando Reality, la canzone de Il tempo delle mele: «Dreams are my reality, the only kind of real fantasy». Un’aspirazione così vaga che non ha mai cercato di concretizzarla, rinunciando alla realtà per il sogno e provando tutt’al più cosa sia un bacio dandoselo lei stessa sulla mano.

Tra questi due ugualmente e diversamente disperati, Alessio ha un indubbio vantaggio: la consapevolezza. Alessio sa di essere chiuso in un inferno ed è disposto a fare qualunque cosa per uscirne, mentre Gioia all’inizio del film difende e giustifica il suo inferno di fronte al ragazzo che la commisera, sostenendo di amare i propri genitori che hanno fatto tanto per lei e tanto le hanno dato. E quando prende coscienza della gabbia in cui si trova, è solo per entrare in un’altra, quella dell’amore per Alessio, col quale crede di poter scappare in Costa Azzurra, in una casa sulla spiaggia tutta per loro. L’incontro tra i due è rovinoso perché, anche se avviene rompendo per pochi istanti il copione che recitano da tutta la vita, nessuno dei due riesce a uscirne: Alessio continuerà a convertire in soldi il fascino che esercita sugli altri e Gioia continuerà a potersi pensare solo dentro a una casa, attendendo protezione dai propri carcerieri.

E alla fine a far deflagrare questa situazione in tragedia sono sempre i soldi, i risparmi di una vita della famiglia di Gioia, con i quali il ragazzo è fuggito. Anche se il dolore della donna è per la perdita del suo amore, non certo dei soldi, è costretta a recuperarli per accontentare sua madre, che non sa nulla e crede a un errore della banca. Gloria non può confidarsi con la madre perché non c’è con lei una vera confidenza e non è mai stata vista per quello che è. Deve continuare a recitare il suo copione di figlia devota e che mai si sarebbe innamorata di un ragazzo, tantomeno gli avrebbe affidato dei soldi per scappare con lui. Così insiste per riavere il denaro, firmando la sua condanna a morte. E uccidendola Alessio firma anche la propria condanna, cancellando da sé quello spiraglio di anima che si era affacciato nel suo rapporto con Gioia: non c’è redenzione possibile in un mondo nel quale contano solo i soldi.

Come Flaubert, Nicolangelo Gelormini è riuscito a raccontare un fatto non in sé, ma in quanto sintomo di un mondo malato, nel quale il veleno penetra fino ai più intimi rapporti familiari, quando come ciechi non si vedono gli altri e non si rispetta la dignità delle persone, vedendole solo come cose con le quali soddisfare i propri bisogni. In questo è stato aiutato da una squadra di attori eccezionali. Se Valeria Golino è purtroppo un po’ limitata nelle espressioni da un trucco prostetico eccessivo, la migliore del gruppo è senz’altro Jasmine Trinca, così credibile da essere splendidamente inquietante.

 

Gli autori

Francesca Marcellan

Francesca Marcellan vive a Padova, lavora presso il Ministero della Cultura e scrive di arte, soprattutto nei suoi aspetti iconologici. Sulla scorta di Morando Morandini, va al cinema "per essere invasa dai film, non per evadere grazie ai film". E quando queste invasioni sono particolarmente proficue, le condivide scrivendone.

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