Per la terza volta negli ultimi vent’anni la vita politica del Paese è scossa dal tentativo di modificare in profondità la Costituzione e dalla chiamata alle urne di cittadine e cittadine in un referendum oppositivo (impropriamente definito “confermativo”, quasi che fossimo chiamati semplicemente ad avallare una scelta già fatta). È accaduto – oltre che per la riduzione del numero dei parlamentari, confermata nel referendum del settembre 2020 – per la riforma voluta da Silvio Berlusconi, respinta, nel 2006, dal 61,29% dei votanti e per quella propugnata da Matteo Renzi, bocciata, nel 2016, dal 59,1% dei votanti. Andremo dunque di nuovo a votare – speriamo in molti – sulla struttura della Carta fondamentale, ché ad essere in discussione ne è un caposaldo come l’assetto della magistratura. I passaggi della riforma sono noti: l’affermazione esplicita che le carriere di giudice e di pubblico ministero sono tra loro distinte (con delega al legislatore ordinario per la definizione della conseguente disciplina), lo sdoppiamento dell’attuale Consiglio superiore della magistratura in due organi separati (uno per i giudici e uno per i pubblici ministeri), l’istituzione di un’Alta Corte preposta ai procedimenti disciplinari nei confronti di giudici e pubblici ministeri (con la componente togata costituita da soli magistrati di legittimità) e l’introduzione del sorteggio (in luogo dell’elezione da parte dei colleghi) come strumento per designare i componenti magistrati (e in parte quelli laici) dei nuovi organismi. In estrema sintesi, e senza scendere in dettagli più volte analizzati, si tratta di una svolta nella direzione di una magistratura frantumata (grazie a una rappresentanza definita per sorteggio), burocratizzata (a seguito dell’indebolimento delle correnti interne e del pluralismo politico-culturale da esse indotto), con una struttura piramidale (conseguente al ruolo di vertice anche ordinamentale attribuito ai magistrati di legittimità) e con un maggior peso, negli organi di governo autonomo, della componente politica.
In questo quadro la nostra scelta non può che essere per il No. Per una pluralità di ragioni, specifiche e generali.
Quanto alle ragioni specifiche, che hanno a che fare con il sistema giustizia, una vittoria del Sì segnerebbe profondamente il ruolo dei magistrati, la considerazione di sé di giudici e pubblici ministeri, il loro rapporto con la politica e il Paese. Non sono illazioni o previsioni soggettive, ma la conseguenza necessitata delle modifiche previste (e illustrate, in una sorta di interpretazione autentica, dai loro estensori). L’indipendenza e l’autonomia della magistratura – come l’assetto di ogni istituzione – non sono un dato acquisito una volta per tutte né una realtà che basta proclamare. La loro realizzazione, nel sistema italiano, ha avuto due capisaldi: l’istituzione del Consiglio superiore della magistratura e l’associazionismo dei giudici e dei pubblici ministeri. Con la prima il governo dei magistrati (promozioni, trasferimenti, nomine, disciplina) è stato sottratto al ministro e trasferito a un organo rappresentativo ed elettivo estraneo al circuito politico in senso stretto, pur se composto – per evitare un eccesso di corporativismo – anche da membri laici eletti dal Parlamento. È stato un passaggio epocale, teso a inverare il principio, dettato dall’articolo 101, secondo comma, della Costituzione, secondo cui «i giudici sono soggetti soltanto alla legge» così comandando – come è stato scritto – non solo (necessaria) fedeltà alla legge ma anche disobbedienza a ciò che legge non è: al pasoliniano “palazzo”, ai potentati economici, alla stessa interpretazione degli altri giudici e dunque libertà interpretativa, pluralismo, legittima coesistenza di diverse posizioni culturali e ideali. Nessuna prospettiva di “contropotere” o di sostituzione della politica (che è – e resta – l’unico possibile motore del cambiamento) ma affermazione che, in uno Stato che tenda ad essere democratico, le regole devono valere per tutti sia in chiave di controllo di legalità che in punto possibilità di emancipazione. Ma il Consiglio superiore – contrastato e combattuto prima ancora della sua istituzione (avvenuta con dieci anni di ritardo) – non sarebbe stato sufficiente a determinare questo cambiamento di ruolo se non fosse stato sostenuto e alimentato da un associazionismo giudiziario forte, capace di incidere sulla cultura dei magistrati, di dialogare con il mondo esterno, di sostenere le ragioni della giustizia e delle garanzie. Questo è stato l’associazionismo giudiziario, innervato dal sistema delle deprecate correnti (pur con errori, profonde differenze interne e degenerazioni clientelari sempre incombenti come in ogni burocrazia). Ebbene il cuore della riforma sottoposta a referendum sta proprio – come si è detto – nell’indebolimento del Consiglio superiore e nel tentativo di marginalizzare l’associazionismo giudiziario e, dunque, in un cammino a ritroso verso il precedente modello di magistrato. Il resto – a cominciare dalla separazione delle carriere – è dettaglio: importante ma suscettibile di essere regolamentato altrimenti e, soprattutto, senza toccare la Costituzione.
Ancor più rilevanti – se possibile – sono le ragioni politiche generali a sostegno del No. Lo abbiamo scritto e detto fin dall’inizio, quando in molti sostenevano il carattere puramente tecnico della riforma e del conseguente referendum. Non era, evidentemente, possibile che così fosse perché nessun cambiamento della Costituzione è un fatto solo tecnico. Ma i passaggi successivi lo hanno ulteriormente dimostrato e lo stanno dimostrando ogni giorno di più (non solo con la diretta “discesa in campo” della presidente del Consiglio). Certo, ci sono intorno a noi tragedie (la guerra su tutte) ben più rilevanti della modifica costituzionale della giustizia. E certo la storia non finirà il 23 marzo, con la chiusura delle urne. Ma solo chi non vuol vedere può dubitare delle ricadute sul nostro sistema dell’esito referendario. La riforma costituzionale è solo un tassello – anche qui, per espressa dichiarazione dei suoi artefici – di un progetto di centralizzazione autoritaria dello Stato, che comprende, tra l’altro, l’introduzione del premierato, una legge elettorale anche una volta truccata, il rilancio dell’autonomia differenziata, la prosecuzione della marcia verso uno Stato penale ancor più repressivo dell’attuale, la riduzione delle libertà fondamentali anche nel settore della cultura, l’abbandono del welfare. Una vittoria del Sì darebbe maggior forza e nuovi strumenti per portare a compimento quel disegno.
Ma davvero – dicono alcuni, nei movimenti e nella sinistra antagonista – siamo di fronte a una riforma da contrastare, lasciando così inalterato l’assetto di una magistratura spesso protagonista di una repressione indiscriminata del dissenso e della protesta anche con iniziative e interpretazioni forzate e illiberali? C’è, alla base di questa preoccupazione, del vero. Un diffuso accanimento repressivo nei confronti dei movimenti ambientalisti più attivi, del movimento no Tav, dei collettivi studenteschi, del sindacalismo di base e via elencando è stato, in questi anni, incontestabile. Ed è un accanimento che si è avvalso di un uso spregiudicato di misure cautelari, di contestazioni abnormi, di condanne a pene spropositate, di dilatazioni improprie del concorso di persone nel reato e di molto altro ancora. Ma non tutti i cambiamenti modificano in meglio la realtà. Alcuni la peggiorano ulteriormente. Oggi, infatti, accade – e non raramente – che ci siano decisioni giudiziarie a tutela persino di barbari, marginali e ribelli. Ed è accaduto che i vertici della polizia siano stati condannati per i falsi commessi al fine di occultare le torture avvenute a Genova nel luglio 2001, che Stefano Cucchi abbia avuto una (seppur tardiva) giustizia, che le più scandalose deportazioni di migranti in Albania siano state annullate, che ad alcuni malati terminali sia stato consentito di morire con dignità, che molti riders si siano visti riconoscere lavoro e diritti, che la corruzione e le prevaricazioni del potere siano state almeno lambite da indagini… Oggi, in altri termini, c’è, per chi incrocia pubblici ministeri e giudici, la possibilità (pur se non la certezza) di avere risposte coerenti con la Costituzione anche se sgradite al Governo. Ciò diventerebbe più difficile con una riforma che – come si è detto – burocratizza, frammenta e intimidisce la magistratura.
C’è quanto basta per un No convinto e senza tentennamenti.
